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THAILANDIAWEB
MAI PEN RAI
Tutto è questione di donare.
Gli uomini felici sono coloro che si donano.
Gli insoddisfatti coloro che soffocano l'esistenza in un perpetuo tirarsi indietro,
chiedendosi continuamente che cosa stanno per perdere.
Donarsi completamente, sempre.
Fare ciò che si deve generosamente, con il massimo impegno,
anche se l'oggetto del dovere è senza grandezza apparente.
Leon Degrelle
A Sisto, mio solido sostegno nei momenti di maggiore scoramento…
Roma, 14 febbraio 2004
INTRODUZIONE
Viaggio in Thailandia, a Bangkok :"Ad un certo punto mi sono reso conto che la gente della mia età non aveva più i miei stessi principi, le mie stesse priorità.
A dire la verità non che i miei fossero ben definiti, i loro invece sì, ma da qualcun altro, loro li accettavano e basta".
(Michael Stipe)
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 1 . Ognuno di noi, della vita e dei suoi significati più profondi, ha una visione personale e soggettiva, frutto di educazione, esperienze vissute, retaggi culturali e quant'altro. La fittizia contrapposizione filosofica tra stoici ed epicurei dimostrò, già nell'antichità, come persino nell'ambito di una stessa cultura le vie di interpretazione dell'esistenza possano condurre a punti d'arrivo diametralmente opposti.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 2 . Molti di noi operano un vero e proprio sincretismo culturale, ridisegnando il mondo a propria immagine e somiglianza (o forse dovremmo dire convenienza), utilizzando ciò che ritengono positivo di varie culture, credenze e filosofie di vita, assorbendo dall'esterno e rielaborando all'interno, molto più propensi ad interpretare piuttosto che ad applicare. Alzi una mano, tanto per fare un esempio, chi fra i numerosi timorati di Dio che mi stanno leggendo vive le proprie esperienze sessuali solo dopo il matrimonio o non usa anticoncezionali. Eppure i precetti di Santa Romana Madre Chiesa non lascerebbero spazio a molte varianti sul tema.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 3 .A mia volta non credo di essermi sottratto in tal senso a questo procedimento, arrivando a tracciare un personalissimo quadro esistenziale che ci vede di fondo sommersi dalla merda della vanità, dell'ipocrisia, della vigliaccheria e di ogni genere di debolezza umana, un mare nel quale bisogna tuttavia nuotare, magari facendo anche finta di compiacersene.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 4 . Ritengo cioè la vita già abbastanza un prolifico concentrato di negatività, per poterci anche permettere il lusso di piangerci miseramente addosso ed è per questo che la goliardia, l'autoironia, la voglia di ridere di se stessi, dei propri difetti, delle proprie sventure, di tutto ciò che di negativo colpisce noi o gli altri, sono diventati per me gli ingredienti essenziali per darci l'opportunità di acquisire una serena rassegnazione di fronte alla malasorte, di poter cogliere in ogni evento o circostanza sfavorevole una luce che rischiara e per, come si suole dire, "prenderla con filosofia".
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 5. Perché alla fine siamo tutti dei buffoni e portiamo tutti una maschera, anche se ci prendiamo un po' troppo sul serio e non riusciamo a trovare il tempo per ritornare ad essere bambini, per apprezzare la poesia che è nella vita, per emozionarci ancora dinanzi al bello.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 6 . Quell'autentica epopea della commedia umana che risponde al nome di "Amici miei" (nei suoi vari atti) rappresenta, con i suoi sconquassati protagonisti interpretati da maestri quali Ugo Tognazzi e Adolfo Celi, la quintessenza di un tale modo di concepire la vita, offrendoci un ritaglio di quotidianità dove persino l'affermato chirurgo molla all'improvviso l'operazione in corso, se arriva la chiamata degli amici che lo convoca ad una nuova esilarante zingarata in loro compagnia.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 7. Nella propria ed unica grottesca paradossalità, le pellicole di questa saga del divertimento ci insegnano l'arte della sdrammatizzazione, arrivando all'eccesso delle risa al corteo funebre in onore dell'amico scomparso. Ecco, io che amo gli eccessi e gli opposti, nel mentre sfrego piricamente gli zebedei in mio possesso, configuro nella mia mente la celebrazione della mia lontanissima dipartita in due modi, uno all'opposto dell'altro: o con un corteo che si dipana fendendo le due ali di una folla di legionari di ogni tempo che protendono al cielo i pugnali da battaglia, o con una goliardica e dissacrante festa di piazza. Perché dramma e commedia sono pur sempre due facce di una stessa medaglia: la rappresentazione della vita.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 8. Così recitava Bruce Dickinson, voce degli Iron Maiden, nell'introduzione al brano "Hallowed be thy name":
"Ma presta attenzione alle mie parole, credi che la mia anima continui a vivere e non preoccuparti proprio ora che vado al di là, a vedere la verità. Quando sai che il tempo a tua disposizione è finito, forse solo allora cominci a capire che la vita quaggiù è solo una strana illusione."
E allora, perché non provare a viverla al meglio, questa illusione?
Scritte in premessa cotante stronzate, veniamo al dunque. Non vi è alcun dubbio che gli ultimi mesi della mia già turbata esistenza abbiano messo a dura prova la mia capacità di affrontare i problemi, in questo caso i drammi, con l'auspicata capacità di ironia. Spingendosi più in là, si potrebbe tranquillamente dire che se non sono andato al manicomio a 'sto giro, nun ce vado più.
Passare undici mesi a cercare di capire se la donna che vive al tuo fianco tu l'ami oppure no, a lottare disperatamente contro il contrattempo perennemente dietro l'angolo, a temere quotidianamente che quella bomba ad orologeria che hai scelto per moglie possa esplodere da un momento all'altro, non è cosa da augurare nemmeno al peggior nemico.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 9. Il periodo successivo alla morte di mio padre, avvenuta nove anni orsono, lo volli rimarcare con un vistoso tatuaggio, un simbolo che per me esprimeva una calma solare e olimpica, una ferma impassibilità di fronte al burrascoso volgersi degli eventi. Non è escluso che io adesso non faccia altrettanto, come per procurarmi volutamente delle cicatrici sulla pelle ogniqualvolta io senta il bisogno di manifestare una ferita dell'animo, tanto per ricordare a chi di dovere, nel momento in cui mi dovrà giudicare dopo morto, i terribili morsi che la vita mi ha inflitto.
A sua volta, il desiderio di mettere in righe questa triste esperienza, in un modo che potrà anche sembrare contraddittorio per la sua ricercata vena comica (se confrontata alla drammaticità degli eventi), deriva dalla volontà di fermare nel tempo, quasi di marchiare a fuoco, un particolare momento della mia esistenza, per magari poterlo analizzare poi a distanza di anni. Va da sé che la capacità di riderci sopra l'ho raggiunta solo di recente, grazie a quella impareggiabile medicina che è il tempo, capace di lenire tutte le ferite (questa rimane comunque ancora aperta).
In secondo luogo era nata in me l'esigenza di voler mettere al corrente in maniera dettagliata gli amici che con apprensione hanno vissuto i miei scorsi travagliati mesi, riguardo ai motivi della mia scelta e dei particolari della vicenda, cercando di renderli un poco più edotti su cosa voglia dire Thailandia e donne thailandesi, al di là delle banali, sterili e presuntuose generalizzazioni.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 10. Non da ultimo, la presente stesura, sia nella forma di racconto romanzato che in quella di reportage forumistico e documentaristico, ha la presunzione di voler fornire ai nuovi contagiati da thailandite che eventualmente dovessero leggermi, una valida guida alla conoscenza dei sentimenti e delle situazioni che si verranno conseguentemente ed inevitabilmente a creare a seguito di una simile malattia.
Alla fine del racconto molte persone (soprattutto di sesso femminile), dopo lunga e profonda meditazione, pronunceranno la fatidica frase: "Ma chi glielo ha fatto fare?"
Non ho motivo di dubitare che si tratterà delle stesse identiche persone che in diverso ambito affermano di credere ciecamente nell'amore, contestando la pur triste teoria che dice che gran parte degli uomini e delle donne nasce e muore senza avere mai avuto la fortuna di comprendere il vero significato della parola amore, sostantivo scomodato il più delle volte del tutto impropriamente.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 11. Peccato poi che questi innamoratissimi individui siano tranquillamente pronti a cornificare il partner di turno ad ogni propizia occasione o a porre continue questioni di carattere venale all'interno del rapporto, all'insegna del disinteresse e della più sfrenata e lasciva passione sentimentale…
La mia idea di amore è quella di uno stato d'animo interiore che sgombra ogni indugio, ogni ostacolo, che ti impedisce di ragionare, che ti rende protagonista di ogni slancio, di ogni gesto, senza calcolo, come una droga. Ne diventi dipendente, sei disposto a qualunque cosa e questo ti rende volubile a vantaggio del partner che, se divenuto consapevole di ciò e disonesto nell'animo, può essere indotto ad ogni forma di profittazione utilitaristica. In parole povere, tu vivi per lui/lei.
Tanto per capirci, io ad Ann, la donna divenuta mia moglie, volevo molto bene e con lei ho vissuto momenti di intensa felicità, ma se ne fossi stato perdutamente innamorato, sarei adesso un uomo completamente rovinato.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 12. Troppo spesso si scambia l'amore con l'affetto generato dall'abitudinarietà del rapporto, dal piacere di stare insieme per darsi piacere. Questo è ciò che rimane dopo anni di matrimonio, anche nei rari casi in cui in origine l'amore fosse esistito davvero, cosa che, tutto sommato, mi sembra sia già molto. Tanto più in quei casi (secondo me la maggioranza) in cui ci si sposa e si suggella l'unione più per la paura di affrontare la vita da soli che per un reale interesse verso l'altra persona, un timore tale da indurre a rinunciare a tutte le libertà e a tutti gli indiscutibili vantaggi che la vita da single fornisce.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 13. Troppo spesso non ci si accorge affatto che non si vuole bene tanto alla persona con la quale condividiamo l'esistenza, quanto alle cose che quella persona ci garantisce: non ci si affeziona tanto all'individuo in sè, quanto ai benefici fisici e mentali che dall'unione scaturiscono. Conosco tipi che si sentono uomini a metà se non vivono una relazione con una donna, schiavi come sono della tranquillità emotiva e del senso di sicurezza che la presenza di una bella figa da ostentare al pubblico produce. Sono resi completamente succubi dell'incapacità a sentirsi felici anche da soli, senza capire che la relazione con una donna riempie in ogni caso un vuoto che hanno a prescindere dentro di loro, impossibilitati a comprendere che si può essere sereni ed equilibrati anche da soli ed al limite in misura superiore con al fianco una compagna che soddisfi il proprio gusto estetico ed il proprio bisogno affettivo.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 14. Quanto sopra credo valga allo stesso modo per la donna, anche se essa è molto più portata per sua stessa natura a ricercare l'appoggio esterno (e vai giù polemiche ed insulti di provenienza femminile).
Per carità, ognuno ha le sue opinioni, ognuno si fa i suoi esami di coscienza, quindi che nessuno tra amici, conoscenti e sconosciuti si senta offeso o chiamato in causa, io dico solo quello che penso, con la franchezza, a volte un po' troppo cruda che da sempre, credo, contraddistingue il mio modo di pormi e di esporre.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 15. A proposito, preparatevi, perché di franchezza, soprattutto nel leggere le opinioni degli amici forumisti, ne troverete molta, forse anche troppa.
Inoltre, non ve ne abbiate a male se ritengo che la maggior parte di voi che avete avuto la pazienza di arrivare a leggere sino a questa pagina, si arrenderà non appena sarà giunta al fatidico punto e a capo che concluderà questa introduzione. Non me ne vogliate se sto pensando male di voi, così come io non ve ne vorrò per il vostro istinto di conservazione (morale) misto ad una certa ritrosia a tenere un foglio scritto tra le mani. La presunzione occidentale medio borghese di conoscere il mondo in tutte le sue sfaccettature porterà molti di voi al precoce gesto di chiusura del libro e alla ragionatissima conclusione: "Ma guarda te se uno deve andare a puttane all'altro capo del mondo e farcisi pure incastrare".
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 16. Questo libro non è per tutti, ma è per coloro che hanno lo stomaco duro e che vogliono andare oltre, per tutti coloro che amano capire e non accettare passivamente un postulato arbitrariamente imposto, per coloro che non si stancano mai di mettere in discussione le proprie opinioni, i propri convincimenti e che altrettanto volentieri non si scandalizzano ad affrontare determinati argomenti, prescindendo da facili tabù.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 17. Il mio scritto, se letto con attenzione, potrà interessare il sociologo come l'imprenditore, il moralista come il puttaniere, introdotti come sono tutti i prototipi umani dalla mia personale storia di vita vissuta al tentativo di comprensione di un fenomeno sociale a vasto raggio, comprendente rapporti di coppia, prostituzione, coppie miste ecc.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 18. La stesura si dipanerà infatti attraverso una prima parte dedicata al racconto di quanto accadutomi durante la mia relazione con una ragazza thailandese da giugno 2001 sino a maggio 2003, in un formidabile concentrato di speranze, aspettative e disillusioni. La seconda parte, invece, vorrà essere un tributo ai "principi del forum" protagonisti con i loro post di accese discussioni sui vari forum sulla Thailandia, sino a costituire, senza timore di eccedere in sperticati elogi, un valido compendio sociologico.
Il tributo va a ringraziamento di tutti coloro che ho letto e con i quali ho qualche volta discusso nei forum dei vari siti, il cui contributo è stato fondamentale per aiutarmi a comprendere la mia situazione e ad accettarne gli esiti negativi, perché, al di là di tutte le possibili elucubrazioni mentali e di tutte le speculazioni teoretiche che i vari esperti del settore potrebbero fare, avere la possibilità di conoscere il pensiero di chi certe realtà le vive quotidianamente e le conosce a fondo, che si tratti della convivenza con una moglie thailandese o dell'assidua frequentazione di go-go bar, risulta sicuramente più utile, oltre che più coinvolgente.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 19. In appendice al libro… beh… a qualche maschietto un minimo di curiosità gli sarà pure venuta…
Sottolineo inoltre che mai avrei pensato di poter constatare, all'interno di questi gruppi di discussione, un così alto grado di cultura, (lo dico senza alcuna ironia), intesa più come conoscenza di vita e capacità di riflessione che come nozionismo puro. A parte i momenti in cui, per taluni forumisti di alcuni siti, sembrava d'obbligo esternare goliardicamente volgarità concettuali a raffica, anche le persone che denotavano sgrammaticamente una scarsa frequentazione scolastica riuscivano, a loro modo, a fornire spunti di riflessione e a dimostrare sensibilità e capacità d'analisi fuori del comune, con grande desiderio di confrontarsi, di mettersi in discussione, di guardarsi dentro, al punto da impedirmi di giudicarli e ritenerli solamente dei puttanieri di professione (che ne penseranno i "ragassi o.k."…). A tutti loro complimenti e grazie di cuore.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 20. Se qualcuno o addirittura molti troveranno la storia raccontata non di loro gradimento, che dire…mai pen rai, per l'appunto, ovvero, prendendo in prestito una tipica espressione tailandese, manifesto principe della loro cultura e del loro modo di essere: "non fa niente, pazienza…".***
Buona lettura.
*** citazione del filosofo postmoderno noto con lo pseudonimo di Redman sul sito Thailandia Web:
"...in effetti la traduzione semanticamente più vicina all'inglese del "mai pen rai" sarebbe "never mind", letteralmente "mai preoccuparsi", un po' come il castillano "tranquilo!" spesso usato in Sudamerica e ai Caraibi pressochè da tutti... ...ma la traduzione semanticamente e filosoficamente più corretta del "mai per rai" credo di averla trovata nel mio dialetto piacentino: "tola su dosa" tradotto per i non-indigeni "prendila su dolce" che descrive uno stato d'animo rispetto alle cose della vita..."
Lentamente muore....
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco
e i puntini sulle "i" piuttosto che
un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro
chi non rischia la certezza per l'incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Lentamente muore
chi distrugge l'amor proprio
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.
Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento
di una splendida felicità
P. Neruda
1.1 - Alle origini…
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 21. "…Sì, favoloso! E poi andremo anche in pellegrinaggio all'Havana alla Plaza de la Revolution oppure, se scegliamo il Messico, ci prodigheremo a dare conforto morale e aiuto pratico agli zapatisti…"
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 22. Alberto, il solito amico sinistroide veterocomunista che aveva appena pronunciato tali emerite ed irrealizzabili (almeno in mia compagnia) stronzate, già si era coperto il volto timoroso di subire l'ennesima lezione…politica, poi si tranquillizzò confidando sul fatto che tutto sommato si stava pianificando, anzi fantasticando un viaggio in comitiva in qualche posto dell'America latina. Il freddo Natale del 2001 ben si prestava (come quello del 2000, del 1999, del 1998…) ai soliti voli pindarici che però si concretizzavano puntualmente, sul finir della primavera, nelle solite commoventi frasi: "Devo vedè come sto messo con gli esami, ma comunque se fa", "Sto un po' agli sgoccioli coi sordi, ma je la dovrei fà", "Te faccio sapè…" e così via.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 23. In un ripetersi ciclico paragonabile solo, per la sua puntuale cadenza, alla dottrina delle quattro età di cui parlano Evola, Guenon o Eliade, la tradizionale baldanza e sicurezza invernale dei personaggi di cui sopra, si scontrava a distanza di mesi con il loro rendersi conto di avere sparato le solite cazzate, consapevoli, nel momento in cui le pronunciavano, di non avere alcuna volontà e possibilità di porre anche solo i presupposti, durante l'anno, per realizzare ciò che per l'ennesima volta doveva limitarsi a restare un bellissimo sogno.
Parto da qui per far sentire un po' in colpa coloro i quali ritengo i responsabili indiretti delle mie disavventure, proprio a causa dell'abbandono vacanziero di cui fui vittima nell'estate 2001.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 24. Erano infatti già due anni che me ne stavo a Roma d'estate, per racimolare i quattrini necessari ad andare a vivere da solo (la versione originaria pre-censura così recitava: "per annammene de casa prima de impiccà mi madre"), l'obiettivo era quasi raggiunto e non avevo nessuna intenzione di rinunciare ancora una volta a quella che per il sottoscritto, come per tanti altri individui "particolari", costituisce una ragione di vita, una fissazione, una droga, chiamatela come cazzo vi pare: i viaggi.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 25. Il viaggiatore appartiene ad una razza diversa dal vacanziere: il secondo ama gli agi e la sedentarietà, si reca in villeggiatura a Cuba a Varadero ma non mette piede a Trinidad, in Egitto va a Sharm El Sheickh ma ignora Dahab, del Messico apprezza Cancun ma di Puerto Escondido sulla costa del Pacifico ne ha fatto la conoscenza solo con il film di Abatantuono. Insomma, ci siamo capiti, non gliene pò fregà de meno di conoscere e capire le usanze locali, di girare, di visitare. Gli è più che sufficiente sbragarsi dalla mattina alla sera al sole come una grossa e grassa foca, alzarsi ogni tanto per accampare qualche pretesa nei confronti del personale dell'albergo (tanto per attestare la propria superiorità occidentale), per poi rilassarsi la sera e farsi prendere per il culo assistendo ai soliti spettacolini preconfezionati (falsi come i Rolex delle bancarelle), messi in scena nel suo albergo a 5 stelle, dove soggiorna felice e beato 24 ore al giorno.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 26. Il primo, invece, ama la diversità (non quella sessuale, scemi!), si diverte a girare, a conoscere luoghi e persone, ad assaggiare sapori nuovi, a rimanere affascinato da antiche suggestioni Anela e aspira, in sostanza, a vivere un'avventura continua.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 27. Personalmente ho sempre cercato di soddisfare queste esigenze recandomi in paesi esotici, immergendomi in culture completamente diverse dalla nostra, potendo ammirare paesaggi meravigliosi ed inusuali ai nostri occhi. Mi piace cambiare posto o città di continuo, restare sino a che ne ho voglia, andarmene anche dopo solo un giorno se un posto non mi aggrada, senza essere vincolato e condizionato da programmi precostituiti. Il programma della vacanza, anzi del viaggio, me lo faccio io (e che programma), voi rimediatemi solo il biglietto dell'aereo (possibilmente economico).
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 28.Un tale tipo di vacanza non si presta particolarmente per certi posti del Sud America, specialmente se, come nel mio caso, si parte da soli. Il lungomare di Cartagena o il mare dei sette colori dell'isola di Sant'Andrè già ammaliavano i miei pensieri (del fatto che l'affascinante zia colombiana di none Rosita mi avesse detto in passato che lei era la più brutta della città, non ne tenevo minimamente conto…), ma considerare come questi posti si trovino in una nazione come la Colombia, non del tutto raccomandabile per il turista - avventuriero, mi fece presto recedere dai miei intenti. Conoscendo infatti il mio carattere poco propenso al compromesso, niente di più probabile che un bel giorno mi avrebbero ritrovato all'alba, buttato in qualche lurido vicolo nelle vicinanze di un malfamato baretto, con la pancia aperta da qualcuno in vena di amorosa accoglienza al turista.
Messico? Già visto. Cuba? Già vista. Venezuela o Brasile? Come sopra.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 29. Quasi mi stavo riducendo coma Verdone in uno dei suoi primi cult-movie, quando, sparapanzato sul letto, sfogliava l'agendina alla ricerca di uno straccio d'amico con il quale organizzare il viaggio in macchina sino in Polonia. Fu così che la mia mente, pilotata dall'ultimissimo rifiuto dell'ultimissimo amico contattato per una vacanza in compagnia (Ugo), tornò come per incanto all'altro lato del globo, direzione oriente, destinazione Thailandia.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 30. C'ero stato quattro anni prima con il Dott. Bauer, mio tradizionale compagno di avventure, per una fugace settimana di sole nel cuore dell'inverno nostrano, buttandoci alle spalle il freddo e la nebbia del belpaese per concederci una settimana di relax che da sola bastò per farmi innamorare dell'isola di Samui e giurare a me stesso che ci sarei prima o poi tornato.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 31. L'ultimo viaggio l'avevo fatto a Bali nel '99, indimenticabile anche questo, un sogno realizzato che aveva parzialmente allontanato la voglia di oriente, ma l'insieme delle cose che ti può offrire e dare una vacanza in Thailandia non ha davvero eguali…e… alea iacta fuit (il dado fu tratto).
1.2 - Si parte!
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 32. Tanto per fugare ogni dubbio, per il sottoscritto la vacanza ideale si compone di quattro componenti di eguale importanza, senza una delle quali la vacanza risulta incompleta:
1) mare,
2) cultura e tradizione (siti archeologici, musei, ecc.),
3) economicità,
4)…figa!
Il primo punto è necessario perché puoi anche camminare per una splendida città d'arte a farti una cultura, ammirandone le meravigliose opere architettoniche o gli interessantissimi musei, ma alla fine della giornata, quando sei a letteralmente a pezzi, un tuffo in un mare dall'acqua cristallina ti rigenera, ti ritempra e ti rilassa al tempo stesso senza eguali.
Il secondo punto è soggettivo, io con queste cose sono fissato.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 33 . Il terzo punto non è soggettivo: andate in Norvegia a cenare con le scatolette di tonno portate dall'Italia per non spendere ogni sera 30 € a testa per mangiare una pizza e bere una birra, poi vedrete che apprezzerete di più un posto dove il vostro potere d'acquisto sale miracolosamente sino al rapporto di 4 a 1.
Il quarto punto, beh, smettiamola con l'ipocrisia. Ne ho sentiti e visti fin troppi (parlo sempre dei maschietti, ma mi sa che anche le femminucce…) dare fiato alle trombe per proclamare la loro totale estraneità all'imperante e globalizzante richiamo sessuale in vacanza, appellandosi (giustamente) alla necessità di godersela rilassati senza pensare di dover trombare a tutti i costi. Appunto, il problema è che questi personaggi sono proprio quelli che dopo una settimana di vacanza che non ingrignano, cominciano ad andare in paranoia e a non pensare ad altro, con il risultato proprio di compromettere il tanto agognato relax, almeno fino a quando il fratellino del piano di sotto non viene soddisfatto.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 34. Volete mettere allora il senso di agio e di tranquillità che può dare la vacanza in un posto dove tu sai che alla minima necessità, quando vuoi, schiocchi le dita e ti carichi una che in Italia la massima attenzione che lei potrebbe avere nei tuoi confronti sarebbero un par de pizze in bocca condite da qualche esternazione poco piacevole al tuo indirizzo?
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 35. Poi, è chiaro, sta a te se vuoi esagerare, cambiandone una a sera (non me ne vogliano i "ragassi O.K.") dimenticando forse che, di fondo, stai andando a puttane (avremo modo di approfondire), o se invece ti vuoi limitare ad uno sfizio saltuario che in certi posti assume quasi le fattezze di un obbligo culturale, un po' come andare a vedere la torre Eiffel a Parigi o il Colosseo a Roma.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 36 Tornando a noi, mi programmai una vacanza dove non sarebbe dovuto mancare niente di quanto sopra: i primi giorni a Bangkok in giro per wat e musei, seconda parte al nord a Chiang Mai e dintorni, con immancabile trekking per conoscere le hill-tribes, il clou finale con il ritorno tanto agognato nell'adorata isola di Ko Samui.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok. Curioso si dimostrò il particolare della mia amica Chiara, la quale, dopo essere stata messa al corrente dei miei intenti la settimana precedente, un bel giorno mi si presenta e mi dice con l'aria da strafiga alternativa:
"Lo sai dove andiamo in vacanza io ed i miei amici? In Thailandia" magari proprio a Bangkok!.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 37 . Con il consueto garbo le feci notare che si era semplicemente limitata a copiarmi l'idea dato che a Bangkok ci volevo andare gia' da tempo. Alla fine, pur negando e rivendicando l'originalità del progetto, mi propose ovviamente di aggregarmi al gruppo. Un'altra stranezza era costituita dal fatto che questi sciagurati avevano la pretesa di trovare a fine luglio ben otto posti su un volo Thai per l'inizio di agosto. Eppure, forse per intercessione divina, vi riuscirono. Anzi, partirono tre giorni prima di me.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 38. Quando, dopo l'arrivo all'aeroporto di Don Muang, li raggiunsi in città, scoprii di avere l'albergo di fronte al loro, dove, oltre al sottoscritto, attendevano l'arrivo di un altro rinforzo, proveniente dallo scalo di Francoforte con volo Thai diverso dal mio. Roba da pazzi, appuntamenti fittizi a migliaia di Km. da casa che funzionano…
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 39. Avendo la comitiva già avuto modo di ammirare le meraviglie di Bangkok, decisero di caricarsi l'amico e di puntare subito a nord, tant'è che, non intendendo il sottoscritto sottoporsi ad un massacrante tour de force (10 ore di aereo ed immediatamente altrettante di treno) con un fuso orario di sette ore da assorbire, cominciò un curioso inseguimento per le terre del Siam, che si sarebbe concluso di lì ad una decina di giorni a Samui.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok. Rimasto solo, ma niente affatto sprovveduto, rimasi a Bangkok alcuni giorni, durante i quali soggiornai nell'albergo che avevo prenotato dall'Italia. Quando ti organizzi così, quasi sempre vieni indirizzato ovviamente in hotel di lusso o quasi, ma è anche vero che ogni tanto lo sfizio tocca toglierselo, tutto sommato vai a pagare circa 50 € a notte per sistemazioni che in Italia ti costerebbero almeno quattro volte tanto.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 40. L'ubicazione del mio hotel, sito in Pratunam, consentiva di scendere in strada a qualunque ora del giorno e della notte per acquisti ai mercatini, nonchè di raggiungere agevolmente in taxi durante il giorno i siti culturali più importanti della città. Il traffico di Bangkok è famoso per la sua insopportabile caoticità ed il costo di una corsa è talmente irrisorio, anche per una persona sola, che non ci si pensa su due volte a togliersi quest'altro sfizio.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 41. Se poi si vuole provare l'ebbrezza di un giro su di in economicissimo tuk-tuk (una specie di "Ape" aperto che può trasportare a mo' di carrozzina un paio di passeggeri), sappiate che alle volte si resta fermi per delle ore nel traffico. Respirare il prodotto dei tubi di scarico delle autovetture in fila non è proprio il massimo della vita, meglio sicuramente un comodo sedile posteriore di un taxi con aria condizionata che pagherete poco più che una corsa su di un mezzo pubblico dell'Acotral.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 42 . Bangkok è una metropoli dalle mille sfaccettature, considerato il traffico, l'inquinamento e l'odore di fritto, fogna e smog che spesso si mischiano nell'aria, consiglio di non sostarci più di tre giorni, sufficienti per ammirare le meraviglie del Palazzo Reale (Wat Phra Kaeo) e di qualche altro wat (per esempio il Wat Po), per un'escursione al mercato galleggiante di Damnoen Saduak e per una capatina al week-end market di Chatuchak.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 43 . Krung Thep, "la Città degli Angeli", cui il primo re della moderna dinastia Chakri decise di cambiare il nome in Bangkok ("Città delle susine"), è tagliata a metà dal fiume Chao Phraya che sfocia 20 Km. dopo nel Golfo di Thailandia. Un tempo città lacustre, si sviluppa oggi in un intricato groviglio di strade tutte uguali, ad ogni angolo delle quali è possibile apprezzare, nei chioschetti aperti notte e giorno, le numerose delizie della cucina thai, profumata, piccante, varia, soprattutto economica. Più un posto è per thai, più è economico e si mangia bene, alla faccia dei posti turistici spillaquattrini. Certo, occhio all'igiene…
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 44. Spiedini di pollo, pesce e maiale, zuppe profumatissime (la più famosa la Tom Yang), riso, tagliolini rosolati sulla padella insieme a diverse verdure, spezie e carni di vario tipo, frutta sempre dolce, succosa e fresca: il turista curioso e desideroso di provare continue novità gastronomiche può assaggiare il tutto con la rassicurazione che il costo di un pasto completo in Thailandia, nel suo Paese gli avrebbe garantito al massimo un cappuccino e un cornetto. Sui banchi di frutta la dolce polpa dei rossi e freschissimi rambutan o quella del lamyai dal colore arancione è sempre pronta, unitamente a papaya, mango, anguria, ananas o allo scorzoso durione, a farci compagnia nel nostro girovagare nella Terra del Sorriso.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 45. I centri commerciali sono immensi ed è un vero piacevole perdersi in questi dedalici multipiani! I prezzi sono molto convenienti per noi occidentali, anche se non paragonabili a quelli dei tantissimi mercati cittadini di Bangkok.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok. Panthip Plaza Centre con i suoi cinque piani, MBK, World Trade Center, Emporium sono i nomi più conosciuti per quel che riguarda eventuali acquisti di elettronica a prezzo contenuto.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok. La seta che si può trovare in alcuni negozi e mercati è di alta qualità e di prezzo contenuto, lo stesso dicasi per mobili e pezzi d'artigianato che adesso si trovano facilmente anche in Italia negli oramai numerosi negozi etnici, ma a prezzo quadruplicato. A Bangkok è possibile fare shopping anche di notte, nel mercato di Patpong che convive tranquillamente con l'adiacente quartiere a luci rosse (di cui avremo modo di parlare).
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 46. Pertanto la giornata è bene impiegarla per le visite culturali, prima fra tutte quella da dedicare ai templi. L'attrattiva turistica principale in tal senso è costituita dal complesso del Palazzo Reale e del Wat Phra Kaeo, all'interno del quale si può ammirare il famoso Buddha di smeraldo, il più venerato della Thailandia. Al vicino Wat Po, rinomato centro di medicina tradizionale, è invece possibile frequentare un'ottima scuola di massaggi. Il Wat Arun, sull'altra sponda del fiume, è ricoperto da migliaia di frammenti di porcellana ed è un'autentica meraviglia in stile khmer.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 47. Un giorno intero è da dedicarsi alla gita al mercato galleggiante di Damnoen Saduak (100 Km. scarsi da Bangkok), per descrivere il quale prendo in prestito le parole di Enza, che così scrive sul forum di: http://groups.msn.com/SawsdeeItaly/, ricordando nostalgicamente quanto sgargianti fossero i colori della città tempo orsono (ma ritrovabili ancora in questo mercato su barche):
"A quei tempi, parlo del lontano 1960, Bangkok era attraversata e percorsa da innumerevoli canali, vere vie di comunicazione e trasporto. Su quelle strade solcavano le caratteristiche barche stracolme di ortaggi, frutta ed anche di turisti curiosi pronti a catturare immagini ed impressioni di un mondo così caratteristico ed attraente. I mercatini galleggianti erano una enorme e traboccante fantasmagoria di tessuti, colori e profumi. Le sue sete, tessute da abili mani su piccoli telai al bordo del fiume, tinture sgargianti fatte artigianalmente da donne di età indefinibile accovacciate da giorni a rimestare gli ingredienti, tempo passato di incomparabile bellezza. Che dire dei profumi? Dolci, aspri, appetitosi e grevi, tutti mescolati in una sapiente miscela. Sulle bancarelle di tutto e di più! Modernizzandosi la città è cambiata enormemente, si è evoluta perdendo moltissimo in fascino. Rivedendola anche a tempi brevi di 4/5 anni, la si è vista cambiare, come volesse nascondere il suo fascino per i pochi desiderosi di continuare ad amarla ed a comprenderla."
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 48. Tornando sulla terraferma, occorre considerare che il tempo da dedicare per i giri a Chatuchak in occasione del mercato del fine settimana è proporzionato alla nostra voglia e capacità di camminare, perché si tratta di un mercato al cui confronto le dimensione di una romana Porta Portese impallidiscono. Più di ottomila bancarelle fanno sì che si potrebbe passare una giornata intera alla ricerca dell'oggettino giusto. Per questo è forse meglio riservarsi questo piacere a fine vacanza, perché le tentazioni esercitate dalla bellezza e dalla varietà della merce esposta, nonché il suo consueto irrisorio prezzo di acquisto, farebbero sì da ridurci a riempire i bagagli già nei primi giorni di vacanza di ogni tipo di souvenir, con l'inconveniente di portarseli dietro per il resto del viaggio.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 49. Lo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, recentemente scomparso, così descriveva questo scorcio di umanità nel suo articolo: "I misteri di Bangkok":
"A Bangkok è sempre affascinante visitare il Grande Mercato della Domenica e smarrirsi tra la gente vestita a festa che formicola sulla spianata su cui si prolunga, sino all'orizzonte più prossimo, un labirinto di negozietti e bancarelle all'aria aperta.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 50. Appena il tempo di scendere dal taxi e lasciarsi dietro l'atmosfera dell'aria condizionata, e le narici e i polmoni vengono investiti da un'ondata di aria calda e unta, profumata dai fritti in olio di cocco e dall'aromatico prezzemolo asiatico, dai cipollotti e dallo zenzero.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok. Non si hanno abbastanza occhi, né abbastanza vita, per conoscere nella sua totalità quanto offre questo Mercato della Domenica. La giungla in vasi, gabbie e acquari giganteschi, o le scatole di cartone dove le farfalle diventano strani fiori del male corpore insepulto.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 51. Salamoie brune, mosche, sputacchi di betel, chicchi verdi di riso, salamelle dolci e purulente, animali mummificati nella loro asciuttezza, peperoncini minacciosi e innervositi come eserciti di cavallette africane, funghi leggerissimi, vasellame sospettosamente valenziano, losanghe d'erba vera, galline, colibrì, bùceri, lucertole, una piccola tigre, fornelli portatili e girevoli offerti alla filosofia del mangiare quando si ha fame e al diritto naturale di sopravvivenza delle mosche asiatiche, sciroppi di tutti i colori della sciropposità, boschi di bottiglie di salsa pesce, il sale della Thailandia, un cane bassotto come una lampreda, duro e bigio, maialini neri, jeans, cobra senza veleno, manguste nella loro gabbia manicomio, cassette di Steve Wonder e dei Supertramp, cocco filato, noci di cocco addomesticate dal machete e ridotte in scatole verdi per la cannuccia di plastica, piccole tettoie prefabbricate, una giovane tigre senza un ruggito da portarsi in bocca, spiedini di maiale ricoperti da un miele scuro, spaghetti di riso sottili come cibo per angeli vergini, orchidee cresciute in noci di cocco, giacconi di plastica imbottiti per inverni mentali, tenute militari per guerriglieri urbani, machete, portachiavi, uova di pesce in salamoia simili a coglioni di mulatto, una vasca da bagno in cemento dipinta di verde, agitatori sociali col megafono che incitano le masse mentre la polizia sembra non sentirli e controlla il tutto a una distanza tollerante e prudente."
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 52. Sono davvero sufficienti pochi pernottamenti a Bangkok per rendersi conto di essersi calati in un altro mondo, pieno di eccessi e di contraddizioni, perfettamente riassunti nel seguente articolo di Raimondo Bultrini:
"METROPOLI FOLLIE" a Bangkok:
"Lungo le strade piene di smog del centro metropolitano di Bangkok il turista può seguire attraverso i banchetti fumanti di cibo un percorso di odori etnici che potrebbe portarlo in luoghi non solo sconosciuti al palato ma alla mente stessa, tanto esotici da non rientrare in nessun glossario delle Lonely Planet. Per scovare il codice segreto del pieno godimento dei cinque sensi di questa grande e a suo modo magica metropoli, può essere addirittura controproducente fermarsi al colpo d'occhio dei grattacieli, dello skytrain superveloce che sovrasta il serpente di auto in fila perenne, dei fumi che s'innalzano tra palazzi inquietanti stile Blade Runner, dei grandi magazzini sontuosi come una copia del Panheon di cattivo gusto inzeppata di creme, multinazionali, computer, Dvd. Meglio addentrarsi allora nel regno di contrasti alimentari di Bangkok che danno piacere al palato, nel lento fluire di sensazioni che il massaggio (quello tradizionale praticato in ogni famiglia) offre al corpo attraverso il tatto, nella miscellanea alternanza di choc olfattivi scatenati da fiori, incensi ed effluvi delle zuppe tom yam, nell'universo di colori e visioni pennellato dalla natura tropicale, dai templi e dalle opere d'arte siamesi e khmer; nel quieto rifugio allo stress che la meditazione sull'ineffabile sorriso dei centomila Buddha offre alla mente. Per riconoscere e imboccare senza tentennamenti questa via esoterica dei sensi, i viaggiatori a Bangkok esperti consigliano di fare conoscenza prima di tutto con la Thailandia delle minoranze e della natura. Meglio munirsi di questo antidoto ai veleni di Bangkok e non accedervi dall'alto, catapultati da un aeroplano, ma dal basso, dal suolo o dal fiume Chao Phraya, come ha fatto Joseph Conrad col suo vascello Otago nel 1888: "Davanti a noi", scriveva in Linea d'Ombra, "adagiata sulle due rive, la capitale orientale che non aveva ancora subìto il conquistatore bianco: una distesa di brune case di bambù, di stuoie, di foglie di uno stile architettonico fatto di vegetali, sorta dal suolo bruno sulle sponde del fiume fangoso...". Oggi restano il bambù che si usa ancora per le impalcature dei cantieri e il colore fangoso del fiume, ma lo stile architettonico ha sostituito ai vegetali il vetro e il cemento, per dare alloggio agli attuali dodici milioni di abitanti tra i quali il 79 per cento dei laureati di tutta la Thailandia, il 78 per cento di tutti i farmacisti e il 45 per cento dei medici. Qui si concentra l'80 per cento degli apparecchi telefonici del paese e il 70 per cento di tutte le automobili. Bangkok è la vetrina dove la Thailandia espone ciò che agli altri piace vedere e provare, e i thailandesi hanno finito per apprezzare a loro volta, tranne che nel cibo, lo stile farang, un termine usato indistintamente per definire gli occidentali. Abiti di Gucci o di Armani, Ferrari e Bmw, Kentucky Fried Chicken, Ibm, capelli stile punk e corsi di lingua inglese non la distinguono da altre metropoli dell'Asia. Il paradosso è che a portare il farang style a Bangkok non sono stati i thailandesi, ma l'etnia thai-cinese, che domina da sempre l'economia e il commercio in tutta l'Indocina. Sono loro la stragrande maggioranza degli abitanti della Città degli Angeli e combinano l'attitudine cinese per gli affari con la tendenziale molle dissolutezza degli indigeni. Thai-cinese è il premier Thaksin Shinawatra, il Berlusconi di Bangkok; thai-cinesi sono i padroni delle più grandi compagnie di telecomunicazione, delle aziende di costruzioni, così come lo sono i banchieri, i Signori della prostituzione e del gioco d'azzardo. Le loro fortune sono legate alla infaticabile perseveranza con cui hanno raggiunto i loro obiettivi, a cominciare dal benessere materiale delle rispettive famiglie che, nel motto dei tycoon asiatici, è la materia numero uno della felicità. Il sistema per fare soldi lo hanno copiato, come è capitato con i microchip e i giocattoli, dagli americani che durante la guerra del Vietnam avevano già realizzato a Pattaya, la Ostia dei bangkokkini, un prototipo di città-supermercato del benessere: un luogo dove offrire ai turisti in cerca di esotico svago e agli uomini d'affari superimpegnati riposo, ristoro, droga e sesso come gli yankee fecero con i propri soldati, imbottiti anche di eroina per reggere l'eccitazione, il caldo e la paura dei vietcong nella giungla. Un business talmente attraente che, una volta trapiantato direttamente nella grande metropoli, ha permesso alle Triadi cinesi di trasformarsi nel più grande motore economico di questa parte dell'Asia. Non è un caso che dal milione e mezzo di abitanti che contava prima della guerra persa da Washington nel 1973, Bangkok sia passata agli attuali 12 milioni, e che l'originale spirito thai del borgo di 600 mila anime dei primi '900 si sia diluito lungo ciò che resta degli antichi canali, ormai cementati e trasformati in cloache. Per scrutare la nuova umanità basta fissare il marciapiede e le auto in fila a un semaforo rosso della Sukhumvit Road. L'autista in livrea sbircia nello specchietto la signora con gli occhiali scuri adagiata sul retro della luccicante fuoriserie. Un Tuk Tuk (cioè un triciclo a motore) puzzolente le spernacchia sul vetro gas nero, ma nello sguardo della donna, dentro la sua nuvola di aria condizionata, c'è la stessa indifferenza di quando è costretta a osservare, in nome della pacifica convivenza e del conto in banca, il suo ricco marito giocare a golf la domenica mattina con gli amici del consiglio d'amministrazione.
Dietro i finestrini brumati di una Range Rover rombante a Bangkok , autista e proprietario sembrano dominare nei rispettivi ruoli la strada e la città. Il loro clacson strepita contro un vecchio camion che non ha mai conosciuto revisioni, sorpassato d'azzardo da ragazzi in motorino con gli occhiali curvi a specchio e i capelli col gel. Lungo il marciapiede, decine e decine di carretti trasformati in cucine ambulanti soffriggono intanto spring rolls e cavallette giganti, bollono zuppe di maiale, cocco, zenzero e pollo al chili, arrostiscono spiedini odorosi di oli vegetali e caramello. Miasmi dolciastri e aspri si mischiano a quelli degli scappamenti, e file di donne di servizio, commessi, impiegati in uniforme aspettano le loro zuppe e il riso fritto prima di sciamare verso uffici e alberghi o in qualcuno dei grandi centri commerciali in gran parte semivuoti, costruiti spesso con l'unico scopo di investire soldi di traffici e transazioni non sempre leciti. È quando fa buio che, allo stesso semaforo rosso, qualcuno degli impiegati, l'autista e il proprietario della Range Rover, il marito della signora in fuoriserie e della commessa, tornano come falene attratte dalle luci del neon dei quartieri di Nana o Pat Pong. Qui cercheranno, tra gli angeli della notte dei go-go bar, un frammento del Paradiso perduto, quando si faceva l'amore nelle barche e il Chao Phraya pullulava di spiriti buoni."
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 53. Della a dir poco "movimentata" vita notturna della capitale thailandese parleremo in seguito, perché questa prima parte è un racconto di vita vissuta, di esperienze e sensazioni provate di persona ed il sottoscritto, adesso forse anche con un leggero rimpianto, non ha mai messo piede al Monnalisa, alle Thermae, a Nana Plaza o a Soy Cowboy, solo una fugace apparizione a Patpong quattro anni prima per uscirne alquanto disturbato, perché se proprio devo andare con una mignotta lo decido io dove come e quando, non uno delle decine di ruffiani e buttadentro che ti strattonano per la strada urlandoti ossessivamente le parole "Sex, pussy, show, ecc.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 54. Conclusa la tre giorni bangkokkina, era giunto il momento di dare il via a quella che consideravo, non a torto, la parte più affascinante ed avventurosa della vacanza, vale a dire la puntata nel profondo nord, con visita a Chiang Mai e ai suoi meravigliosi wat, condita dall'emozione di un trekking di tre giorni nelle foreste verso il confine birmano.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 55. A dire la verità, l'immaginario collettivo viene molto più solleticato a livello emozionale da una capatina nel famigerato triangolo d'oro dell'eroina, dove la Thailandia confina con il Laos e la Birmania, sopra Chiang Rai. Adesso la situazione sembra un pochino più sotto controllo, ma, considerato anche il fatto di trovarmi da solo, ritenni tale escursione un pochino pericolosa, stando anche ai racconti riferenti di qualche schioppettata partita non si sa se da militari, da narcotrafficanti o da chi altro. Dovendo scegliere, optai allora per Chiang Mai e i suoi dintorni.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 56. La città e tutta da godere, un'alternativa culturale a Bangkok (pur diversa) come lo potrebbe essere, per importanza, una Firenze per Roma. I vantaggi? Qui in tuk tuk ci giri sempre, tanto per capirci, lo smog è di gran lunga inferiore, la tranquillità di vita maggiore, una città di provincia, insomma, 300.000 abitanti circa contro i sette milioni di Bangkok.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok. E' piacevolissimo girare a piedi nella città vecchia, lasciandosi guidare dalla guida Mondadori sempre a portata di mano e dal proprio intuito, alla ricerca dei numerosissimi wat, percentualmente persino maggiori che a Bangkok.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 57. A Chiang Mai alloggiai per soli 100 bath a notte (cinquemila lire) in una guest house. Cari i miei stronzoni che vi penserete che solo quel cialtrone del Santux potrebbe dormire in topaie da 5.000 lire (anzi, aggiorniamoci, 2,58 €), sappiate che si tratta di comode stanze con ventilatore, bagno (spartano) in camera, letto con lenzuola e coperte. Voi andatavene pure in quei cazzi di fintissimi Club Mediterranee ad illudervi di conoscere un posto sborsando l'ira di Dio pur di avere i vostri inutili confort…
Viaggio in Thailandia , a Bangkok. Al di là degli scherzi, credo che in una vacanza di un mese come quella che feci io, sia più proficuo investire per una sistemazione di livello superiore quando ci si accinge a villeggiare in qualche località turistica balneare, ma se si tratta di avere solamente un riparo per la notte, laddove gran parte della giornata la si trascorre in giro a visitare, perché buttare soldi dalla finestra?
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 58. Un'altra delle magie della Thailandia? La constatazione che, in vista della partenza per il trekking di tre giorni, mi conveniva tenere riservata la stanza per tre giorni per lasciare il grosso dei bagagli, piuttosto che trovare un luogo dove lasciarli custoditi.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 59. Sul pulmino che ci avrebbe condotti al luogo di partenza dell'escursione salirono due ragazze coreane (cessi), una coppia di olandesi, due ragazze francesi (cessi), tre ragazzi inglesi (matti), una ragazza tedesca (cesso), per formare così un gruppo altamente eterogeneo di persone, di varia provenienza e di differente cultura, ma aventi in comune il gusto di viaggiare e dell'avventura. Tanto per cambiare, il fetuso che parlava inglese peggio di tutti ero io, il solito italianuccio meschino, pronto ad accondiscendere con il capo ad ogni accenno che essi facevano per coinvolgermi nelle loro conversazioni o per chiedermi un parere in merito alle stesse, ma era il massimo che potessi fare. Particolarmente quella bombardona della tedesca mi attaccava dei soliloqui culturali sulla Thailandia che secondo me avevano solamente lo scopo di spianarsi la strada verso il maschio latino, tanto che io pensavo tra me e me: "Ma chi l'ha sciolta?" ... Comunque simpatica.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 60. Devo ammettere che questi trekking non sono poi così riposanti, garantisco che alla fine della giornata ci si arriva alquanto stanchi. Nel complesso si cammina anche per sette - otto ore al giorno, portandosi dietro uno zaino che in pianura non pesa tanto, ma che nei frequenti saliscendi del tragitto induce nella forte tentazione di frullarlo via molto volentieri.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 61. Come facesse parte di un copione prestabilito, un istante dopo essere scesi dal pulmino che ci aveva trasportati sul luogo di inizio escursione, comincio a piovere ininterrottamente, la tipica pioggerellina da foresta pluviale, ore ed ore sotto la pioggia a camminare in mezzo ad una sontuosa vegetazione. Nei tre giorni di trekking si passa in mezzo a foreste dove la guida apre la strada col machete affilato, si costeggia a passo da indossatrice enormi risaie a terrazza (caratteristiche anche a Bali), si percorre un tratto di fiume in piedi su di una zattera, cercando di non farsi sbalzare fuori bordo all'atto di immergere in acqua un bastone lungo tre metri per remare in mezzo a delle mini-rapide, si assapora il gusto di una passeggiate a dorso di elefante…in poche parole si apprezza la natura e l'appagante senso di libertà che da tutto ciò deriva.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 62. A proposito, quel cazzaro della guida mi dovette per forza aver visto in faccia, per decidere di farmi posizionare direttamente sulla capoccia dell'elefante. Tutti gli altri escursionisti erano seduti civilmente e comodamente sulle poltroncine adagiate con sicurezza sul dorso dell'animale, il sottoscritto, invece, stava in precario equilibrio a cavalcioni sulla testa di quel protosauro che faceva sempre come minchia gli pareva, tanto i cazzottoni che gli mollavo sulla testa manco li sentiva. Nel frattempo, mi sfregiavo l'interno coscia delle mie delicate gambine appoggiate nude sui suoi pelacci irti e graffianti, manco c'avesse avuto una spazzola per il rame sul testone…come se non bastasse la tedesca si sentiva sicuramente estasiata a presenziare sul retro del mio stesso vagone…
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 63. Una cacata galattica direte voi? Maddechè, un'esperienza indimenticabile, favolosa, coinvolgente, immersi in una natura esotica ed incontaminata. Ripeto e ribadisco: statevene pure sulla sdraio del vostro albergo a 5 stelle, se la pensate diversamente.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 64. Viaggiando, inoltre, si ha sempre l'occasione di incontrare tipi bizzarri, viaggiatori come te, oppure locali. In questa occasione i tre ragazzi inglesi, niente affatto spocchiosi come solo i sudditi di sua maestà britannica sanno essere, si rivelarono un triste prototipo dell'uomo moderno: sempre in fuga da qualche cosa. Questi mattacchioni, in inglese o nel loro italiano da film comico (avevano studiato lingue), mi spiegarono come si fossero appena laureati per intraprendere il sogno della loro vita: il giro del mondo viaggiando: Thailandia, Laos, Vietnam, Indonesia, Australia, Stati Uniti Messico, Spagna e rientro (o qualcosa del genere), il tutto in un anno, approfittando delle promozioni a miglia delle compagnie aeree. Avevano lavorato per un anno intero per mettere da parte i soldi necessari all'impresa, che si configurava come nient'altro che una fuga da tutto, passato, presente e futuro: l'uno per rinviare (ad oltranza) l'entrata nel mondo del lavoro nella ditta del padre, l'altro per la sua imperante nausea nei confronti della società civile, l'ultimo per dimenticare una cocente delusione amorosa. Mi faceva molta tenerezza il più grande di loro (25 anni) quando si confidava con me sulle sue delusioni amorose e mi chiedeva pareri e consigli sui comportamenti da tenere con le ragazze thai conosciute nei locali, manco c'avessi la faccia o l'aspetto del puttaniere di professione.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 65. Sulla via del ritorno il pulmino ci portò a vedere la montagna del Doi Suthep, sulla cui sommità svetta sontuoso e maestoso il tempio omonimo, uno dei reliquiari buddisti più importanti della Thailandia del nord, per raggiungere il quale è necessario fare una scalinata di quasi trecento gradini. Peccato per la nebbia e la pioggerellina vaporizzata che non rendeva merito alla bellezza del luogo, con il suo chedi d'oro, con le campane del buon auspicio e con lo splendido panorama della vallata sottostante.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 66. Al ritorno dal trekking mi ci volle un intero giorno per riprendermi, avevo i muscoli talmente indolenziti da non potermi permettere neanche un massaggio rilassante, pena dolori atroci al semplice tatto. L'indomani a sera fu d'obbligo, dopo le meritate due ore di massaggio (tradizionale, scemi) gironzolare per il night bazar, il luccicante mercato notturno di Chiang Mai, dove si possono fare degli affari eccezionali in termini di souvenir, compresa quella manciata di braccialetti d'argento (credo cinque o sei) che acquistai per la spropositata cifra di 5.000 lire dai ragazzini delle tribù collinari, scesi a vendere le loro mercanzie con indosso i coloratissimi costumi tradizionali.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok. Era ormai tempo di raggiungere gli amici con cui mi tenevo in contatto via e-mail, i quali da qualche giorno già stanziavano a Samui. Per il ritorno presi l'aereo, feci scalo a Bangkok e subito via su quella specie di taxi con le ali che è il volo della Bangkok Airways che conduce a Samui.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 67. Un mio amico siciliano ormai disperso, asceta sinistroide maritato con una brasiliana, tale prof. Montesanto, in uno dei suoi deliri naturistici mi spiegò una volta l'importanza di arrivare in un posto nuovo via mare, o, in ogni caso, lentamente, "minghia, pecch'è accossì assapore l'aria, sende l'addore, la nuova terra entra dentr dittè lendamenth…".
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 68. Probabilmente ha ragione lui, ma a Samui io dico che bisogna arrivarci dall'alto. Il battello da Surat Thani o da Don Sak è sicuramente più economico ma, confermo, a Samui bisogna andarci in volo. Non solo per lo spettacolare panorama aereo che si può godere durante le virate che il pilota volutamente effettua sopra le varie isole ed isolotti dell'arcipelago omonimo (posto lato finestrino, mi raccomando), ma soprattutto per rimanere stupefatti che quell'insieme di piste di cemento, torri ed hangar che noi siamo soliti definire con il termine "aeroporto", ceda il posto ad un quadretto da lasciare a bocca aperta per la sua raffinatezza, per i suoi colori, per il suo farti sentire arrivato in paradiso sin dal tuo primo appoggio plantare. Posti d'imbarco e sbarco all'aperto, sotto capanne solide ed attrezzate, immerse in una rigogliosa vegetazione nella quale spiccano fiori dei più vivaci colori. Anche pochi istanti dopo lo sbarco sono sufficienti per rimanere esterrefatti di tanta bellezza e pronunciare meravigliati le parole alate: "Ma andò cazzo sto?"
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 69. Se hai prenotato un albergo ti vengono persino a prendere con un cartello di benvenuto, facendoti sentire una specie di dio greco. Se sei un turista fai da te, ti butti invece dentro un furgoncino insieme ad altri turisti, spari all'autista il nome della spiaggia dove intendi sistemarti (di solito Chaweng o Lamai) ed il tuo sogno ha inizio.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 70. Già come esci dall'aeroporto, ti accorgi di come non sia affatto sovrastimata la cifra di 20.000.000 di noci di cocco che periodicamente da Samui prendono il volo per varie destinazioni: l'isola è quasi interamente ricoperta di palme, con un entroterra collinoso e caratterizzato da una fitta vegetazione. Anche la principale arteria stradale, che fa un percorso ovale rasentando per lungo tratto le coste, si dipana fendendo la vegetazione sempre presente ai bordi, al pari degli immancabili chioschetti gastronomici per le soste rifocillatorie dei viandanti.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 71. Se poi si prendono le stradine che penetrano all'interno, come quella che porta al Butterfly Garden a sud dell'isola, allora viene voglia di chiedere a Dio un miracolo e di farci morire lì, magari vivendoci pochi anni, ma di non abbandonarla mai, quella terra che se proprio non è l'Eden, almeno ci si avvicina molto (Eden sta per Paradiso Terrestre, non per il locale di Bangkok dove ti carichi anche tre figone lesbiche tutte insieme, ci siamo capiti, vero ragassi o.k. e affini?).
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 72. Non che non esistano posti ancor più belli, nel Sudest asiatico come nei Carabi o in Polinesia, ma la particolarità di Samui consiste, a mio modo di vedere, nel saper offrire tutto quello che un viaggiatore può cercare, senza scadere in nessuna sorta di eccesso: né troppo solitaria (alla Robinson Crusoe) e totalmente priva di divertimenti e tentazioni, né troppo puttanaio fine a se stesso, come può essere una Pattaya. Qui, semplicemente, vai dove sai che puoi trovare quello che cerchi…
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 73. A me piace particolarmente la spiaggia di Lamai, la seconda per importanza dopo Chaweng, più caotica e turistica. Non che a Lamai manchino pub, ristoranti, baretti, luci al neon e luoghi dove poter fare conoscenza, ma la trovo più rilassante e meno "sputtanata" di Chaweng, oltre che leggermente più economica. Non per niente gli italiani, che notoriamente non brillano per iniziativa ma si lasciano in genere guidare dalle agenzie, di solito scelgono Chaweng, sino ad invaderla come le cavallette nel mese di agosto. In ogni caso le due località distano un quarto d'ora di motorino l'una dall'altra e sono pertanto facilmente raggiungibili reciprocamente. Bo Phut a nord dell'isola è una valida alternativa soprattutto per i suoi sfiziosissimi ristorantini in riva al mare, dove cenare è un piacere non solo per il palato, ma anche (scusate se sono obsoleto) per il portafoglio, per niente alleggerito in proporzione al servizio ricevuto.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 74. Quando arrivai, proveniente da Bangkok, non ero a conoscenza di dove esattamente alloggiassero i miei amici: proprio quando mi serviva un'informazione precisa e dettagliata, quella scema di Chiara non aveva mai risposto alle e-mail o agli sms da me inviati. Optai, logicamente, per Lamai, che inoltre già conoscevo per esserci stato tre anni prima in compagnia del Dott. Bauer. Altrettanto logicamente loro stavano a Chaweng. Il giorno dopo li raggiunsi e cominciai a frequentarli, non prima di essermi tolto lo sfizio di andare a fare una visitina alla mia massaggiatrice preferita della precedente vacanza, una certa Sao di stanza a Lamai, una specie di Natalia Estrada con gli occhi a mandorla. Tre anni prima mi volli togliere subito il pensiero ad inizio vacanza: ignaro di come funziona in genere la cosa in Thai e fortemente contrario ai rapporti mercenari, una volta disilluso sul fatto che la ninfa asiatica in questione fosse intenzionata a venire con me per la mia illimitata avvenenza, l'avevo già ricaricata sul motorino a bordo del quale si era presentata all'appuntamento sotto il mio albergo, poi la guardai meglio: chiappe da mulatta, pere inusitatamente (per una asiatica) sviluppate e a fatica contenute dal corpetto che indossava, visino da bambola…non potevo fare a meno di esternare a me stesso il seguente pensiero filosofico:
"Ma che cazzo ti frega, ma chi cazzo ti vede, per una volta…"
Fu uno short time piuttosto squallido, ad un certo punto, per sbrigarmi a finire, mi sfilai quel condom da dinosauro che avevo indossato, più simile al dito di un guanto di gomma che ad un'anticoncezionale normale, preso dalla farmacista nell'ultimo scaffale (ma, si sa, mai trascurare la prevenzione in certi posti) e finimmo la storia manualmente.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 74. Però a posteriori, messe da parte le possibili remore di carattere socio-culturale, una volta convenuto sul fatto che un tale tipo di rapporto non può certo essere messo sullo stesso piano del sesso con amore…ammazza che figa!!!
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 75. Sempre all'epoca, testardi più di un mulo, io e il Dott. Bauer puntammo su lidi meno turistici, nella speranza di non sentirci ripetere la solita tiritera: "Fivehundled bath". Una mattina rimorchiammo un confettino di 19 anni al mercato di Nathon, mangiammo insieme a lei, le proponemmo di farci compagnia in giro per l'isola, ci spiegò un qualcosa che non capimmo molto bene o, forse, non volemmo capire. Chiamò allora un tizio maggiormente ferrato nel parlare inglese, il quale ben chiaramente ci disse:
"Se volete che la ragazza venga con voi, dovete lasciare tot. soldi alla signora anziana che vi sta osservando divertita dietro il bancone del chiosco".
"Ma che cazzo, pure qui?" ... pensammo tra noi, andandocene sconsolati.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 76. Apro subito una parentesi: non pensiate che in Thailandia sia sempre così, anche nei posti turistici, non permettetevi di fare di tutta un'erba un fascio, anche se di norma…in certi posti…funziona proprio in tal modo. Ne riparleremo ampiamente.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 77. Memore dell'esperienza passata, comincia a considerare la situazione in cui trovavo: alcune delle ragazze della comitiva di Chiara erano fidanzate, altre, lei compresa, erano piuttosto carine ma, sinceramente, non mi andava proprio di rompere i coglioni (con chissà poi quali possibilità di successo e a rischio di venire rifiutato dal resto del gruppo), a delle ragazzine di vent'anni di cui una poi avevo visto crescere (con ottimi risultati, devo dire la verità). Ora il problema non era tanto questo, quanto il fatto che, come scritto nell'introduzione, dopo dieci giorni di viaggi, camminate e sballottamenti vari, il fratellino cominciava a chiamare ed io mi trovavo in un posto dove, se non l'hai addestrato ben bene a stare al suo posto, rischi seriamente di finire al manicomio.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 78. In mezzo ad uno sconfinato mare di figa, la prospettiva di rientrare nel bungalow da solo dopo avere passato la serata in discoteca a tentare di caricarmi una turista farang per poi magari ricevere un due di picche, non è che mi attirasse poi molto. Al tempo stesso non avrei gradito farmi appiccicare dai componenti della mia nuova comitiva (due - tre li conoscevo bene) l'etichetta di puttaniere per essermi caricato un'amichetta thai per una notte.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 79. Tanto valeva allora risolvere il problemino subito, fintanto che stavo a Lamai, prima di raggiungerli (come feci subito dopo) al Ban Chaweng Resort.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 80. Sao, che mi riconobbe anche per via della mia piccola anomalia podale, fu ben lieta di svolgere il suo importantissimo ruolo di assistente sociale diplomata, svolgendo anche opera di prevenzione per la sua stessa salute, con alcune sedute di fisioterapia per il collo cui si sottopose con me in privato…
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 81. Il Ban Chaweng Resort è composto di bungalow da buona sistemazione, mediamente ben dotati di servizi, in un giardino curato ed accogliente, prezzo quasi contenuto (1.200 bath), unico problema: il "Green Mango" a duecento metri in linea d'aria, la più frequentata discoteca di Chaweng (insieme al più distante "Reggae Pub") ce l'avevo sostanzialmente sull'uscio di casa: praticamente impossibile riuscire ad addormentarsi prima di una certa ora (se lo volevi).
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 82. A dire la verità, adesso che mi ricordo Sao non fu l'unica topolina che mi caricai a titolo precauzionale (in Thailandia è facile perdere il conto delle donne), perché, dopo molte insistenze, nell'ultima capatina a Lamai per prendere gli ultimi bagagli, riuscii finalmente a rimorchiare una fighetta davvero carina e spigliata che avevo conosciuto la sera prima ad un bar, Ketsouda mi pare si chiamasse. Ma, una volta approfondita la conoscenza nel mio nuovo bungalow, puntualmente arrivò la sua richiesta di saldo, accompagnata da una bella stilettata per lo stupore da me manifestato alla sua richiesta:
"You crazy, you don't pay for lady?" ("Sei matto non paghi per le ragazze?")
come a dire: "Ma da 'ndo cazzo vieni?"
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 83. Io ero ancora della mia ingenua convinzione che se avevo dovuto insistere per averla, lo dovevo al fatto che lei fosse una "brava ragazza". Dovetti ben presto cominciare a riconsiderare le mie convinzioni sulle "brave ragazze", almeno in Thailandia.
Viaggio in Thailandia , a Bangkok : giorno 84. Tornando ai miei amici mi dissero di non essere particolarmente entusiasti della vacanza, a parte Bangkok Ti credo: a nord il trekking se lo erano fatti di un giorno solo (le donne sono sempre una palla al piede), a Samui non si erano mai allontanati da Chaweng, dove a parte le discoteche e la vita notturna non c'è altro (avessero affittato dei motorini avrebbero scoperto autentiche meraviglie), i maschietti, pur single, non volevano sputtanarsi agli occhi delle femminucce usufruendo dei servizi in loco, insomma, che cazzo c'erano venuti a fare in Thailandia? Mi mancava Bangkok ! Come se non bastasse, serpeggiava tra loro un nervosismo latente, come sempre si verifica quando in una vacanza si parte in otto persone di cui chi la vò cotta e chi la vò cruda, tutti tendenzialmente viziatelli e figli di papà.
Questo libro non è per tutti, ma è per coloro che hanno lo stomaco duro e che vogliono andare oltre, per tutti coloro che amano capire e non accettare passivamente un postulato arbitrariamente imposto, per coloro che non si stancano mai di mettere in discussione le proprie opinioni, i propri convincimenti e che altrettanto volentieri non si scandalizzano ad affrontare determinati argomenti, prescindendo da facili tabù.
Il mio scritto, se letto con attenzione, potrà interessare il sociologo come l'imprenditore, il moralista come il puttaniere, introdotti come sono tutti i prototipi umani dalla mia personale storia di vita vissuta al tentativo di comprensione di un fenomeno sociale a vasto raggio, comprendente rapporti di coppia, prostituzione, coppie miste ecc.
La stesura si dipanerà infatti attraverso una prima parte dedicata al racconto di quanto accadutomi durante la mia relazione con una ragazza thailandese da giugno 2001 sino a maggio 2003, in un formidabile concentrato di speranze, aspettative e disillusioni. La seconda parte, invece, vorrà essere un tributo ai "principi del forum" protagonisti con i loro post di accese discussioni sui vari forum sulla Thailandia, sino a costituire, senza timore di eccedere in sperticati elogi, un valido compendio sociologico.
Il tributo va a ringraziamento di tutti coloro che ho letto e con i quali ho qualche volta discusso nei forum dei vari siti, il cui contributo è stato fondamentale per aiutarmi a comprendere la mia situazione e ad accettarne gli esiti negativi, perché, al di là di tutte le possibili elucubrazioni mentali e di tutte le speculazioni teoretiche che i vari esperti del settore potrebbero fare, avere la possibilità di conoscere il pensiero di chi certe realtà le vive quotidianamente e le conosce a fondo, che si tratti della convivenza con una moglie thailandese o dell'assidua frequentazione di go-go bar, risulta sicuramente più utile, oltre che più coinvolgente.
In appendice al libro… beh… a qualche maschietto un minimo di curiosità gli sarà pure venuta…
Sottolineo inoltre che mai avrei pensato di poter constatare, all'interno di questi gruppi di discussione, un così alto grado di cultura, (lo dico senza alcuna ironia), intesa più come conoscenza di vita e capacità di riflessione che come nozionismo puro. A parte i momenti in cui, per taluni forumisti di alcuni siti, sembrava d'obbligo esternare goliardicamente volgarità concettuali a raffica, anche le persone che denotavano sgrammaticamente una scarsa frequentazione scolastica riuscivano, a loro modo, a fornire spunti di riflessione e a dimostrare sensibilità e capacità d'analisi fuori del comune, con grande desiderio di confrontarsi, di mettersi in discussione, di guardarsi dentro, al punto da impedirmi di giudicarli e ritenerli solamente dei puttanieri di professione (che ne penseranno i "ragassi o.k."…). A tutti loro complimenti e grazie di cuore.
Se qualcuno o addirittura molti troveranno la storia raccontata non di loro gradimento, che dire…mai pen rai, per l'appunto, ovvero, prendendo in prestito una tipica espressione tailandese, manifesto principe della loro cultura e del loro modo di essere: "non fa niente, pazienza…".***
Buona lettura.
*** citazione del filosofo postmoderno noto con lo pseudonimo di Redman sul sito Thailandia Web:
"...in effetti la traduzione semanticamente più vicina all'inglese del "mai pen rai" sarebbe "never mind", letteralmente "mai preoccuparsi", un po' come il castillano "tranquilo!" spesso usato in Sudamerica e ai Caraibi pressochè da tutti... ...ma la traduzione semanticamente e filosoficamente più corretta del "mai per rai" credo di averla trovata nel mio dialetto piacentino: "tola su dosa" tradotto per i non-indigeni "prendila su dolce" che descrive uno stato d'animo rispetto alle cose della vita..."
Lentamente muore....
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco
e i puntini sulle "i" piuttosto che
un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro
chi non rischia la certezza per l'incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Lentamente muore
chi distrugge l'amor proprio
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.
Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento
di una splendida felicità
P. Neruda
1.1 - Alle origini…
"…Sì, favoloso! E poi andremo anche in pellegrinaggio all'Havana alla Plaza de la Revolution oppure, se scegliamo il Messico, ci prodigheremo a dare conforto morale e aiuto pratico agli zapatisti…"
Alberto, il solito amico sinistroide veterocomunista che aveva appena pronunciato tali emerite ed irrealizzabili (almeno in mia compagnia) stronzate, già si era coperto il volto timoroso di subire l'ennesima lezione…politica, poi si tranquillizzò confidando sul fatto che tutto sommato si stava pianificando, anzi fantasticando un viaggio in comitiva in qualche posto dell'America latina. Il freddo Natale del 2001 ben si prestava (come quello del 2000, del 1999, del 1998…) ai soliti voli pindarici che però si concretizzavano puntualmente, sul finir della primavera, nelle solite commoventi frasi: "Devo vedè come sto messo con gli esami, ma comunque se fa", "Sto un po' agli sgoccioli coi sordi, ma je la dovrei fà", "Te faccio sapè…" e così via.
In un ripetersi ciclico paragonabile solo, per la sua puntuale cadenza, alla dottrina delle quattro età di cui parlano Evola, Guenon o Eliade, la tradizionale baldanza e sicurezza invernale dei personaggi di cui sopra, si scontrava a distanza di mesi con il loro rendersi conto di avere sparato le solite cazzate, consapevoli, nel momento in cui le pronunciavano, di non avere alcuna volontà e possibilità di porre anche solo i presupposti, durante l'anno, per realizzare ciò che per l'ennesima volta doveva limitarsi a restare un bellissimo sogno.
Parto da qui per far sentire un po' in colpa coloro i quali ritengo i responsabili indiretti delle mie disavventure, proprio a causa dell'abbandono vacanziero di cui fui vittima nell'estate 2001.
Erano infatti già due anni che me ne stavo a Roma d'estate, per racimolare i quattrini necessari ad andare a vivere da solo (la versione originaria pre-censura così recitava: "per annammene de casa prima de impiccà mi madre"), l'obiettivo era quasi raggiunto e non avevo nessuna intenzione di rinunciare ancora una volta a quella che per il sottoscritto, come per tanti altri individui "particolari", costituisce una ragione di vita, una fissazione, una droga, chiamatela come cazzo vi pare: i viaggi.
Il viaggiatore appartiene ad una razza diversa dal vacanziere: il secondo ama gli agi e la sedentarietà, si reca in villeggiatura a Cuba a Varadero ma non mette piede a Trinidad, in Egitto va a Sharm El Sheickh ma ignora Dahab, del Messico apprezza Cancun ma di Puerto Escondido sulla costa del Pacifico ne ha fatto la conoscenza solo con il film di Abatantuono. Insomma, ci siamo capiti, non gliene pò fregà de meno di conoscere e capire le usanze locali, di girare, di visitare. Gli è più che sufficiente sbragarsi dalla mattina alla sera al sole come una grossa e grassa foca, alzarsi ogni tanto per accampare qualche pretesa nei confronti del personale dell'albergo (tanto per attestare la propria superiorità occidentale), per poi rilassarsi la sera e farsi prendere per il culo assistendo ai soliti spettacolini preconfezionati (falsi come i Rolex delle bancarelle), messi in scena nel suo albergo a 5 stelle, dove soggiorna felice e beato 24 ore al giorno.
Il primo, invece, ama la diversità (non quella sessuale, scemi!), si diverte a girare, a conoscere luoghi e persone, ad assaggiare sapori nuovi, a rimanere affascinato da antiche suggestioni Anela e aspira, in sostanza, a vivere un'avventura continua.
Personalmente ho sempre cercato di soddisfare queste esigenze recandomi in paesi esotici, immergendomi in culture completamente diverse dalla nostra, potendo ammirare paesaggi meravigliosi ed inusuali ai nostri occhi. Mi piace cambiare posto o città di continuo, restare sino a che ne ho voglia, andarmene anche dopo solo un giorno se un posto non mi aggrada, senza essere vincolato e condizionato da programmi precostituiti. Il programma della vacanza, anzi del viaggio, me lo faccio io (e che programma), voi rimediatemi solo il biglietto dell'aereo (possibilmente economico).
Un tale tipo di vacanza non si presta particolarmente per certi posti del Sud America, specialmente se, come nel mio caso, si parte da soli. Il lungomare di Cartagena o il mare dei sette colori dell'isola di Sant'Andrè già ammaliavano i miei pensieri (del fatto che l'affascinante zia colombiana di none Rosita mi avesse detto in passato che lei era la più brutta della città, non ne tenevo minimamente conto…), ma considerare come questi posti si trovino in una nazione come la Colombia, non del tutto raccomandabile per il turista - avventuriero, mi fece presto recedere dai miei intenti. Conoscendo infatti il mio carattere poco propenso al compromesso, niente di più probabile che un bel giorno mi avrebbero ritrovato all'alba, buttato in qualche lurido vicolo nelle vicinanze di un malfamato baretto, con la pancia aperta da qualcuno in vena di amorosa accoglienza al turista.
Messico? Già visto. Cuba? Già vista. Venezuela o Brasile? Come sopra.
Quasi mi stavo riducendo coma Verdone in uno dei suoi primi cult-movie, quando, sparapanzato sul letto, sfogliava l'agendina alla ricerca di uno straccio d'amico con il quale organizzare il viaggio in macchina sino in Polonia. Fu così che la mia mente, pilotata dall'ultimissimo rifiuto dell'ultimissimo amico contattato per una vacanza in compagnia (Ugo), tornò come per incanto all'altro lato del globo, direzione oriente, destinazione Thailandia.
C'ero stato quattro anni prima con il Dott. Bauer, mio tradizionale compagno di avventure, per una fugace settimana di sole nel cuore dell'inverno nostrano, buttandoci alle spalle il freddo e la nebbia del belpaese per concederci una settimana di relax che da sola bastò per farmi innamorare dell'isola di Samui e giurare a me stesso che ci sarei prima o poi tornato.
L'ultimo viaggio l'avevo fatto a Bali nel '99, indimenticabile anche questo, un sogno realizzato che aveva parzialmente allontanato la voglia di oriente, ma l'insieme delle cose che ti può offrire e dare una vacanza in Thailandia non ha davvero eguali…e… alea iacta fuit (il dado fu tratto).
1.2 - Si parte!
Tanto per fugare ogni dubbio, per il sottoscritto la vacanza ideale si compone di quattro componenti di eguale importanza, senza una delle quali la vacanza risulta incompleta:
1) mare,
2) cultura e tradizione (siti archeologici, musei, ecc.),
3) economicità,
4)…figa!
Il primo punto è necessario perché puoi anche camminare per una splendida città d'arte a farti una cultura, ammirandone le meravigliose opere architettoniche o gli interessantissimi musei, ma alla fine della giornata, quando sei a letteralmente a pezzi, un tuffo in un mare dall'acqua cristallina ti rigenera, ti ritempra e ti rilassa al tempo stesso senza eguali.
Il secondo punto è soggettivo, io con queste cose sono fissato.
Il terzo punto non è soggettivo: andate in Norvegia a cenare con le scatolette di tonno portate dall'Italia per non spendere ogni sera 30 € a testa per mangiare una pizza e bere una birra, poi vedrete che apprezzerete di più un posto dove il vostro potere d'acquisto sale miracolosamente sino al rapporto di 4 a 1.
Il quarto punto, beh, smettiamola con l'ipocrisia. Ne ho sentiti e visti fin troppi (parlo sempre dei maschietti, ma mi sa che anche le femminucce…) dare fiato alle trombe per proclamare la loro totale estraneità all'imperante e globalizzante richiamo sessuale in vacanza, appellandosi (giustamente) alla necessità di godersela rilassati senza pensare di dover trombare a tutti i costi. Appunto, il problema è che questi personaggi sono proprio quelli che dopo una settimana di vacanza che non ingrignano, cominciano ad andare in paranoia e a non pensare ad altro, con il risultato proprio di compromettere il tanto agognato relax, almeno fino a quando il fratellino del piano di sotto non viene soddisfatto.
Volete mettere allora il senso di agio e di tranquillità che può dare la vacanza in un posto dove tu sai che alla minima necessità, quando vuoi, schiocchi le dita e ti carichi una che in Italia la massima attenzione che lei potrebbe avere nei tuoi confronti sarebbero un par de pizze in bocca condite da qualche esternazione poco piacevole al tuo indirizzo?
Poi, è chiaro, sta a te se vuoi esagerare, cambiandone una a sera (non me ne vogliano i "ragassi O.K.") dimenticando forse che, di fondo, stai andando a puttane (avremo modo di approfondire), o se invece ti vuoi limitare ad uno sfizio saltuario che in certi posti assume quasi le fattezze di un obbligo culturale, un po' come andare a vedere la torre Eiffel a Parigi o il Colosseo a Roma.
Tornando a noi, mi programmai una vacanza dove non sarebbe dovuto mancare niente di quanto sopra: i primi giorni a Bangkok in giro per wat e musei, seconda parte al nord a Chiang Mai e dintorni, con immancabile trekking per conoscere le hill-tribes, il clou finale con il ritorno tanto agognato nell'adorata isola di Ko Samui.
Curioso si dimostrò il particolare della mia amica Chiara, la quale, dopo essere stata messa al corrente dei miei intenti la settimana precedente, un bel giorno mi si presenta e mi dice con l'aria da strafiga alternativa:
"Lo sai dove andiamo in vacanza io ed i miei amici? In Thailandia".
Con il consueto garbo le feci notare che si era semplicemente limitata a copiarmi l'idea. Alla fine, pur negando e rivendicando l'originalità del progetto, mi propose ovviamente di aggregarmi al gruppo. Un'altra stranezza era costituita dal fatto che questi sciagurati avevano la pretesa di trovare a fine luglio ben otto posti su un volo Thai per l'inizio di agosto. Eppure, forse per intercessione divina, vi riuscirono. Anzi, partirono tre giorni prima di me.
Quando, dopo l'arrivo all'aeroporto di Don Muang, li raggiunsi in città, scoprii di avere l'albergo di fronte al loro, dove, oltre al sottoscritto, attendevano l'arrivo di un altro rinforzo, proveniente dallo scalo di Francoforte con volo Thai diverso dal mio. Roba da pazzi, appuntamenti fittizi a migliaia di Km. da casa che funzionano…
Conclusa la tre giorni bangkokkina, era giunto il momento di dare il via a quella che consideravo, non a torto, la parte più affascinante ed avventurosa della vacanza, vale a dire la puntata nel profondo nord, con visita a Chiang Mai e ai suoi meravigliosi wat, condita dall'emozione di un trekking di tre giorni nelle foreste verso il confine birmano.
A dire la verità, l'immaginario collettivo viene molto più solleticato a livello emozionale da una capatina nel famigerato triangolo d'oro dell'eroina, dove la Thailandia confina con il Laos e la Birmania, sopra Chiang Rai. Adesso la situazione sembra un pochino più sotto controllo, ma, considerato anche il fatto di trovarmi da solo, ritenni tale escursione un pochino pericolosa, stando anche ai racconti riferenti di qualche schioppettata partita non si sa se da militari, da narcotrafficanti o da chi altro. Dovendo scegliere, optai allora per Chiang Mai e i suoi dintorni.
La città e tutta da godere, un'alternativa culturale a Bangkok (pur diversa) come lo potrebbe essere, per importanza, una Firenze per Roma. I vantaggi? Qui in tuk tuk ci giri sempre, tanto per capirci, lo smog è di gran lunga inferiore, la tranquillità di vita maggiore, una città di provincia, insomma, 300.000 abitanti circa contro i sette milioni di Bangkok.
E' piacevolissimo girare a piedi nella città vecchia, lasciandosi guidare dalla guida Mondadori sempre a portata di mano e dal proprio intuito, alla ricerca dei numerosissimi wat, percentualmente persino maggiori che a Bangkok.
A Chiang Mai alloggiai per soli 100 bath a notte (cinquemila lire) in una guest house. Cari i miei stronzoni che vi penserete che solo quel cialtrone del Santux potrebbe dormire in topaie da 5.000 lire (anzi, aggiorniamoci, 2,58 €), sappiate che si tratta di comode stanze con ventilatore, bagno (spartano) in camera, letto con lenzuola e coperte. Voi andatavene pure in quei cazzi di fintissimi Club Mediterranee ad illudervi di conoscere un posto sborsando l'ira di Dio pur di avere i vostri inutili confort…
Al di là degli scherzi, credo che in una vacanza di un mese come quella che feci io, sia più proficuo investire per una sistemazione di livello superiore quando ci si accinge a villeggiare in qualche località turistica balneare, ma se si tratta di avere solamente un riparo per la notte, laddove gran parte della giornata la si trascorre in giro a visitare, perché buttare soldi dalla finestra?
Un'altra delle magie della Thailandia? La constatazione che, in vista della partenza per il trekking di tre giorni, mi conveniva tenere riservata la stanza per tre giorni per lasciare il grosso dei bagagli, piuttosto che trovare un luogo dove lasciarli custoditi.
Sul pulmino che ci avrebbe condotti al luogo di partenza dell'escursione salirono due ragazze coreane (cessi), una coppia di olandesi, due ragazze francesi (cessi), tre ragazzi inglesi (matti), una ragazza tedesca (cesso), per formare così un gruppo altamente eterogeneo di persone, di varia provenienza e di differente cultura, ma aventi in comune il gusto di viaggiare e dell'avventura. Tanto per cambiare, il fetuso che parlava inglese peggio di tutti ero io, il solito italianuccio meschino, pronto ad accondiscendere con il capo ad ogni accenno che essi facevano per coinvolgermi nelle loro conversazioni o per chiedermi un parere in merito alle stesse, ma era il massimo che potessi fare. Particolarmente quella bombardona della tedesca mi attaccava dei soliloqui culturali sulla Thailandia che secondo me avevano solamente lo scopo di spianarsi la strada verso il maschio latino, tanto che io pensavo tra me e me: "Ma chi l'ha sciolta?" ... Comunque simpatica.
Devo ammettere che questi trekking non sono poi così riposanti, garantisco che alla fine della giornata ci si arriva alquanto stanchi. Nel complesso si cammina anche per sette - otto ore al giorno, portandosi dietro uno zaino che in pianura non pesa tanto, ma che nei frequenti saliscendi del tragitto induce nella forte tentazione di frullarlo via molto volentieri.
Come facesse parte di un copione prestabilito, un istante dopo essere scesi dal pulmino che ci aveva trasportati sul luogo di inizio escursione, comincio a piovere ininterrottamente, la tipica pioggerellina da foresta pluviale, ore ed ore sotto la pioggia a camminare in mezzo ad una sontuosa vegetazione. Nei tre giorni di trekking si passa in mezzo a foreste dove la guida apre la strada col machete affilato, si costeggia a passo da indossatrice enormi risaie a terrazza (caratteristiche anche a Bali), si percorre un tratto di fiume in piedi su di una zattera, cercando di non farsi sbalzare fuori bordo all'atto di immergere in acqua un bastone lungo tre metri per remare in mezzo a delle mini-rapide, si assapora il gusto di una passeggiate a dorso di elefante…in poche parole si apprezza la natura e l'appagante senso di libertà che da tutto ciò deriva.
A proposito, quel cazzaro della guida mi dovette per forza aver visto in faccia, per decidere di farmi posizionare direttamente sulla capoccia dell'elefante. Tutti gli altri escursionisti erano seduti civilmente e comodamente sulle poltroncine adagiate con sicurezza sul dorso dell'animale, il sottoscritto, invece, stava in precario equilibrio a cavalcioni sulla testa di quel protosauro che faceva sempre come minchia gli pareva, tanto i cazzottoni che gli mollavo sulla testa manco li sentiva. Nel frattempo, mi sfregiavo l'interno coscia delle mie delicate gambine appoggiate nude sui suoi pelacci irti e graffianti, manco c'avesse avuto una spazzola per il rame sul testone…come se non bastasse la tedesca si sentiva sicuramente estasiata a presenziare sul retro del mio stesso vagone…
Una cacata galattica direte voi? Maddechè, un'esperienza indimenticabile, favolosa, coinvolgente, immersi in una natura esotica ed incontaminata. Ripeto e ribadisco: statevene pure sulla sdraio del vostro albergo a 5 stelle, se la pensate diversamente.
Viaggiando, inoltre, si ha sempre l'occasione di incontrare tipi bizzarri, viaggiatori come te, oppure locali. In questa occasione i tre ragazzi inglesi, niente affatto spocchiosi come solo i sudditi di sua maestà britannica sanno essere, si rivelarono un triste prototipo dell'uomo moderno: sempre in fuga da qualche cosa. Questi mattacchioni, in inglese o nel loro italiano da film comico (avevano studiato lingue), mi spiegarono come si fossero appena laureati per intraprendere il sogno della loro vita: il giro del mondo viaggiando: Thailandia, Laos, Vietnam, Indonesia, Australia, Stati Uniti Messico, Spagna e rientro (o qualcosa del genere), il tutto in un anno, approfittando delle promozioni a miglia delle compagnie aeree. Avevano lavorato per un anno intero per mettere da parte i soldi necessari all'impresa, che si configurava come nient'altro che una fuga da tutto, passato, presente e futuro: l'uno per rinviare (ad oltranza) l'entrata nel mondo del lavoro nella ditta del padre, l'altro per la sua imperante nausea nei confronti della società civile, l'ultimo per dimenticare una cocente delusione amorosa. Mi faceva molta tenerezza il più grande di loro (25 anni) quando si confidava con me sulle sue delusioni amorose e mi chiedeva pareri e consigli sui comportamenti da tenere con le ragazze thai conosciute nei locali, manco c'avessi la faccia o l'aspetto del puttaniere di professione.
Sulla via del ritorno il pulmino ci portò a vedere la montagna del Doi Suthep, sulla cui sommità svetta sontuoso e maestoso il tempio omonimo, uno dei reliquiari buddisti più importanti della Thailandia del nord, per raggiungere il quale è necessario fare una scalinata di quasi trecento gradini. Peccato per la nebbia e la pioggerellina vaporizzata che non rendeva merito alla bellezza del luogo, con il suo chedi d'oro, con le campane del buon auspicio e con lo splendido panorama della vallata sottostante.
Al ritorno dal trekking mi ci volle un intero giorno per riprendermi, avevo i muscoli talmente indolenziti da non potermi permettere neanche un massaggio rilassante, pena dolori atroci al semplice tatto. L'indomani a sera fu d'obbligo, dopo le meritate due ore di massaggio (tradizionale, scemi) gironzolare per il night bazar, il luccicante mercato notturno di Chiang Mai, dove si possono fare degli affari eccezionali in termini di souvenir, compresa quella manciata di braccialetti d'argento (credo cinque o sei) che acquistai per la spropositata cifra di 5.000 lire dai ragazzini delle tribù collinari, scesi a vendere le loro mercanzie con indosso i coloratissimi costumi tradizionali.
Era ormai tempo di raggiungere gli amici con cui mi tenevo in contatto via e-mail, i quali da qualche giorno già stanziavano a Samui. Per il ritorno presi l'aereo, feci scalo a Bangkok e subito via su quella specie di taxi con le ali che è il volo della Bangkok Airways che conduce a Samui.
Un mio amico siciliano ormai disperso, asceta sinistroide maritato con una brasiliana, tale prof. Montesanto, in uno dei suoi deliri naturistici mi spiegò una volta l'importanza di arrivare in un posto nuovo via mare, o, in ogni caso, lentamente, "minghia, pecch'è accossì assapore l'aria, sende l'addore, la nuova terra entra dentr dittè lendamenth…".
Probabilmente ha ragione lui, ma a Samui io dico che bisogna arrivarci dall'alto. Il battello da Surat Thani o da Don Sak è sicuramente più economico ma, confermo, a Samui bisogna andarci in volo. Non solo per lo spettacolare panorama aereo che si può godere durante le virate che il pilota volutamente effettua sopra le varie isole ed isolotti dell'arcipelago omonimo (posto lato finestrino, mi raccomando), ma soprattutto per rimanere stupefatti che quell'insieme di piste di cemento, torri ed hangar che noi siamo soliti definire con il termine "aeroporto", ceda il posto ad un quadretto da lasciare a bocca aperta per la sua raffinatezza, per i suoi colori, per il suo farti sentire arrivato in paradiso sin dal tuo primo appoggio plantare. Posti d'imbarco e sbarco all'aperto, sotto capanne solide ed attrezzate, immerse in una rigogliosa vegetazione nella quale spiccano fiori dei più vivaci colori. Anche pochi istanti dopo lo sbarco sono sufficienti per rimanere esterrefatti di tanta bellezza e pronunciare meravigliati le parole alate: "Ma andò cazzo sto?"
Se hai prenotato un albergo ti vengono persino a prendere con un cartello di benvenuto, facendoti sentire una specie di dio greco. Se sei un turista fai da te, ti butti invece dentro un furgoncino insieme ad altri turisti, spari all'autista il nome della spiaggia dove intendi sistemarti (di solito Chaweng o Lamai) ed il tuo sogno ha inizio.
Già come esci dall'aeroporto, ti accorgi di come non sia affatto sovrastimata la cifra di 20.000.000 di noci di cocco che periodicamente da Samui prendono il volo per varie destinazioni: l'isola è quasi interamente ricoperta di palme, con un entroterra collinoso e caratterizzato da una fitta vegetazione. Anche la principale arteria stradale, che fa un percorso ovale rasentando per lungo tratto le coste, si dipana fendendo la vegetazione sempre presente ai bordi, al pari degli immancabili chioschetti gastronomici per le soste rifocillatorie dei viandanti.
Se poi si prendono le stradine che penetrano all'interno, come quella che porta al Butterfly Garden a sud dell'isola, allora viene voglia di chiedere a Dio un miracolo e di farci morire lì, magari vivendoci pochi anni, ma di non abbandonarla mai, quella terra che se proprio non è l'Eden, almeno ci si avvicina molto (Eden sta per Paradiso Terrestre, non per il locale di Bangkok dove ti carichi anche tre figone lesbiche tutte insieme, ci siamo capiti, vero ragassi o.k. e affini?).
Non che non esistano posti ancor più belli, nel Sudest asiatico come nei Carabi o in Polinesia, ma la particolarità di Samui consiste, a mio modo di vedere, nel saper offrire tutto quello che un viaggiatore può cercare, senza scadere in nessuna sorta di eccesso: né troppo solitaria (alla Robinson Crusoe) e totalmente priva di divertimenti e tentazioni, né troppo puttanaio fine a se stesso, come può essere una Pattaya. Qui, semplicemente, vai dove sai che puoi trovare quello che cerchi…
A me piace particolarmente la spiaggia di Lamai, la seconda per importanza dopo Chaweng, più caotica e turistica. Non che a Lamai manchino pub, ristoranti, baretti, luci al neon e luoghi dove poter fare conoscenza, ma la trovo più rilassante e meno "sputtanata" di Chaweng, oltre che leggermente più economica. Non per niente gli italiani, che notoriamente non brillano per iniziativa ma si lasciano in genere guidare dalle agenzie, di solito scelgono Chaweng, sino ad invaderla come le cavallette nel mese di agosto. In ogni caso le due località distano un quarto d'ora di motorino l'una dall'altra e sono pertanto facilmente raggiungibili reciprocamente. Bo Phut a nord dell'isola è una valida alternativa soprattutto per i suoi sfiziosissimi ristorantini in riva al mare, dove cenare è un piacere non solo per il palato, ma anche (scusate se sono obsoleto) per il portafoglio, per niente alleggerito in proporzione al servizio ricevuto.
Quando arrivai, proveniente da Bangkok, non ero a conoscenza di dove esattamente alloggiassero i miei amici: proprio quando mi serviva un'informazione precisa e dettagliata, quella scema di Chiara non aveva mai risposto alle e-mail o agli sms da me inviati. Optai, logicamente, per Lamai, che inoltre già conoscevo per esserci stato tre anni prima in compagnia del Dott. Bauer. Altrettanto logicamente loro stavano a Chaweng. Il giorno dopo li raggiunsi e cominciai a frequentarli, non prima di essermi tolto lo sfizio di andare a fare una visitina alla mia massaggiatrice preferita della precedente vacanza, una certa Sao di stanza a Lamai, una specie di Natalia Estrada con gli occhi a mandorla. Tre anni prima mi volli togliere subito il pensiero ad inizio vacanza: ignaro di come funziona in genere la cosa in Thai e fortemente contrario ai rapporti mercenari, una volta disilluso sul fatto che la ninfa asiatica in questione fosse intenzionata a venire con me per la mia illimitata avvenenza, l'avevo già ricaricata sul motorino a bordo del quale si era presentata all'appuntamento sotto il mio albergo, poi la guardai meglio: chiappe da mulatta, pere inusitatamente (per una asiatica) sviluppate e a fatica contenute dal corpetto che indossava, visino da bambola…non potevo fare a meno di esternare a me stesso il seguente pensiero filosofico:
"Ma che cazzo ti frega, ma chi cazzo ti vede, per una volta…"
Fu uno short time piuttosto squallido, ad un certo punto, per sbrigarmi a finire, mi sfilai quel condom da dinosauro che avevo indossato, più simile al dito di un guanto di gomma che ad un'anticoncezionale normale, preso dalla farmacista nell'ultimo scaffale (ma, si sa, mai trascurare la prevenzione in certi posti) e finimmo la storia manualmente.
Però a posteriori, messe da parte le possibili remore di carattere socio-culturale, una volta convenuto sul fatto che un tale tipo di rapporto non può certo essere messo sullo stesso piano del sesso con amore…ammazza che figa!!!
Sempre all'epoca, testardi più di un mulo, io e il Dott. Bauer puntammo su lidi meno turistici, nella speranza di non sentirci ripetere la solita tiritera: "Fivehundled bath". Una mattina rimorchiammo un confettino di 19 anni al mercato di Nathon, mangiammo insieme a lei, le proponemmo di farci compagnia in giro per l'isola, ci spiegò un qualcosa che non capimmo molto bene o, forse, non volemmo capire. Chiamò allora un tizio maggiormente ferrato nel parlare inglese, il quale ben chiaramente ci disse:
"Se volete che la ragazza venga con voi, dovete lasciare tot. soldi alla signora anziana che vi sta osservando divertita dietro il bancone del chiosco".
"Ma che cazzo, pure qui?" ... pensammo tra noi, andandocene sconsolati.
Apro subito una parentesi: non pensiate che in Thailandia sia sempre così, anche nei posti turistici, non permettetevi di fare di tutta un'erba un fascio, anche se di norma…in certi posti…funziona proprio in tal modo. Ne riparleremo ampiamente.
Memore dell'esperienza passata, comincia a considerare la situazione in cui trovavo: alcune delle ragazze della comitiva di Chiara erano fidanzate, altre, lei compresa, erano piuttosto carine ma, sinceramente, non mi andava proprio di rompere i coglioni (con chissà poi quali possibilità di successo e a rischio di venire rifiutato dal resto del gruppo), a delle ragazzine di vent'anni di cui una poi avevo visto crescere (con ottimi risultati, devo dire la verità). Ora il problema non era tanto questo, quanto il fatto che, come scritto nell'introduzione, dopo dieci giorni di viaggi, camminate e sballottamenti vari, il fratellino cominciava a chiamare ed io mi trovavo in un posto dove, se non l'hai addestrato ben bene a stare al suo posto, rischi seriamente di finire al manicomio.
In mezzo ad uno sconfinato mare di figa, la prospettiva di rientrare nel bungalow da solo dopo avere passato la serata in discoteca a tentare di caricarmi una turista farang per poi magari ricevere un due di picche, non è che mi attirasse poi molto. Al tempo stesso non avrei gradito farmi appiccicare dai componenti della mia nuova comitiva (due - tre li conoscevo bene) l'etichetta di puttaniere per essermi caricato un'amichetta thai per una notte.
Tanto valeva allora risolvere il problemino subito, fintanto che stavo a Lamai, prima di raggiungerli (come feci subito dopo) al Ban Chaweng Resort.
Sao, che mi riconobbe anche per via della mia piccola anomalia podale, fu ben lieta di svolgere il suo importantissimo ruolo di assistente sociale diplomata, svolgendo anche opera di prevenzione per la sua stessa salute, con alcune sedute di fisioterapia per il collo cui si sottopose con me in privato…
Il Ban Chaweng Resort è composto di bungalow da buona sistemazione, mediamente ben dotati di servizi, in un giardino curato ed accogliente, prezzo quasi contenuto (1.200 bath), unico problema: il "Green Mango" a duecento metri in linea d'aria, la più frequentata discoteca di Chaweng (insieme al più distante "Reggae Pub") ce l'avevo sostanzialmente sull'uscio di casa: praticamente impossibile riuscire ad addormentarsi prima di una certa ora (se lo volevi).
A dire la verità, adesso che mi ricordo Sao non fu l'unica topolina che mi caricai a titolo precauzionale (in Thailandia è facile perdere il conto delle donne), perché, dopo molte insistenze, nell'ultima capatina a Lamai per prendere gli ultimi bagagli, riuscii finalmente a rimorchiare una fighetta davvero carina e spigliata che avevo conosciuto la sera prima ad un bar, Ketsouda mi pare si chiamasse. Ma, una volta approfondita la conoscenza nel mio nuovo bungalow, puntualmente arrivò la sua richiesta di saldo, accompagnata da una bella stilettata per lo stupore da me manifestato alla sua richiesta:
"You crazy, you don't pay for lady?" ("Sei matto non paghi per le ragazze?")
come a dire: "Ma da 'ndo cazzo vieni?"
Io ero ancora della mia ingenua convinzione che se avevo dovuto insistere per averla, lo dovevo al fatto che lei fosse una "brava ragazza". Dovetti ben presto cominciare a riconsiderare le mie convinzioni sulle "brave ragazze", almeno in Thailandia.
Tornando ai miei amici mi dissero di non essere particolarmente entusiasti della vacanza, a parte Bangkok Ti credo: a nord il trekking se lo erano fatti di un giorno solo (le donne sono sempre una palla al piede), a Samui non si erano mai allontanati da Chaweng, dove a parte le discoteche e la vita notturna non c'è altro (avessero affittato dei motorini avrebbero scoperto autentiche meraviglie), i maschietti, pur single, non volevano sputtanarsi agli occhi delle femminucce usufruendo dei servizi in loco, insomma, che cazzo c'erano venuti a fare in Thailandia? Come se non bastasse, serpeggiava tra loro un nervosismo latente, come sempre si verifica quando in una vacanza si parte in otto persone di cui chi la vò cotta e chi la vò cruda, tutti tendenzialmente viziatelli e figli di papà.
Lentamente muore....
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco
e i puntini sulle "i" piuttosto che
un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro
chi non rischia la certezza per l'incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Lentamente muore
chi distrugge l'amor proprio
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.
Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento
di una splendida felicità
P. Neruda
1.1 - Alle origini…
"…Sì, favoloso! E poi andremo anche in pellegrinaggio all'Havana alla Plaza de la Revolution oppure, se scegliamo il Messico, ci prodigheremo a dare conforto morale e aiuto pratico agli zapatisti…"
Alberto, il solito amico sinistroide veterocomunista che aveva appena pronunciato tali emerite ed irrealizzabili (almeno in mia compagnia) stronzate, già si era coperto il volto timoroso di subire l'ennesima lezione…politica, poi si tranquillizzò confidando sul fatto che tutto sommato si stava pianificando, anzi fantasticando un viaggio in comitiva in qualche posto dell'America latina. Il freddo Natale del 2001 ben si prestava (come quello del 2000, del 1999, del 1998…) ai soliti voli pindarici che però si concretizzavano puntualmente, sul finir della primavera, nelle solite commoventi frasi: "Devo vedè come sto messo con gli esami, ma comunque se fa", "Sto un po' agli sgoccioli coi sordi, ma je la dovrei fà", "Te faccio sapè…" e così via.
In un ripetersi ciclico paragonabile solo, per la sua puntuale cadenza, alla dottrina delle quattro età di cui parlano Evola, Guenon o Eliade, la tradizionale baldanza e sicurezza invernale dei personaggi di cui sopra, si scontrava a distanza di mesi con il loro rendersi conto di avere sparato le solite cazzate, consapevoli, nel momento in cui le pronunciavano, di non avere alcuna volontà e possibilità di porre anche solo i presupposti, durante l'anno, per realizzare ciò che per l'ennesima volta doveva limitarsi a restare un bellissimo sogno.
Parto da qui per far sentire un po' in colpa coloro i quali ritengo i responsabili indiretti delle mie disavventure, proprio a causa dell'abbandono vacanziero di cui fui vittima nell'estate 2001.
Erano infatti già due anni che me ne stavo a Roma d'estate, per racimolare i quattrini necessari ad andare a vivere da solo (la versione originaria pre-censura così recitava: "per annammene de casa prima de impiccà mi madre"), l'obiettivo era quasi raggiunto e non avevo nessuna intenzione di rinunciare ancora una volta a quella che per il sottoscritto, come per tanti altri individui "particolari", costituisce una ragione di vita, una fissazione, una droga, chiamatela come cazzo vi pare: i viaggi.
Il viaggiatore appartiene ad una razza diversa dal vacanziere: il secondo ama gli agi e la sedentarietà, si reca in villeggiatura a Cuba a Varadero ma non mette piede a Trinidad, in Egitto va a Sharm El Sheickh ma ignora Dahab, del Messico apprezza Cancun ma di Puerto Escondido sulla costa del Pacifico ne ha fatto la conoscenza solo con il film di Abatantuono. Insomma, ci siamo capiti, non gliene pò fregà de meno di conoscere e capire le usanze locali, di girare, di visitare. Gli è più che sufficiente sbragarsi dalla mattina alla sera al sole come una grossa e grassa foca, alzarsi ogni tanto per accampare qualche pretesa nei confronti del personale dell'albergo (tanto per attestare la propria superiorità occidentale), per poi rilassarsi la sera e farsi prendere per il culo assistendo ai soliti spettacolini preconfezionati (falsi come i Rolex delle bancarelle), messi in scena nel suo albergo a 5 stelle, dove soggiorna felice e beato 24 ore al giorno.
Il primo, invece, ama la diversità (non quella sessuale, scemi!), si diverte a girare, a conoscere luoghi e persone, ad assaggiare sapori nuovi, a rimanere affascinato da antiche suggestioni Anela e aspira, in sostanza, a vivere un'avventura continua.
Personalmente ho sempre cercato di soddisfare queste esigenze recandomi in paesi esotici, immergendomi in culture completamente diverse dalla nostra, potendo ammirare paesaggi meravigliosi ed inusuali ai nostri occhi. Mi piace cambiare posto o città di continuo, restare sino a che ne ho voglia, andarmene anche dopo solo un giorno se un posto non mi aggrada, senza essere vincolato e condizionato da programmi precostituiti. Il programma della vacanza, anzi del viaggio, me lo faccio io (e che programma), voi rimediatemi solo il biglietto dell'aereo (possibilmente economico).
Un tale tipo di vacanza non si presta particolarmente per certi posti del Sud America, specialmente se, come nel mio caso, si parte da soli. Il lungomare di Cartagena o il mare dei sette colori dell'isola di Sant'Andrè già ammaliavano i miei pensieri (del fatto che l'affascinante zia colombiana di none Rosita mi avesse detto in passato che lei era la più brutta della città, non ne tenevo minimamente conto…), ma considerare come questi posti si trovino in una nazione come la Colombia, non del tutto raccomandabile per il turista - avventuriero, mi fece presto recedere dai miei intenti. Conoscendo infatti il mio carattere poco propenso al compromesso, niente di più probabile che un bel giorno mi avrebbero ritrovato all'alba, buttato in qualche lurido vicolo nelle vicinanze di un malfamato baretto, con la pancia aperta da qualcuno in vena di amorosa accoglienza al turista.
Messico? Già visto. Cuba? Già vista. Venezuela o Brasile? Come sopra.
Quasi mi stavo riducendo coma Verdone in uno dei suoi primi cult-movie, quando, sparapanzato sul letto, sfogliava l'agendina alla ricerca di uno straccio d'amico con il quale organizzare il viaggio in macchina sino in Polonia. Fu così che la mia mente, pilotata dall'ultimissimo rifiuto dell'ultimissimo amico contattato per una vacanza in compagnia (Ugo), tornò come per incanto all'altro lato del globo, direzione oriente, destinazione Thailandia.
C'ero stato quattro anni prima con il Dott. Bauer, mio tradizionale compagno di avventure, per una fugace settimana di sole nel cuore dell'inverno nostrano, buttandoci alle spalle il freddo e la nebbia del belpaese per concederci una settimana di relax che da sola bastò per farmi innamorare dell'isola di Samui e giurare a me stesso che ci sarei prima o poi tornato.
L'ultimo viaggio l'avevo fatto a Bali nel '99, indimenticabile anche questo, un sogno realizzato che aveva parzialmente allontanato la voglia di oriente, ma l'insieme delle cose che ti può offrire e dare una vacanza in Thailandia non ha davvero eguali…e… alea iacta fuit (il dado fu tratto).
1.2 - Si parte!
Tanto per fugare ogni dubbio, per il sottoscritto la vacanza ideale si compone di quattro componenti di eguale importanza, senza una delle quali la vacanza risulta incompleta:
1) mare,
2) cultura e tradizione (siti archeologici, musei, ecc.),
3) economicità,
4)…figa!
Il primo punto è necessario perché puoi anche camminare per una splendida città d'arte a farti una cultura, ammirandone le meravigliose opere architettoniche o gli interessantissimi musei, ma alla fine della giornata, quando sei a letteralmente a pezzi, un tuffo in un mare dall'acqua cristallina ti rigenera, ti ritempra e ti rilassa al tempo stesso senza eguali.
Il secondo punto è soggettivo, io con queste cose sono fissato.
Il terzo punto non è soggettivo: andate in Norvegia a cenare con le scatolette di tonno portate dall'Italia per non spendere ogni sera 30 € a testa per mangiare una pizza e bere una birra, poi vedrete che apprezzerete di più un posto dove il vostro potere d'acquisto sale miracolosamente sino al rapporto di 4 a 1.
Il quarto punto, beh, smettiamola con l'ipocrisia. Ne ho sentiti e visti fin troppi (parlo sempre dei maschietti, ma mi sa che anche le femminucce…) dare fiato alle trombe per proclamare la loro totale estraneità all'imperante e globalizzante richiamo sessuale in vacanza, appellandosi (giustamente) alla necessità di godersela rilassati senza pensare di dover trombare a tutti i costi. Appunto, il problema è che questi personaggi sono proprio quelli che dopo una settimana di vacanza che non ingrignano, cominciano ad andare in paranoia e a non pensare ad altro, con il risultato proprio di compromettere il tanto agognato relax, almeno fino a quando il fratellino del piano di sotto non viene soddisfatto.
Volete mettere allora il senso di agio e di tranquillità che può dare la vacanza in un posto dove tu sai che alla minima necessità, quando vuoi, schiocchi le dita e ti carichi una che in Italia la massima attenzione che lei potrebbe avere nei tuoi confronti sarebbero un par de pizze in bocca condite da qualche esternazione poco piacevole al tuo indirizzo?
Poi, è chiaro, sta a te se vuoi esagerare, cambiandone una a sera (non me ne vogliano i "ragassi O.K.") dimenticando forse che, di fondo, stai andando a puttane (avremo modo di approfondire), o se invece ti vuoi limitare ad uno sfizio saltuario che in certi posti assume quasi le fattezze di un obbligo culturale, un po' come andare a vedere la torre Eiffel a Parigi o il Colosseo a Roma.
Tornando a noi, mi programmai una vacanza dove non sarebbe dovuto mancare niente di quanto sopra: i primi giorni a Bangkok in giro per wat e musei, seconda parte al nord a Chiang Mai e dintorni, con immancabile trekking per conoscere le hill-tribes, il clou finale con il ritorno tanto agognato nell'adorata isola di Ko Samui.
Curioso si dimostrò il particolare della mia amica Chiara, la quale, dopo essere stata messa al corrente dei miei intenti la settimana precedente, un bel giorno mi si presenta e mi dice con l'aria da strafiga alternativa:
"Lo sai dove andiamo in vacanza io ed i miei amici? In Thailandia".
Con il consueto garbo le feci notare che si era semplicemente limitata a copiarmi l'idea. Alla fine, pur negando e rivendicando l'originalità del progetto, mi propose ovviamente di aggregarmi al gruppo. Un'altra stranezza era costituita dal fatto che questi sciagurati avevano la pretesa di trovare a fine luglio ben otto posti su un volo Thai per l'inizio di agosto. Eppure, forse per intercessione divina, vi riuscirono. Anzi, partirono tre giorni prima di me.
Quando, dopo l'arrivo all'aeroporto di Don Muang, li raggiunsi in città, scoprii di avere l'albergo di fronte al loro, dove, oltre al sottoscritto, attendevano l'arrivo di un altro rinforzo, proveniente dallo scalo di Francoforte con volo Thai diverso dal mio. Roba da pazzi, appuntamenti fittizi a migliaia di Km. da casa che funzionano…
Conclusa la tre giorni bangkokkina, era giunto il momento di dare il via a quella che consideravo, non a torto, la parte più affascinante ed avventurosa della vacanza, vale a dire la puntata nel profondo nord, con visita a Chiang Mai e ai suoi meravigliosi wat, condita dall'emozione di un trekking di tre giorni nelle foreste verso il confine birmano.
A dire la verità, l'immaginario collettivo viene molto più solleticato a livello emozionale da una capatina nel famigerato triangolo d'oro dell'eroina, dove la Thailandia confina con il Laos e la Birmania, sopra Chiang Rai. Adesso la situazione sembra un pochino più sotto controllo, ma, considerato anche il fatto di trovarmi da solo, ritenni tale escursione un pochino pericolosa, stando anche ai racconti riferenti di qualche schioppettata partita non si sa se da militari, da narcotrafficanti o da chi altro. Dovendo scegliere, optai allora per Chiang Mai e i suoi dintorni.
La città e tutta da godere, un'alternativa culturale a Bangkok (pur diversa) come lo potrebbe essere, per importanza, una Firenze per Roma. I vantaggi? Qui in tuk tuk ci giri sempre, tanto per capirci, lo smog è di gran lunga inferiore, la tranquillità di vita maggiore, una città di provincia, insomma, 300.000 abitanti circa contro i sette milioni di Bangkok.
E' piacevolissimo girare a piedi nella città vecchia, lasciandosi guidare dalla guida Mondadori sempre a portata di mano e dal proprio intuito, alla ricerca dei numerosissimi wat, percentualmente persino maggiori che a Bangkok.
A Chiang Mai alloggiai per soli 100 bath a notte (cinquemila lire) in una guest house. Cari i miei stronzoni che vi penserete che solo quel cialtrone del Santux potrebbe dormire in topaie da 5.000 lire (anzi, aggiorniamoci, 2,58 €), sappiate che si tratta di comode stanze con ventilatore, bagno (spartano) in camera, letto con lenzuola e coperte. Voi andatavene pure in quei cazzi di fintissimi Club Mediterranee ad illudervi di conoscere un posto sborsando l'ira di Dio pur di avere i vostri inutili confort…
Al di là degli scherzi, credo che in una vacanza di un mese come quella che feci io, sia più proficuo investire per una sistemazione di livello superiore quando ci si accinge a villeggiare in qualche località turistica balneare, ma se si tratta di avere solamente un riparo per la notte, laddove gran parte della giornata la si trascorre in giro a visitare, perché buttare soldi dalla finestra?
Un'altra delle magie della Thailandia? La constatazione che, in vista della partenza per il trekking di tre giorni, mi conveniva tenere riservata la stanza per tre giorni per lasciare il grosso dei bagagli, piuttosto che trovare un luogo dove lasciarli custoditi.
Sul pulmino che ci avrebbe condotti al luogo di partenza dell'escursione salirono due ragazze coreane (cessi), una coppia di olandesi, due ragazze francesi (cessi), tre ragazzi inglesi (matti), una ragazza tedesca (cesso), per formare così un gruppo altamente eterogeneo di persone, di varia provenienza e di differente cultura, ma aventi in comune il gusto di viaggiare e dell'avventura. Tanto per cambiare, il fetuso che parlava inglese peggio di tutti ero io, il solito italianuccio meschino, pronto ad accondiscendere con il capo ad ogni accenno che essi facevano per coinvolgermi nelle loro conversazioni o per chiedermi un parere in merito alle stesse, ma era il massimo che potessi fare. Particolarmente quella bombardona della tedesca mi attaccava dei soliloqui culturali sulla Thailandia che secondo me avevano solamente lo scopo di spianarsi la strada verso il maschio latino, tanto che io pensavo tra me e me: "Ma chi l'ha sciolta?" ... Comunque simpatica.
Devo ammettere che questi trekking non sono poi così riposanti, garantisco che alla fine della giornata ci si arriva alquanto stanchi. Nel complesso si cammina anche per sette - otto ore al giorno, portandosi dietro uno zaino che in pianura non pesa tanto, ma che nei frequenti saliscendi del tragitto induce nella forte tentazione di frullarlo via molto volentieri.
Come facesse parte di un copione prestabilito, un istante dopo essere scesi dal pulmino che ci aveva trasportati sul luogo di inizio escursione, comincio a piovere ininterrottamente, la tipica pioggerellina da foresta pluviale, ore ed ore sotto la pioggia a camminare in mezzo ad una sontuosa vegetazione. Nei tre giorni di trekking si passa in mezzo a foreste dove la guida apre la strada col machete affilato, si costeggia a passo da indossatrice enormi risaie a terrazza (caratteristiche anche a Bali), si percorre un tratto di fiume in piedi su di una zattera, cercando di non farsi sbalzare fuori bordo all'atto di immergere in acqua un bastone lungo tre metri per remare in mezzo a delle mini-rapide, si assapora il gusto di una passeggiate a dorso di elefante…in poche parole si apprezza la natura e l'appagante senso di libertà che da tutto ciò deriva.
A proposito, quel cazzaro della guida mi dovette per forza aver visto in faccia, per decidere di farmi posizionare direttamente sulla capoccia dell'elefante. Tutti gli altri escursionisti erano seduti civilmente e comodamente sulle poltroncine adagiate con sicurezza sul dorso dell'animale, il sottoscritto, invece, stava in precario equilibrio a cavalcioni sulla testa di quel protosauro che faceva sempre come minchia gli pareva, tanto i cazzottoni che gli mollavo sulla testa manco li sentiva. Nel frattempo, mi sfregiavo l'interno coscia delle mie delicate gambine appoggiate nude sui suoi pelacci irti e graffianti, manco c'avesse avuto una spazzola per il rame sul testone…come se non bastasse la tedesca si sentiva sicuramente estasiata a presenziare sul retro del mio stesso vagone…
Una cacata galattica direte voi? Maddechè, un'esperienza indimenticabile, favolosa, coinvolgente, immersi in una natura esotica ed incontaminata. Ripeto e ribadisco: statevene pure sulla sdraio del vostro albergo a 5 stelle, se la pensate diversamente.
Viaggiando, inoltre, si ha sempre l'occasione di incontrare tipi bizzarri, viaggiatori come te, oppure locali. In questa occasione i tre ragazzi inglesi, niente affatto spocchiosi come solo i sudditi di sua maestà britannica sanno essere, si rivelarono un triste prototipo dell'uomo moderno: sempre in fuga da qualche cosa. Questi mattacchioni, in inglese o nel loro italiano da film comico (avevano studiato lingue), mi spiegarono come si fossero appena laureati per intraprendere il sogno della loro vita: il giro del mondo viaggiando: Thailandia, Laos, Vietnam, Indonesia, Australia, Stati Uniti Messico, Spagna e rientro (o qualcosa del genere), il tutto in un anno, approfittando delle promozioni a miglia delle compagnie aeree. Avevano lavorato per un anno intero per mettere da parte i soldi necessari all'impresa, che si configurava come nient'altro che una fuga da tutto, passato, presente e futuro: l'uno per rinviare (ad oltranza) l'entrata nel mondo del lavoro nella ditta del padre, l'altro per la sua imperante nausea nei confronti della società civile, l'ultimo per dimenticare una cocente delusione amorosa. Mi faceva molta tenerezza il più grande di loro (25 anni) quando si confidava con me sulle sue delusioni amorose e mi chiedeva pareri e consigli sui comportamenti da tenere con le ragazze thai conosciute nei locali, manco c'avessi la faccia o l'aspetto del puttaniere di professione.
Sulla via del ritorno il pulmino ci portò a vedere la montagna del Doi Suthep, sulla cui sommità svetta sontuoso e maestoso il tempio omonimo, uno dei reliquiari buddisti più importanti della Thailandia del nord, per raggiungere il quale è necessario fare una scalinata di quasi trecento gradini. Peccato per la nebbia e la pioggerellina vaporizzata che non rendeva merito alla bellezza del luogo, con il suo chedi d'oro, con le campane del buon auspicio e con lo splendido panorama della vallata sottostante.
Al ritorno dal trekking mi ci volle un intero giorno per riprendermi, avevo i muscoli talmente indolenziti da non potermi permettere neanche un massaggio rilassante, pena dolori atroci al semplice tatto. L'indomani a sera fu d'obbligo, dopo le meritate due ore di massaggio (tradizionale, scemi) gironzolare per il night bazar, il luccicante mercato notturno di Chiang Mai, dove si possono fare degli affari eccezionali in termini di souvenir, compresa quella manciata di braccialetti d'argento (credo cinque o sei) che acquistai per la spropositata cifra di 5.000 lire dai ragazzini delle tribù collinari, scesi a vendere le loro mercanzie con indosso i coloratissimi costumi tradizionali.
Era ormai tempo di raggiungere gli amici con cui mi tenevo in contatto via e-mail, i quali da qualche giorno già stanziavano a Samui. Per il ritorno presi l'aereo, feci scalo a Bangkok e subito via su quella specie di taxi con le ali che è il volo della Bangkok Airways che conduce a Samui.
Un mio amico siciliano ormai disperso, asceta sinistroide maritato con una brasiliana, tale prof. Montesanto, in uno dei suoi deliri naturistici mi spiegò una volta l'importanza di arrivare in un posto nuovo via mare, o, in ogni caso, lentamente, "minghia, pecch'è accossì assapore l'aria, sende l'addore, la nuova terra entra dentr dittè lendamenth…".
Probabilmente ha ragione lui, ma a Samui io dico che bisogna arrivarci dall'alto. Il battello da Surat Thani o da Don Sak è sicuramente più economico ma, confermo, a Samui bisogna andarci in volo. Non solo per lo spettacolare panorama aereo che si può godere durante le virate che il pilota volutamente effettua sopra le varie isole ed isolotti dell'arcipelago omonimo (posto lato finestrino, mi raccomando), ma soprattutto per rimanere stupefatti che quell'insieme di piste di cemento, torri ed hangar che noi siamo soliti definire con il termine "aeroporto", ceda il posto ad un quadretto da lasciare a bocca aperta per la sua raffinatezza, per i suoi colori, per il suo farti sentire arrivato in paradiso sin dal tuo primo appoggio plantare. Posti d'imbarco e sbarco all'aperto, sotto capanne solide ed attrezzate, immerse in una rigogliosa vegetazione nella quale spiccano fiori dei più vivaci colori. Anche pochi istanti dopo lo sbarco sono sufficienti per rimanere esterrefatti di tanta bellezza e pronunciare meravigliati le parole alate: "Ma andò cazzo sto?"
Se hai prenotato un albergo ti vengono persino a prendere con un cartello di benvenuto, facendoti sentire una specie di dio greco. Se sei un turista fai da te, ti butti invece dentro un furgoncino insieme ad altri turisti, spari all'autista il nome della spiaggia dove intendi sistemarti (di solito Chaweng o Lamai) ed il tuo sogno ha inizio.
Già come esci dall'aeroporto, ti accorgi di come non sia affatto sovrastimata la cifra di 20.000.000 di noci di cocco che periodicamente da Samui prendono il volo per varie destinazioni: l'isola è quasi interamente ricoperta di palme, con un entroterra collinoso e caratterizzato da una fitta vegetazione. Anche la principale arteria stradale, che fa un percorso ovale rasentando per lungo tratto le coste, si dipana fendendo la vegetazione sempre presente ai bordi, al pari degli immancabili chioschetti gastronomici per le soste rifocillatorie dei viandanti.
Se poi si prendono le stradine che penetrano all'interno, come quella che porta al Butterfly Garden a sud dell'isola, allora viene voglia di chiedere a Dio un miracolo e di farci morire lì, magari vivendoci pochi anni, ma di non abbandonarla mai, quella terra che se proprio non è l'Eden, almeno ci si avvicina molto (Eden sta per Paradiso Terrestre, non per il locale di Bangkok dove ti carichi anche tre figone lesbiche tutte insieme, ci siamo capiti, vero ragassi o.k. e affini?).
Non che non esistano posti ancor più belli, nel Sudest asiatico come nei Carabi o in Polinesia, ma la particolarità di Samui consiste, a mio modo di vedere, nel saper offrire tutto quello che un viaggiatore può cercare, senza scadere in nessuna sorta di eccesso: né troppo solitaria (alla Robinson Crusoe) e totalmente priva di divertimenti e tentazioni, né troppo puttanaio fine a se stesso, come può essere una Pattaya. Qui, semplicemente, vai dove sai che puoi trovare quello che cerchi…
A me piace particolarmente la spiaggia di Lamai, la seconda per importanza dopo Chaweng, più caotica e turistica. Non che a Lamai manchino pub, ristoranti, baretti, luci al neon e luoghi dove poter fare conoscenza, ma la trovo più rilassante e meno "sputtanata" di Chaweng, oltre che leggermente più economica. Non per niente gli italiani, che notoriamente non brillano per iniziativa ma si lasciano in genere guidare dalle agenzie, di solito scelgono Chaweng, sino ad invaderla come le cavallette nel mese di agosto. In ogni caso le due località distano un quarto d'ora di motorino l'una dall'altra e sono pertanto facilmente raggiungibili reciprocamente. Bo Phut a nord dell'isola è una valida alternativa soprattutto per i suoi sfiziosissimi ristorantini in riva al mare, dove cenare è un piacere non solo per il palato, ma anche (scusate se sono obsoleto) per il portafoglio, per niente alleggerito in proporzione al servizio ricevuto.
Quando arrivai, proveniente da Bangkok, non ero a conoscenza di dove esattamente alloggiassero i miei amici: proprio quando mi serviva un'informazione precisa e dettagliata, quella scema di Chiara non aveva mai risposto alle e-mail o agli sms da me inviati. Optai, logicamente, per Lamai, che inoltre già conoscevo per esserci stato tre anni prima in compagnia del Dott. Bauer. Altrettanto logicamente loro stavano a Chaweng. Il giorno dopo li raggiunsi e cominciai a frequentarli, non prima di essermi tolto lo sfizio di andare a fare una visitina alla mia massaggiatrice preferita della precedente vacanza, una certa Sao di stanza a Lamai, una specie di Natalia Estrada con gli occhi a mandorla. Tre anni prima mi volli togliere subito il pensiero ad inizio vacanza: ignaro di come funziona in genere la cosa in Thai e fortemente contrario ai rapporti mercenari, una volta disilluso sul fatto che la ninfa asiatica in questione fosse intenzionata a venire con me per la mia illimitata avvenenza, l'avevo già ricaricata sul motorino a bordo del quale si era presentata all'appuntamento sotto il mio albergo, poi la guardai meglio: chiappe da mulatta, pere inusitatamente (per una asiatica) sviluppate e a fatica contenute dal corpetto che indossava, visino da bambola…non potevo fare a meno di esternare a me stesso il seguente pensiero filosofico:
"Ma che cazzo ti frega, ma chi cazzo ti vede, per una volta…"
Fu uno short time piuttosto squallido, ad un certo punto, per sbrigarmi a finire, mi sfilai quel condom da dinosauro che avevo indossato, più simile al dito di un guanto di gomma che ad un'anticoncezionale normale, preso dalla farmacista nell'ultimo scaffale (ma, si sa, mai trascurare la prevenzione in certi posti) e finimmo la storia manualmente.
Però a posteriori, messe da parte le possibili remore di carattere socio-culturale, una volta convenuto sul fatto che un tale tipo di rapporto non può certo essere messo sullo stesso piano del sesso con amore…ammazza che figa!!!
Sempre all'epoca, testardi più di un mulo, io e il Dott. Bauer puntammo su lidi meno turistici, nella speranza di non sentirci ripetere la solita tiritera: "Fivehundled bath". Una mattina rimorchiammo un confettino di 19 anni al mercato di Nathon, mangiammo insieme a lei, le proponemmo di farci compagnia in giro per l'isola, ci spiegò un qualcosa che non capimmo molto bene o, forse, non volemmo capire. Chiamò allora un tizio maggiormente ferrato nel parlare inglese, il quale ben chiaramente ci disse:
"Se volete che la ragazza venga con voi, dovete lasciare tot. soldi alla signora anziana che vi sta osservando divertita dietro il bancone del chiosco".
"Ma che cazzo, pure qui?" ... pensammo tra noi, andandocene sconsolati.
Apro subito una parentesi: non pensiate che in Thailandia sia sempre così, anche nei posti turistici, non permettetevi di fare di tutta un'erba un fascio, anche se di norma…in certi posti…funziona proprio in tal modo. Ne riparleremo ampiamente.
Memore dell'esperienza passata, comincia a considerare la situazione in cui trovavo: alcune delle ragazze della comitiva di Chiara erano fidanzate, altre, lei compresa, erano piuttosto carine ma, sinceramente, non mi andava proprio di rompere i coglioni (con chissà poi quali possibilità di successo e a rischio di venire rifiutato dal resto del gruppo), a delle ragazzine di vent'anni di cui una poi avevo visto crescere (con ottimi risultati, devo dire la verità). Ora il problema non era tanto questo, quanto il fatto che, come scritto nell'introduzione, dopo dieci giorni di viaggi, camminate e sballottamenti vari, il fratellino cominciava a chiamare ed io mi trovavo in un posto dove, se non l'hai addestrato ben bene a stare al suo posto, rischi seriamente di finire al manicomio.
In mezzo ad uno sconfinato mare di figa, la prospettiva di rientrare nel bungalow da solo dopo avere passato la serata in discoteca a tentare di caricarmi una turista farang per poi magari ricevere un due di picche, non è che mi attirasse poi molto. Al tempo stesso non avrei gradito farmi appiccicare dai componenti della mia nuova comitiva (due - tre li conoscevo bene) l'etichetta di puttaniere per essermi caricato un'amichetta thai per una notte.
Tanto valeva allora risolvere il problemino subito, fintanto che stavo a Lamai, prima di raggiungerli (come feci subito dopo) al Ban Chaweng Resort.
Sao, che mi riconobbe anche per via della mia piccola anomalia podale, fu ben lieta di svolgere il suo importantissimo ruolo di assistente sociale diplomata, svolgendo anche opera di prevenzione per la sua stessa salute, con alcune sedute di fisioterapia per il collo cui si sottopose con me in privato…
Il Ban Chaweng Resort è composto di bungalow da buona sistemazione, mediamente ben dotati di servizi, in un giardino curato ed accogliente, prezzo quasi contenuto (1.200 bath), unico problema: il "Green Mango" a duecento metri in linea d'aria, la più frequentata discoteca di Chaweng (insieme al più distante "Reggae Pub") ce l'avevo sostanzialmente sull'uscio di casa: praticamente impossibile riuscire ad addormentarsi prima di una certa ora (se lo volevi).
A dire la verità, adesso che mi ricordo Sao non fu l'unica topolina che mi caricai a titolo precauzionale (in Thailandia è facile perdere il conto delle donne), perché, dopo molte insistenze, nell'ultima capatina a Lamai per prendere gli ultimi bagagli, riuscii finalmente a rimorchiare una fighetta davvero carina e spigliata che avevo conosciuto la sera prima ad un bar, Ketsouda mi pare si chiamasse. Ma, una volta approfondita la conoscenza nel mio nuovo bungalow, puntualmente arrivò la sua richiesta di saldo, accompagnata da una bella stilettata per lo stupore da me manifestato alla sua richiesta:
"You crazy, you don't pay for lady?" ("Sei matto non paghi per le ragazze?")
come a dire: "Ma da 'ndo cazzo vieni?"
Io ero ancora della mia ingenua convinzione che se avevo dovuto insistere per averla, lo dovevo al fatto che lei fosse una "brava ragazza". Dovetti ben presto cominciare a riconsiderare le mie convinzioni sulle "brave ragazze", almeno in Thailandia.
Tornando ai miei amici mi dissero di non essere particolarmente entusiasti della vacanza, a parte Bangkok Ti credo: a nord il trekking se lo erano fatti di un giorno solo (le donne sono sempre una palla al piede), a Samui non si erano mai allontanati da Chaweng, dove a parte le discoteche e la vita notturna non c'è altro (avessero affittato dei motorini avrebbero scoperto autentiche meraviglie), i maschietti, pur single, non volevano sputtanarsi agli occhi delle femminucce usufruendo dei servizi in loco, insomma, che cazzo c'erano venuti a fare in Thailandia? Come se non bastasse, serpeggiava tra loro un nervosismo latente, come sempre si verifica quando in una vacanza si parte in otto persone di cui chi la vò cotta e chi la vò cruda, tutti tendenzialmente viziatelli e figli di papà.
Comunque a me andava di stare in compagnia e la loro mi piaceva.
Passò meno di una settimana ed il problemino di cui sopra cominciò a ripresentarsi in tutta la sua urgenza, soprattutto in vista della dipartita della mia comitiva: il loro soggiorno volgeva al termine, mentre il mio prevedeva altri dieci giorni, meravigliosi sicuramente da un lato, diabolicamente tentatori dall'altro. Provate voi a frequentare la vita notturna di certe località balneari thailandesi: o hai gli occhi foderati di prosciutto, o sei frocio, o vai ai matti.
Beer bar, barettini a fungo, Go-go bar, saloni per massaggi da dove spuntano fuori megatope ad ammiccarti con malizia, sono veramente ovunque, per non parlare delle ragazze "indipendenti" che frequentano le varie discoteche.
E' una lotta senza speranza, soccombi di sicuro, ma fin qui niente di male. Quello che io temevo era che finchè io stavo con degli amici, a quel "problema" magari neanche ci pensavo, o quantomeno lo si poteva limitare ad un temporaneo isolamento, ma con dieci giorni da trascorrere da solo in quella versione moderna di Sodoma e Gomorra, si manifestava concretamente il non remoto pericolo della perdita della ragione, con la normale conseguenza di un totale sbrago dei miei freni inibitori.
"Embè, che cazzo aspettavi?" ... dirà di sicuro qualcuno di mia conoscenza…
Si fece allora spazio nella mia testa l'idea "mediatrice" di sfruttare gli ultimi due giorni di "compagnia italica" per cercare di rimediare una "compagnia indigena" quanto più affidabile, pulita e meno "compromessa" possibile (almeno ad impressione).
Una tarda mattinata, da poco sveglio, dissi a Chiara che andavo a fare colazione in un baretto dove facevano il cappuccino all'italiana, con l'intento di fare poi una passeggiatina e di raggiungerli in seguito in spiaggia. Così feci.
Il caso volle però che mi spinsi in una via a ferro di cavallo dove di giorno non avevo mai transitato (per capirci: dove una volta era il "Club", l'after hour di Chaweng), piena zeppa di bar-massage da dove torme di ragazzette più o meno attraenti richiamano l'attenzione del farang nell'intento di convincerlo a fermarsi per un massaggio. Non è detto che ci sia sempre un secondo fine, alle volte capita che loro ti abbordano è che poi sia una robusta signora di cinquant'anni a scrocchiarti tutte le ossa.
Piccola parentesi: il massaggio in Thailandia è un po' come il ballo ai Caraibi, specie Cuba: un patrimonio culturale, un'arte che tutti, meglio tutte, imparano naturalmente. Quanto venga studiato o semplicemente imparato praticamente non lo so, sta di fatto che quasi sempre è piacevolissimo. Spesso, è chiaro, ti rendi conto che una la mettono lì perchè è una bella figa e basta, magari ha delle buone mani ma è palese che non conosce tecniche particolari, al contrario è evidente che le donne mature sanno il fatto loro. Quando la becchi carina ma anche brava a massaggiare, beh, allora, non ci sono paragoni. Era il caso della già decantata Sao.
Diverso il discorso per i body-massage (c'è tempo, c'è tempo…)
"Hello, massage…?"
Avanti, su, a chi non e mai capitato o non capiterebbe di sentirsi fortemente tentato, andando a spasso nei vari soi, da questi diavoli in gonnella? A nessuno? Se dobbiamo cominciare a raccontarci balle e cazzate varie (parlo per i maschietti, ovviamente), allora chiudo qui il racconto, altrimenti possiamo andare avanti.
Dico la verità, quando sono alzato da poco ho i riflessi di un jeco imbalsamato e la voglia di ragionare di un romanista da curva sud, non avevo nessuna intenzione di fare massaggi, di puntare qualcuna, di progettare alcunché, camminavo scazzato per i fatti miei, sorridendo e rifiutando garbatamente al richiamo delle sirene.
Quand'ecco che comincia ad attraversare la strada, direzionata a cercare la collisione con il sottoscritto, una fighettina davvero niente male il cui sguardo malizioso, in particolare, mi colpisce d'impatto, sino a quando si scioglie in un radioso sorriso seguito da una risatina sexy dopo l'impatto fisico fintamente casuale. Non è truccata, non è vestita in modo appariscente, è solamente più carina delle altre, quelle almeno che avevo distrattamente osservato.
"…Occhi da cerbiatto, voce da usignolo, petali di rosa al posto delle labbra, incedere da gazzella: il paradiso ha gli occhi a mandorla". Così scrissi in una cartolina di lì a qualche giorno ad un amico. Chiaro che stronzeggiassi, ma a me Ao (questo il primo riferimento onomastico che mi diede di sé stessa) mi aveva colpito a pelle. Ao veniva da Saowalak, nel piano rispetto dell'allergia thailandese ai nomi che non siano monosillabici; Pim, Pla, Pom, Cat e via dicendo Io diventai per forza di cose Mek.
Di figone disumane, nelle serate trascorse, ne avevo vista più di una (e pensate che Samui non viene annoverata tra le mete preferite in tal senso), Ao fisicamente non reggeva il confronto, però se un'orientale ha qualcosa di veramente impareggiabile è la grazia dei lineamenti del volto, gli occhi esprimenti dolcezza (ahimè anche odio e furore) come pochi. Da questo punto di vista Ao dava e dà dei punti a molte.
Dopo la "collisione" feci finta di niente e rifiutai anche a lei l'offerta del massaggio, facendo il vago e ripetendo il giro della strada ancora una volta per prendere tempo, fintanto che i miei riflessi si fossero svegliati. Cogitai brevemente e… la decisione fu presa: tornai indietro, le altre ragazze sapevano già che mi sarei diretto da lei, mi avvicinai per chiederle il nome e dicendole, per non darle troppa importanza, che non avevo nessuna voglia di fare un massaggio a quell'ora del mattino, ma che sarei ritornato nel primo pomeriggio. Certamente avrei potuto non trovarla, ma tant'è: mi piaceva, era carina, mi sembrava molto meno troia di tante altre, ma io in quel momento non avevo davvero voglia di fare nient'altro che andare a spasso…
Quando più tardi ritornai, lei era lì quasi ad aspettarmi. Un po' impacciata mi offrì da bere, presi una birra che bevvi tranquillo e rilassato, poi ci avviammo nella sala al piano di sopra.
Mi colpì da subito il fatto che la sua sfrontatezza dimostrata per strada fosse in realtà solo apparente. Mentre le sue mani si prendevano cura del mio corpo, lo sguardo era rivolto al pavimento e la sua voce, quando veniva da me invitata a rispondere alle più banali domande, volte principalmente a rompere il ghiaccio, era flebile e sommessa, quasi da emettere dei suoni acuti più che delle parole. Quando, finalmente, si sciolse un poco, mi disse che aveva ventitré anni e che erano solo tre mesi che si trovava a Samui, proveniente da Suratthani, sulla costa di fronte all'isola, da dove partono i battelli ivi diretti.
La ragazza, una volta messasi a proprio agio, cominciava a piacermi sempre di più, in effetti parlava poco inglese, ma capiva ciò che le dicevo e si sforzava di dialogare, pur con il suo inglese smozzicato, mentre il suo modo di massaggiarmi si rivelava poco tecnico ma efficace.
Ad un certo momento, alcuni minuti prima che finisse l'ora prevista, ruppi gli indugi e le chiesi:
"Ti piacerebbe trascorrere qualche giorno insieme a me?"
Lei, esitante, rispose:
"Perché?"
"Perché sei carina ed avrei piacere di stare in tua compagnia"
"Ma io non parlo inglese…"
In effetti mi ero reso conto sin da subito che lei aveva un po' il complesso di inferiorità per non essere in grado di affrontare una vera e propria conversazione in inglese, al confronto delle amiche che, magari sgrammaticate, mostravano in tal senso ben altra disinvoltura.
Una volta che la vidi rassicurata e convinta ad accettare, mi posi subito il problema "barfine", ovvero la tassa da lasciare al datore di lavoro perché lui potesse lasciare libera la sua dipendente. Con mia grossa sorpresa e compiacimento, Ao mi disse che non c'era niente da pagare, che lei era libera di fare ciò che voleva.
Quando feci questa proposta a quel puttanone di Sao (così, tanto per sondar il terreno), questa mi si presentò a parlare di affari al bar dove avevo il bungalow, accompagnata da un travestito che si spacciava come parente e "gestore" della ragazza, il quale mi sparò cifre allucinanti. Per poco non mi andava di traverso la colazione, non so se più per la richiesta in se o per la presenza di quell'essere.
Sta di fatto che lo scoprire come non fosse necessario pagare alcunché per prendere Ao con me, mi rese particolarmente felice, perché ai miei occhi ciò si presentava come una situazione molto meno affaristica della norma: la ragazza evidentemente a me ci teneva, quindi da un lato voleva fare una buona impressione, dall'altro temeva che l'ufficialità della cosa avrebbe portato la mamasan a chiedere troppo, potendo così determinare il mio conseguente rifiuto.
In effetti lei si guardò bene dal dire alla mamasan (una sorta di "coordinatrice di settore") che si assentava dieci giorni per venire con me, si giustificò con lei dicendo, invece, che andava a trovare la famiglia.
Si trattava di un'antipasto del carattere di Ao: testarda e presuntuosa, al punto di credere di poter coglionare chi era nato prima di lei: secondo me non le credettero mai, anche perché per Chaweng noi due insieme ci giravamo eccome, pertanto o lei godeva di particolari simpatie, o, addirittura, il bar lo aveva pagato lei stessa per poter stare con me.
Ao non era una prostituta (nel senso proprio del temine che sarà comunque oggetto di analisi nella seconde parte), ma aveva ottime probabilità di diventarlo e, probabilmente, adesso lo diventerà senza neanche accorgersene.
Lei era veramente da poco a Samui, in viaggio di nozze con se stessa e con la propria libertà. Aveva preso tutto come un gioco, una soluzione temporanea a tutti i suoi problemi, che erano poi quelli della maggior parte di queste giovani donne: ragazza madre, trattata male dalla famiglia, disillusa negli affetti, un avvenire di scarso benessere, ecc.
Mi raccontò di come, senza arrivare mai a costringerla, al bar le raccomandassero sempre più vivamente di cominciare a darsi un po' più da fare con i farang, che il semplice massaggio sì, va bene, ma…oltretutto lei sembrava la più richiesta, sembra proprio per quel suo sorriso smagliante che aveva fregato anche me.
Prima del sottoscritto aveva avuto due uomini farang in quei tre mesi: un inglese che alla fine della vacanza la scaricò frettolosamente ("Come si è permesso, mi ha trattato come una prostituta!") ed un americano piuttosto in là con gli anni, talmente invaghitosene da averle fatto subito proposte di matrimonio. Era stata molto bene con lui, l'uomo maturo spesso è benvoluto da queste ragazze, perché…insomma non nega niente e non vuole scopare…
Evitiamo banalità, per favore: la faccenda stava nel modo da lei descritto, non era solo quello che lei voleva farmi credere. Non ho mai saputo di una esperta puttana che si rifiutasse di fare certi servizi (Ao la mettevo solo alla prova) o farne altri davvero maldestramente. Comunque per quello che sapeva fare, Ao se la cavava piuttosto bene.
L'indomani mattina, quando l'andai a prendere, la colsi di sorpresa presentandomi all'appuntamento con un'ora d'anticipo, visto che mi ero alzato inaspettatamente presto e non avevo alcuna voglia di attendere. Lei, euforica, corse a farsi i bagagli. Sistematili nel mio bungalow, ci recammo in spiaggia, dove lei riprese ad essere oltremodo timida ed impacciata, limitandosi a sedere al mio fianco sull'asciugamano senza quasi spiccicare una parola. Timorosa di me? Gelosa (di già?) delle mie amiche? Mah, vattela a pesca, sta di fatto che tutto il mondo è paese e di fronte ad una tavola imbandita tutti si aprono e si lasciano andare, come anche lei fece alla sera nel ristorante che scelsi per la cena, cosa che mi rinfrancò molto.
Dalla mattina dopo cominciarono i dieci giorni forse più belli della mia vita: non solo per la sua presenza di giorno in giorno sempre più gradevole e gratificante, ma anche e soprattutto per il contorno paesaggistico della vacanza: spiagge meravigliose, cibo gustoso e variegato, meravigliosi tramonti su promontori solitari, relax totale. La cosa che apprezzavo di più era la fantastica sensazione provata nel girare in motorino con lei alla guida, mentre cantava felice e spensierata, chiedendo solamente che io la abbracciassi e baciassi sul collo mentre i suoi capelli al vento fluivano profumati sul mio volto a farmi apprezzare ancor di più l'aria fresca e pulita, con lo sguardo posato qua e là ad ammirare scorci da cartolina (ahò, è un pezzo tutto mio, mica l'ho copiato).
Solo il sesso, inizialmente, presentò degli intoppi: saranno state le pedalate dei giorni precedenti, oppure quei maledetti spessissimi preservativi che non ti fanno sentire niente, o forse una certa stanchezza fisica dopo venti giorni di vacanza, fatto sta che il fratellino per le prime due sere dopo qualche minuto faceva cilecca e se ne andava a ninna anzitempo.
"E no, porcodemonio, proprio con lei no!"
Mi incazzavo con me stesso, la seconda sera bucai la parete del bungalow con un cazzottone per la rabbia (lei mi confessò in seguito di credere che fossi un sadico). La terza sera pensai bene di risolvere il problema con uno dei più grossi azzardi della mia vita, ben più pericoloso di tanti altri fatti in passato tra risse ed atti vari di incoscienza: provare a farlo senza preservativo. Non so che cosa mi prese, a me come a lei, nel compiere quell'atto estremo di fiducia reciproca mentre lentamente sfilavo il goldone e con lo sguardo fisso nei suoi occhi chiedevo l'assenso per ciò che stavo facendo. Questo, in un posto come la Thailandia, è un rischio che si può pagare a caro prezzo.
Non sto a dire, una volta tornato in Italia, l'ansia con la quale attesi gli esami per l'H.I.V., ovviamente negativi, un'ansia la cui portata i miei amici potranno purtroppo comprendere più in là nel tempo, sia pure per una cosa che non riguarda me.
Comunque, con mio sommo gaudio, da quel momento in poi il problema si risolse adeguatamente e la vacanza, sotto questo aspetto, non presentò più alcun tipo di sorpresa.
Ao mi prese metaforicamente per mano, portandomi a scoprire le meraviglie dell'isola (che peraltro già conoscevo in parte per il precedente soggiorno di qualche anno prima). Ribadisco che girare per un paradiso tropicale come Samui a bordo di un motorino, peraltro da passeggero (con il fatto della guida a destra non mi sono mai azzardato a portarne uno e lasciavo guidare sempre lei), consente di gustare ancor più il paesaggio, regalando un'esperienza che tutti dovrebbero vivere prima di scomodare il concetto di "senso di libertà".
A Samui ci sono dei punti che se prendi le stradine interne, queste ti fanno inoltrare in autentici paradisi, dove vedi solo coloratissima e variopinta vegetazione tropicale sullo sfondo di un mare incantevole in lontananza, con il magico silenzio rotto solo dal cicaleccio di qualche insetto. La stradina che porta al Butterfly Garden (la casa delle farfalle) è a mio avviso un esempio unico di godimento esotico.
In quei dieci giorni, oltre ad avere la sensazione di essere diventato un pascià, tanta e tale era la cura che Ao aveva di me, mi tolsi la soddisfazione di realizzare alcune delle mie più ricorrenti fantasie da viaggiatore, come dormire in un accogliente bungalow a pochi metri dalle prime onde del mare, o fare un rinfrescante bagno sotto una piccola ma bellissima cascata nel cuore dell'isola (Namuang Waterfall).
Avere la possibilità di fare tutto quello che si vuole senza dover rendere conto a nessuno, mangiare quando si ha fame, bere quando si ha sete, fare un bagno quando si vuole nuotare, fare shopping bighellonando quando non si ha voglia di fare un cazzo, concedersi un massaggio quando ci si sente stanchi, chiudersi in stanza quando si vuole trombare, senza orari, senza regole, senza dover spendere praticamente niente…questo è un sogno che, purtroppo, si può realizzare per brevissimi periodi dell'anno, un sogno che al risveglio ci lascia uno strano gusto amaro in bocca, molto amaro, ma che rende ancora più piacevole il riprovare a distanza di tempo le stesse sensazioni.
Lo si può fare ovunque, mi direte, mica solo in Thailandia. D'accordo, il discorso vale per Bali, per Cuba, per il Venezuela, per Zanzibar, per qualsiasi posto dove il sole, l'armonia del paesaggio, lo spirito vacanziero in genere ben si conciliano con il nostro desiderio di estraniarci dalla realtà. Ma in Thailandia, credetemi, è diverso, anche e soprattutto perché ti offre davvero tutto e a prezzi stracciati. Ti puoi sedere in qualsiasi posto di una qualsiasi località turistica in qualsiasi ora del giorno per soddisfare pienamente le tue esigenze di palato e non spendere praticamente niente, specie se cominci ad apprezzare la cucina thai delle bancarelle. Trovi divertimenti di tutti i tipi e a prezzo contenuto, luoghi tra i più caotici e trasgressivi, così come solitarie spiagge di sabbia fine e bianchissima. Una tranquillità che si rispecchia anche nella quasi totale sicurezza di non trovarsi in situazioni pericolose in cui fare la parte dei malcapitati.
Nel complesso non pensi mai ai soldi che spendi (a meno che non necessiti di una trombata a pagamento al giorno o di una dose quotidiana di qualche stupefacente) e questo ti dà un senso di rilassatezza senza pari, perchè tanto sai per certo che il budget prefissato lo stai rispettando di sicuro. Insomma, un relax assoluto.
Le giornate le trascorrevamo tra un tuffo al mare e una gita alle cascate, tra un pisolino in bungalow e un'escursione alla scoperta di posti nuovi, tra lo shopping pomeridiano ed il divertimento serale. Questo cominciava con una gustosa cenetta (anche se è improprio fare riferimenti temporali ai momenti dedicati ai pasti) al Lamai food Center, dove per un calamaro gigante alla piastra, un pesce da un chilo abbondante, patatine, pietanze thai, bevande ed altro non riesci a spendere in due più di 10 €, oppure nei romantici ristorantini sulla spiaggia a Bo Phut, o in alternativa in qualche altro ristorante di Chaweng.
Così trascorremmo i primi cinque giorni. Una sera manifestai ad Ao la mia intenzione di andare sulla terraferma per visitare qualche città della penisola malese e lei si dichiarò ben felice di farlo, così avrebbe avuto la possibilità di andare a trovare la famiglia a Don Sak.
Ci imbarcammo a mattina sul traghetto, giungendo a destinazione dopo un paio di ore. Sempre con il suo motorino arrivammo poi a Suratthani, dove lei aveva una stanzetta in affitto in una tipica pensioncina per thai. La città non riveste una particolare importanza, se non quella, appunto, di fungere da punto d'imbarco per Ko Samui, Ko Phangan e Ko Tao.
Comunque è una cittadina piena di vita, con il suo mercato portuale pieno di colori ed il suo frenetico commercio, ma niente di più. Ebbi quasi subito modo di conoscere la famiglia di Ao, che mi fece, devo dire, una buona impressione, tutti intenti ad accudire il fratello minore sedicenne di Ao, in un letto d'ospedale con il braccio rotto a seguito di incidente con il motorino (tanto per cambiare). Il fatto di mangiare con loro, seduto per terra, con il cibo gentilmente offertomi da parte di uno zio, una nonna, un'amica di famiglia, mi diede la piacevole sensazione di essere stato accettato, senza pregiudizi o malintenzioni e la cosa mi fece indiscutibilmente star bene con me stesso.
L'indomani prendemmo la corriera per Nakhon Si Thammarat, 150 Km. a sud verso la Malesia, peraltro sua città natale, anche se lei dimostrava di ricordare poco o niente, essendosi trasferitasi la sua famiglia a Don Sak quando lei era ancora in tenera età. Ebbi modo di ammirare bellissimi wat di architettura molto diversa rispetto a quelli di Bangkok o Chiang Mai (un po' come se dopo Firenze e Roma ci si reca in visita a Palermo), primo fra tutti il veneratissimo Wat Mahathat, nonché l'interessantissimo Museo Nazionale. A lei sembrava non interessare niente, se non di camminare il meno possibile, tendenzialmente lazy come tutti i thailandesi.
Terminata l'escursione storico-culturale, tornammo a Samui per trascorrere ancora due-tre giorni di autentico idillio nel modo già descritto; andai persino in un'agenzia a cercare di rinviare la partenza, cosa che mi sconsigliarono per il fatto che avrei guadagnato appena tre giorni in più a fronte di un notevole esborso economico. Guadagnai solo una mezza giornata prendendo il volo per Bangkok la mattina stessa del volo pomeridiano per l'Italia, risparmiandomi per giunta una superflua notte nella città degli angeli.
Già dal giorno prima della mia partenza notai che il suo stato d'animo stava rapidamente mutando. Non so se si trattasse di realtà o finzione, se la tensione e l'autoisolamento che la stavano sempre più attanagliando derivassero dalla cinica concentrazione posta sul ripasso di un copione da recitare, o se invece, come intuivo, l'avvicinarsi della mia partenza la stava rendendo esponenzialmente dubbiosa e pensierosa sul proprio futuro. Ao cominciava a porsi il problema di come relazionarsi con se stessa e con gli altri dopo il decollo dell'aereo che mi avrebbe riportato alla triste realtà, risvegliando me (e forse anche lei) da un bellissimo sogno, tanto coinvolgente quanto, purtroppo, breve.
L'ultima sera fece qualcosa che non mi aspettavo, decidendo di prendersi una piccola sbronza. Mi fregò perché non aveva mai mostrato in precedenza attrazione per il bere, perché approfittò del momento in cui mi recai al bagno durante una partita a biliardo (a proposito, quanto imbrogliava) ed infine perché le bastava una scarsa quantità di alcool per partire di capoccia. Mi sembra del tutto evidente che volesse così manifestare all'esterno quel profondo malessere che aveva da diverse ore dentro di sé.
Dal mattino seguente, addirittura, Ao non aprì letteralmente bocca, limitandosi al massimo a cenni di diniego o assenso con la testa, a seconda della necessità e del momento, con lo sguardo triste e perso nel vuoto, tipico di chi sa che dal giorno dopo si sarebbe nuovamente riaffacciata una vita piena di incertezze e probabili disillusioni. Io non volli forzarla a cambiare questo suo atteggiamento, provai a renderla felice comprandole uno stereo portatile di buona qualità. Anche nei giorni precedenti, senza mai essere spinto da lei, tendevo a darle attenzione con regalini vari e provvedendo alle sue necessità negli shopping quotidiani, mi sembrava il minimo, ma di soldi in mano non gliene lasciai mai.
All'aeroporto di Samui provai l'esperienza più comune a tutti coloro i quali si accingono ad accomiatarsi dall'amata di turno: contatto fisico continuo, delicatezze a non finire, dolci parole di consolazione sussurrate nelle sue orecchie mentre il capo di lei, appoggiato sulle ginocchia di lui, si volge al suolo nel tentativo di nascondere le lacrime che sgorgano non copiose, ma ben riconoscibili per il fatto di rendere umida la mano dell'uomo che in quel momento la sta abbracciando.
Le lasciai qualche soldo, non molto per la verità, credo un mille bath ed il bungalow pagato per altre due notti, perché volevo che stesse un po' in compagnia della simpatica amica che era venuta a trovarla il giorno prima da Suratthani.
A dire la verità non avevo messo del tutto a fuoco la situazione in cui mi trovavo e l'esperienza che volgeva al termine. La stessa volontà che le espressi di tornare quanto prima a trovarla, se proprio non era paragonabile ad una promessa da marinaio, derivava da un mio labile convincimento, forse più un obbligo morale, vista la situazione, che una certezza interiore. Mi riservai di fare un'analisi più completa del tutto una volta che fossi giunto in Italia, impaziente, nel frattempo, di raccontare agli amici un'esperienza così meravigliosa e, a mio modo di vedere, rara. Una volta passata la "gate" dell'imbarco, non riuscii a distogliere per un solo attimo il mio sguardo da quel volto che prendeva sempre più le sembianze di un punto interrogativo. So già che per qualcuno più smaliziato e disincantato di me non vi è il minimo dubbio che la domanda scritta in quegli occhi malinconici fosse sicuramente la seguente:
"Brutto stronzo, più di dieci giorni con te e mi lasci sta' miseria?"
Io invece, forse per non rompere l'incantesimo di quei giorni comunque indimenticabili, ancora adesso rifiuto di credere ad un simile raptus poetico e voglio ancora restare convinto che il suo dolore, le sue lacrime, la sua insicurezza fossero sinceri, anche se in seguito, in Italia, a situazione affettiva oramai compromessa e degenerata, quel trattamento economico non certo di riguardo me lo rinfacciò eccome. Ma io credo più come forma di ostentazione della propria onestà intellettuale, di donna che non aveva chiesto niente prima né preteso alcunché dopo senza battere ciglio a riprova della sua diversità in positivo, piuttosto che come tardiva rivendicazione sindacale.
Solo inesperienza nel trattare con il farang, nel saper scegliere il tempo ed il modo della presentazione del keptang (conto)? Sono ancora convinto di no, almeno per quel che riguarda allora.
1.3 - Aspettando il ritorno
I primi giorni in Italia li trascorsi nella convinzione di essere stato per circa un mese il protagonista di una fiaba moderna, in cui la vacanza ideale, quella da sempre sognata, si era materializzata come d'incanto, lasciandomi senza fiato e parole a ricordare le emozioni vissute a raffica. Non mi ponevo ancora il problema concreto di come affrontare la situazione nei mesi a venire, legato solo ad una semplice promessa fatta di ritorno per le vacanze di Natale. Di quella ragazza conosciuta ed amata in modo fuggevole ero invaghito, ma non del tutto innamorato, nella consapevolezza di quanto ingannevoli possano essere le compiacevoli apparenze a quelle latitudini.
Nel frattempo fioccavano le e-mail, nelle quali Ao mi ripeteva di essere stata come folgorata dalla mia conoscenza, di ritenermi l'uomo adatto per lei, di soffrire per la mia lontananza, di voler stare con me per conoscermi meglio, di essere tutto per lei. Ovvio che qualcuno gliele scrivesse, resta solo da intendersi se sotto sua dettatura oppure lasciato libero di spaziare con la fantasia di chi tanto sa già che deve scrivere quattro stronzate per convincere il pollo di turno a cadere nella trappola tesa.
Nel giorni a seguire Ao mi disse di avere lasciato Samui per stare con la madre a Don Sak. Passò invece un mese esatto, condito da diverse e-mail rubacuori, per ricevere la sua prima richiesta di denaro (8.000 bath, circa 200 €, a suo dire a puro titolo di prestito da rendere appena possibile). La richiesta faceva seguito ad un suo fantomatico coinvolgimento in un incidente con il motorino (scusa tra le più abusate), cosa che le impediva di lavorare ed aiutare economicamente la madre. A questo primo goffo tentativo, fatto probabilmente per sondare il terreno dopo avere avuto la conferma del mio ritorno per Natale, reagii con un moderato irrigidimento, facendo presente che l'avrei sì accontentata, ma puntualizzando anche che sarebbe stata la prima ed ultima volta.
Lei rilanciò facendo l'offesa e chiedendomi come avrei fatto a mantenerla in Italia (qualora un giorno fosse venuta) se non mi potevo permettere di concederle questo piccolo aiuto. Sostenne poi, quasi per toccare una corda molto sensibile nell'animo del farang innamorato, di essere allora costretta a tornare al suo vecchio lavoro, anche se non nello stesso bar.
Anche al telefono mi rinfacciò la mia scarsa fiducia. Io, convinto che lo "sforzo" con il quale avevo comunque provveduto all'elargizione, fosse stato sufficiente per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, ovvero continuare il nostro rapporto senza tuttavia darle l'impressione di essere il coglione di turno, mi diedi da fare per organizzare l'imminente viaggio natalizio, prenotando il biglietto aereo per me ed il mio amico Dott. Bauer.
Era tutto definito ma, fulmine a ciel sereno, ai primi di dicembre cominciarono ad arrivarmi alcune sorprendenti e-mail, dove Ao mi diceva che sarebbe stata impossibilitata a stare con me, che dovevamo rimandare tutto a gennaio, quando "saremmo stati pronti", motivando di avere problemi personali, di dovere e volere stare con la sua famiglia per le vacanze natalizie.
E già, secondo la sua tipica testa di thailandese i biglietti aerei si possono prenotare e disdire quando si vuole, così come è altrettanto possibile variare le ferie e i programmi ad ogni soffiar di vento. Cercai di farglielo capire, ma non ci fu verso.
Niente di più probabile che: o avesse altri impegni più remunerativi, o che, avendo intuito che l'osso Marco era più duro di quel che pensava, avesse deciso di scaricarlo, non prima di essersi tolta la soddisfazione di aver ricevuto un piccolo rimborso spese per la prestazione estiva. Ma io allora certe "raffinatezze" non le conoscevo né le sospettavo e pensai che davvero Ao avesse dei problemi reali (dopo tutto poteva davvero essere così). Mi ripromisi, comunque, di non dargliela vinta, sia per i motivi succitati, sia perché la situazione mi aveva alquanto intrigato e volevo vederci chiaro: addirittura presi in considerazione l'eventualità che lei fosse rimasta in cinta in una precedente relazione con farang avuta poco prima di conoscere me. Il periodo da lei suggerito per tornare in Thailandia coincideva infatti più o meno con la scadenza di nove mesi a partire da quando aveva conosciuto un americano a giugno.
Data l'ambigua complessità della situazione, mi impegnai con ancor più decisione a convincere un altro amico, il Ciccioriccio, a montare sull'aereo con noi. Non sapevo proprio come avrei potuto reagire di fronte ad una sgradita sorpresa. Magari, non trovandola, me ne sarei potuto anche tornare moggio moggio in Italia dopo pochi giorni, oppure sarei rimasto senza alcun entusiasmo a fare da scomoda compagnia. Non volevo dare una fregatura al Dott. Bauer lasciandolo solo o annoiandolo con il mio scadente umore, inoltre al Ciccioriccio una vacanzetta "alternativa" avrebbe fatto certamente bene, dopo la rottura fresca fresca di un fidanzamento durato quasi cinque anni.
Pochi sforzi persuasivi furono più che sufficienti per convincere il tricocefalo ad aggregarsi alla "compagnia dell'anello"…
1.4 - Il ritorno
Io partii insieme al Ciccioriccio (che per poco no se ne stava a terra per non avere apposto la marca sul passaporto) con volo diretto della Thai Airlines Roma - Bangkok; quel petecchione del Bauer per risparmiare un po' (come se i sordi je mancassero) si imbarcò sul volo China Airlines facente scalo a Taipei, con l'accordo di raggiungere il Ciccioriccio in albergo a Bangkok, mentre io avrei immediatamente preso la coincidenza per Suratthani.
Ho ancora nitido nella mia mente il ricordo della faccia spaurita di quel protocinghiale del Ciccioriccio all'aeroporto Don Muang, mentre lo salutavo frettolosamente dopo avergli dato le ultime indicazioni su come fare per raggiungere l'albergo: a più di diecimila Km. da casa, senza spiccicare una parola d'inglese, lasciato solo in una terra di alieni a cercare di raggiungere il suo albergo in attesa dell'ipotetico arrivo del compagno di merende, sulla sua fronte campeggiava visibile ad occhio nudo una delle più grosse bestemmie che si sia mai udita da quelle parti.
Con Ao bluffai e non le dissi nulla del mio arrivo, scrivendole e-mail sino al giorno prima della partenza per confermarle il rinvio del nostro incontro e per augurarle un felice Natale. Lei, dal canto suo, non era sparita ed anzi ribadiva l'intenzione, se la seconda frequentazione fosse stato ancora o.k., di venire in Italia per il consueto periodo di tre mesi del visto turistico. Giurava di amarmi e di non avere nessun altro.
La bontà delle sue intenzioni era in parte comprovata dal fatto che, a differenza di prima, dimostrava una certa competenza in materia di visti, segno che aveva cominciato a prendere le informazioni del caso.
Allora perché cazzo non voleva che andassi? E perché non voleva stare a Samui ma con la famiglia? Sospettoso e diffidente come non mai, la risposta che mi davo era, oltre al suo eventuale stato di gravidanza, che potesse essere impegnata con qualcun altro e che volesse evitare Samui per non correre il rischio di qualche spiata a mio beneficio. A questo punto non solo volevo, ma dovevo assolutamente vederci chiaro, per non rimanere con quella fastidiosa pulce dentro l'orecchio.
Qualche giorno prima di Natale le piombai a sorpresa sotto casa, faticai un poco a ritrovare la via, ma alla fine il tassista capì dove si trovava. Salii le scale non senza una certa emozione, ero in procinto di bussare alla porta con il cuore che batteva a mille, ma mi fermai quando mi accorsi che la porta era lucchettata esternamente, segno che nessuno si trovava all'interno.
Era tarda mattinata, scesi in strada incerto sul da farsi, ma convinto comunque di attendere un po'. Chiesi all'affittuaria se ne avesse notizie e mi disse di no. La chiamai al telefono, lei rispose ma non capì che la telefonata veniva dalla Thailandia e, alla mia domanda su dove si trovasse in quel momento, mi disse che stava a Suratthani. Decisi allora di attendere, facendo la posta seminascosto dietro un palo al baretto dell'angolo. Ogni tanto mi sgranchivo le gambe, sempre attento a non farmi vedere, e fu in uno di quei momenti che un ragazzo ed una ragazza in motorino mi puntarono e, raggiuntomi, allegramente mi dissero che Ao sarebbe giunta in serata, proveniente da Samui. Mi aveva mentito, ma non ne feci una malattia, davo per scontato che il bar non l'aveva mai lasciato.
Non potei fare a meno di chiedere ai due ragazzi come accidenti facessero a sapere che ero lì per Ao, loro mi risposero che visto che ero Mek, il suo ragazzo, era ovvio che stessi lì per lei. Evidentemente Ao aveva fatto vedere alla gente dove viveva le mie foto, ostentando il suo rapporto con un farang e parlandogli di me. La cosa, non nascondo, mi fece un grande piacere, oltre che sorprendermi.
Quando lei arrivò, qualche ora più tardi, mi colse in castagna, perché ero davvero stanco ed avevo approfittato dell'ospitalità dell'affittuaria, accomodandomi sul divano al piano terra, intento a chiedere informazioni su Ao, notizie di qualunque genere che mi aiutassero a districare il bandolo della matassa, nuove che purtroppo non ricevetti.
A bordo del suo scooter, Ao era alla testa di una comitiva composta da un paio di macchine con a bordo i parenti. Quando smontò dal motorino e mi venne incontro, con aria mista di divertita sorpresa e di orgogliosa sfida, mi disse:
"Why you came?" (perché sei venuto?).
Con la tipica calma orientale, niente affatto scomposta scaricò il bagaglio, parcheggiò il motorino, gli mise il blocco e mi condusse di sopra nella sua stanza, non prima di essersi intrattenuta brevemente a chiarire con i suoi familiari.
Una volta in stanza, si verificò l'episodio che mi convinse, al di là del piacere dato dallo stare insieme, a prendere veramente sul serio questo rapporto. Su internet, nel mio girovagare alla ricerca di notizie sulla Thailandia, sulle thailandesi e sui rapporti di coppia con queste ragazze, mi aveva particolarmente impressionato il racconto di un tizio che, nella medesima situazione di "attacco a sorpresa", si era visto ingenuamente aperta la porta di casa dalla nonna della ragazza, la quale era intenta in quel frangente a farsi la doccia. Una volta in camera della ragazza, il tipo aprì l'armadio e vi trovò affisse le foto di un altro uomo. Quando lei entrò, lo abbracciò meravigliata, lo mandò in bagno, lo fece tornare e gli mostrò le sue foto affisse sulle ante dell'armadio, per fare intendere a chi fossero dedicati tutti i suoi pensieri. Il resto ve lo risparmio, basti sapere che fu accertato che la ragazza riceveva cospicui finanziamenti da nove diversi paesi da vari uomini, ognuno dei quali convinto di essere l'unico fidanzato.
Nella camera di Ao, ignara del mio arrivo e comunque oramai impossibilitata a porre eventuali rimedi, c'erano invece solo fotografie mie, oltre a quelle delle sue amiche ed un del suo ex-ragazzo thai, un ricordo che non voleva cancellare dalla mente.
Si potrebbe dire che la prova del nove era stata superata. A proposito, del fantomatico pancione nessuna traccia, grazie a Dio…
Mentre continuava a ripetermi, sempre più divertita e quasi compiaciuta:
"Why you came?" ... mi disse anche che aveva già parlato con la sua famiglia e che sarebbe stata con me senza alcun problema per il periodo delle mie vacanze.
Mi sentivo meglio, questa battaglia l'avevo vinta io, non era incinta, non aveva altri uomini, avevo avuto la prova che ero nel suo cuore e mi si prospettavano le vacanze natalizie più belle della mia vita: al caldo sole di una qualche spiaggia tropicale (avevamo progettato Phi Phi Island), abbracciato alla mia dolce bellezza esotica, a godermi tutto ciò che un paese unico come la Thailandia può offrirti.
Restammo un paio di giorni a Suratthani in attesa che ci raggiungessero i due trichechi provenienti da Bangkok, dove il dott. Bauer si era già prodigato a far conoscere al Ciccioriccio "tutte" le attrazioni della capitale siamese. Una volta riunitici cominciammo il viaggio verso la felicità, destinazione Phuket (dove anche lei non era mai stata), splendida isola di fronte alla costa delle Andamane.
Phuket la trovo meno bella e più costosa di Samui, anche se in tema di divertimento notturno non ha niente da invidiare a Pattaya e gode delle migliori infrastrutture turistiche. Patong Beach, particolarmente, offre una vasta gamma di possibilità di "conoscenza" che anche i nostri due baldi compari non mancarono di apprezzare più volte, previa la consueta e dovuta sosta al bancomat antifederica (ricordate la mano amica?).
Trascorsero tre giorni abbastanza spensierati, salvo la prima scenata di furiosa gelosia di Ao, ma devo dire che fu in buona parte provocata da una mia colpa, perché agii in modo veramente ingenuo, chiedendole, visto che stavo così poco insieme a loro, se le avesse dato fastidio l'aggregarmi ai miei due amiconi per andare a fare un massaggio. Le mie intenzioni erano del tutto pacifiche e d'altra parte lei non ebbe nulla da obiettare. Feci due gravi errori: il primo quello di non considerare un prerogativa orientale, quella cioè di non dire mai di no, per convenzione, quando magari invece dentro di loro il rifiuto è netto e sta a te interpretare la risposta. Il secondo errore fu quello di dimenticare da dove Ao proveniva e l'esperienze che aveva fatto e, soprattutto, visto: in effetti bisognava avere il travertino in faccia per andare a chiedere ad una (ex?) ladybar di recarsi a fare un "semplice" massaggio, senza che questa non sospettasse qualcosa. Oltretutto la qualità e la quantità di "assistenti sociali" che prestano servizio a Patong è davvero notevole, e spesso facevo fatica, camminando per strada al suo fianco, a non buttare lo sguardo qua e là per non farla ingelosire.
Al nostro ritorno Ao non disse niente, ma notai subito che non era affatto disposta al dialogo e al buon umore. Andammo tutti insieme a cena ed anche al ristorante non solo non parlò, ma non mangiò praticamente niente. Alzatici per pagare il conto, mi accorsi che lei, senza aspettarci, si era già avviata verso il lungomare a passo svelto; lasciai gli amici, le andai dietro, la raggiunsi, la presi gentilmente per un braccio per chiederle cosa avesse.
Boooommmm!, era arrivato il momento adatto per far scoppiare la bomba: forse timorosa di fare una simile scenata davanti ai miei amici, si era volutamente allontanata nelle certezza che l'avrei seguita da solo, per potermi investire di insulti e spintoni e poi dirigersi verso la spiaggia. Ci vollero un paio di ore per convincerla delle mie buone intenzioni e a non tornare a Suratthani, mollandomi lì su due piedi come un broccolo.
Tono di voce dolce e attenzioni continue furono necessarie per consolarla di quel grave torto che, nella sua testa, lei era sicura che io le avessi fatto.
In quella circostanza mi comportai da vero coglione, non c'è alcun dubbio.
Ad ogni modo per il giorno a seguire era previsto il nostro imbarco per Phi Phi Island, in altre parole il paradiso terrestre. Si tratta di due piccole isole dal paesaggio straordinario, di cui solo una abitata, Phi Phi Don, mentre l'altra, la disabitata ed incontaminata Phi Phi Ley, è meta di quotidiane escursioni in barca che portano i turisti ad ammirare le grotte dove si trovano i nidi della salangana.
Già all'approdo a Phi Phi Don si ha la sensazione di essere giunti non in un posto come tanti altri, ma in luogo davvero speciale, incantevole paradiso dalla seducente spiaggia bianca, dai superbi fondali corallini e dalla lussureggiante vegetazione tropicale che ricopre anche i due piccoli monti sovrastanti, raggiungibili con dei sentieri per godere di un panorama che definire suggestivo è semplicemente riduttivo.
E' qui che ha trovato la sua fantastica ambientazione l'oramai leggendario film "The beach" con Leonardo Di Caprio, anche se la mappa segreta mostrata nella pellicola cinematografica sembra rimandare ad un posto più identificabile come Ko Tao, a nord di Ko Samui e Ko Phangan.
Alloggiammo presso uno dei migliori alberghi, perché all'atto di prenotare dall'Italia, non conoscendo l'isola, pensammo bene fosse più sicuro non correre il rischio di non trovare una sistemazione e, come sempre, le agenzie ti mandano nei posti più belli ma anche più cari. La morale fu che pagammo una tripla con letto aggiunto la bellezza di trecentomila lire, quando anche lì si potevano trovare bungalow ad una ventina di mila lire. Ma, tant'è…
La solita maledetta sfiga non mancò di presentarmi il conto per i momenti di felicità vissuti o da vivere: alla prima defecatio quaestio (cacata) mi resi conto dalla marea giallo ocra che fuoriusciva dal mio orifizio marrone che qualcosina nel mio delicato stomachino non funzionava molto bene. Una virulenta infezione intestinale in piena regola, come sovente capita ai viaggiatori inavveduti nel bere o mangiare. Il classico evento sbagliato al momento sbagliato…
I diffusi pigmenti rossi che presto comparvero ovunque sulla mia cute convinsero nuovamente Ao che a Patong non mi fossi limitato a godere del benefico effetto dell'arte rinchiusa nelle mani di una sia pur avvenente massaggiatrice, ma che fossi andato invece certamente oltre, sino a procurarmi qualche malattia venerea. Altra conseguente sfuriata e altra minaccia di pronto rientro a casa. Il problema si risolse quando lei mi accompagnò all'ospedale del luogo (che vergogna essere fatto passare avanti ad una decina di thailandesi in attesa solo perché io ero farang), dove confermarono la presenza del virus, mi prestarono le cure necessarie e mi diedero i medicinali da prendere nei giorni a seguire.
Ao era comunque davvero ben disposta al litigio, evidentemente stava davvero passando un periodo non sereno nei rapporti con la famiglia, non era distesa ed ogni minimo disguido poteva essere la scintilla per una discussione ed il susseguente muso lungo, come si verificò quando, per vendicarci dei suoi continui scherzi e dispettucci adolescenziali, la gettammo in acqua vestita senza renderci conto che aveva con se il cellulare ed il portafoglio con i documenti. Incazzarsi era lecito, ma lei mise il muso sino al giorno dopo, anche dopo aver costatato che i documenti erano integri e dopo essere stata rassicurata che, se rotto, il cellulare glielo avrei ricomprato. Ricordo anche la faccia come il culo di quel farang che, come se il sottoscritto avesse l'orecchino al naso, la seguì al bagno del ristorante dopo aver notato la barriera di freddezza che c'era tra me e lei seduti al tavolo, convinto di venire a fregarmi la donna sotto il naso lasciandole un biglietto con il numero di telefono. Si dileguò in un battibaleno non appena vide che mi stavo dirigendo verso di lui.
Fatto sta che, dopo il consulto medico che mi discolpò dalle sue invereconde accuse, Ao tirò invece fuori le qualità migliori della donna thai, accudendomi, prendendosi cura di me, non lasciandomi un solo istante e ricordandomi costantemente il momento di prendere le medicine. Certo è che, in ogni caso, le Madonne ed i Cristi mi partivano a ripetizione al solo pensare di trovarmi in quella favola di posto e dovermi accontentare di qualche passeggiatina romantica mano nella mano sulla spiaggia dopo aver ingurgitato la mia camomillina tiepida, mentre i miei amici mi raccontavano ogni sorta di meraviglie al ritorno dalle loro avventurose escursioni terrestri o marine e degustavano ogni tipo di prelibatezza culinaria.
Il peggio (scherzosamente) doveva ancora venire. Quando già cominciavo a sentirmi meglio e pregustavo almeno l'ultimo giorno sull'isola da vivere pienamente, la mia compagna si rifece i conti e si accorse che non ce l'avrebbe fatta a stare a casa per l'ultimo dell'anno, cosa a cui teneva moltissimo. Mi chiese, pertanto, di anticipare il rientro di un giorno. Tutto sommato a me interessava principalmente stare con lei, anche se di lasciare anticipatamente l'isola ed un albergo di lusso già pagato mi seccava un poco. In più fremevo per poter realizzare il sogno della mia vita: sbragarmi a mezzanotte del 31 dicembre su una comodissima sdraio poggiata sulla riva di una fantastica isola tropicale, dando un calcio in culo al freddo, al vento, allo stress e alle preoccupazioni. Quando ebbi la garanzia che questo lo si sarebbe potuto fare a Samui, accontentandosi Ao di vedere la famiglia durante la giornata, acconsentii con maggior entusiasmo alla sua richiesta e così salutammo i due facoceri (intenzionati a rientrare da Phi Phi e a rimanere a Phuket) e ripartimmo in pulman alla volta di Suratthani.
La morale fu che mi ritrovai a dare il benvenuto al nuovo anno in un localaccio di Suratthani a sentire lei, amici, parenti ed altri avventori cantare al karaoke le canzoni dei vari Pupo e Nino D'Angelo thailandesi.
"Non ti stai divertendo?", mi chiese ad un certo momento della serata.
"Ma che scherzi? Di più, porco…"
Comunque ero felice, la Thailandia, almeno da turista, è un posto che esercita il suo fascino ovunque ci si trovi, dove ci si sente sempre e comunque rilassatamente a proprio agio. In più, il ritorno a casa sembrava avere restituito la serenità al mio angelo, che mi confessò che erano tanti anni che non riusciva a sentirsi così bene e in armonia con i suoi. Povera ragazza thai che, come tante altre, aveva sempre dovuto portare sul groppone il peso della propria responsabilità di essere nata donna, usata e maltrattata anche e soprattutto all'interno del nucleo familiare, ciononostante fiera ed orgogliosa di essere lei la speranza per l'avvenire della famiglia.
Con la madre non aveva mai avuto un buon rapporto ed era da alcuni anni che si era resa indipendente, lavorando come cameriera in bar e in sale da biliardo o gestendo un karaoke, prima di tentare il grande salto a Samui. Non dimenticava mai, però, di tener fede a quell'imperativo categorico che la vedeva obbligata a provvedere, almeno in parte, alle esigenze economiche della famiglia, tutto questo mentre i fratelli maschi si dedicavano alacremente alla loro tradizionale attività, quella di inseminatori mascherati che sfrecciano ubriachi sui loro destrieri motorizzati.
Cercare di capire la composizione di un nucleo familiare thailandese è impresa improba, dei figli lì se ne occupa chi può. Non ricordo quando, ma Ao mi disse che l'uomo che un giorno mi presentarono come suo padre era in realtà il patrigno, mentre il vero padre (così le raccontarono quando era bambina) era stato accoppato quando lei aveva pochi giorni di vita. Da chi non è il caso di dirlo, sia per il senso di ribrezzo che potrei suscitare, sia per il rischio che un giorno, forse, questo racconto possa essere pubblicato. Diciamo che non me lo ricordo.
Il trauma derivato da una simile confessione generò con ogni probabilità in Ao il complesso da Cenerentola, in un contesto familiare di svariati fratelli, sorelle, fratellastri, sorellastre, dove lei risultava di fondo l'unica, insieme ad una sorella, ad avere avuto quel padre e la madre attuale. Gli altri condividevano al massimo la madre, altri nessuno dei due. Approfondiremo questo tema nella seconda parte dello scritto.
L'entrare a contatto con la cultura rurale di un posto è sempre un'esperienza coinvolgente, fornisce la possibilità di capire veramente il contesto in cui ci si è calati. In Thailandia tu sei e sarai sempre e solamente un farang, non ti accetteranno mai come uno di loro, ma sarai comunque trattato con i dovuti riguardi, al di là delle inevitabili implicazioni economiche che ti porteranno ad essere visto, tuo malgrado, come un Paperon de Paperoni giunto in loro soccorso. Personalmente richieste di denaro dirette non le ricevetti mai, ma, come per tutti i farang, quest'aspetto della relazione con una ragazza thai non mancò di presentarsi in seguito in tutta la sua fastidiosità.
Sinceramente, non mi pesava di dover pagare qualche volta il conto di un pasto per più di una persona nell'equivalente delle nostre tavole calde, sia per il costo davvero irrisorio (ricordo che un giorno presi da mangiare per otto persone pagando neanche diecimila lire), sia perché lo ritenevo doveroso in qualità di fidanzato della figlia. Poi sta al farang di turno capire quando porre un freno, qualora si dovessero presentare richieste smodate e provocatorie, magari anche frutto di ingenuità e del comico convincimento di una falsa onnipotenza di tutti i farang.
Insomma, con la sua famiglia non mi pesava starci e poi io e lei eravamo quasi sempre per i fatti nostri, a trascorrere felicemente altri giorni spensierati, all'insegna del divertimento e della gioia di vivere. Apprezzavo sempre più il suo carattere gioioso e gioviale, sempre pronta a scherzare con tutti, a cercare il lato divertente delle cose (il sanuk), donna bambina per l'indole gioconda ma amante passionale e dal forte carattere al tempo stesso.
Il giorno della partenza accadde un episodio che, a mio parere, solo in una terra magica come la Thailandia si può verificare. Ora tenete presente che Suratthani è una città di almeno duecentomila abitanti, dove i centri commerciali non mancano, dove i luoghi per mangiare abbondano, dove si può mettere qualcosa sotto i denti a tutte le ore. Mi dovete allora spiegare quale strano incrocio di combinazioni poteva far sì che, senza alcun appuntamento e senza un volo da prendere in comune, ritrovassi casualmente il Dott. Bauer, di cui avevo perso le tracce dalla nostra separazione a Phi Phi, intento a consumare un pasto al food center dell'ultimo piano di un centro commerciale della città, in compagnia di una tizia neanche troppo figa. La sorpresa fu davvero grande, così come il reciproco compiacimento nello scoprire di avere lo stesso volo di rientro per Bangkok, dove comunque lui si sarebbe fermato ancora un giorno per prendere il volo di ritorno con la China, mentre io avrei dato subito un taglio netto ai sogni e alle illusioni, imbarcandomi un paio di ore dopo sul Bangkok - Roma della Thai.
Il Ciccioriccio era invece già rientrato in Italia direttamente da Phuket, non prima di aver festeggiato insieme al compare l'arrivo del nuovo anno in quel di Phang-ga in dolce compagnia (mortacci loro, come stavano quelle due tipe in quelle foto…). Si erano inoltre goduti lo spettacolo delle rocce di origine calcarea della baia di Phang-ga, caratterizzata da un inimitabile paesaggio fatto di canali di mangrovie e di gallerie tra le rocce. La minuscola isola dove James Bond (Roger Moore) va alla ricerca del malvagio Scaramanga nel film "L'uomo dalla pistola d'oro", si trova proprio in questa famosissima baia. Che spettacolo!
Questo secondo commiato da Ao all'aeroporto fu meno malinconico ed anzi pieno d'entusiasmo, perché sia io che lei avevamo capito che, se quello dell'estate precedente a Samui poteva avere il recondito sapore di un possibile addio, di un'ennesima messa in scena della recita delle false promesse reciproche, quest'altro conteneva in sé il seme per un sicuro ritorno, anzi, sanciva veramente e definitivamente la nascita di una relazione, i cui sviluppi già prevedevano una sua convocazione futura in Italia.
1.5 - L'imbocco del tunnel
Fu infatti da questo secondo viaggio che tornai veramente cambiato, il primo mi aveva lasciato nel limbo della beatitudine, questo mi aveva ugualmente soddisfatto in termini di godimento dei piaceri della vita, ma mi aveva anche fatto capire nel profondo dell'animo cosa volessi veramente dalla vita, portandomi a rompere ogni indugio in merito ai miei programmi futuri: la volevo portare in Italia. I controlli doganali, credo, solitamente li fanno a campione. Se arrivi in concomitanza di altri voli, alla dogana non sanno da dove vieni, ma se in quei frangenti atterra solo il tuo volo...Non scorderò mai l'episodio accadutomi: atterraggio a Fiumicino ore 6,00 ritiro bagaglio ore 6,15: il primo. Miracolo! Solo i passeggeri del mio volo al ritiro bagagli. Mi avvio allegro e felice verso l'uscita, quand'ecco puntuale la rottura di scatole proveniente da un tizio in borghese al bancone della dogana:
"Da dove viene?"
"Bangkok"
"Favorisca il passaporto e apra il bagaglio, prego! Santucci si chiama?"
E ridono.
"Perchè ridete?" chiedo.
"Niente, abbiamo una collega che si chiama così"
Gli altri passeggeri intanto andavano lisci, io, intento ad aprire smadonnando sia la valigia, sia il bagaglio a mano, sia un piccolo plico contenente souvenir, scorgo la punta delle scarpe della divisa di ordinanza di un finanziere nel frattempo avvicinatosi, che dice al collega:
"Lascialo stare a questo, che è un allenatore di pallavolo".
Minchia, penso tra me e me, qualche campionato l'ho vinto, ma non credevo di essere diventato famoso come Velasco. Alzo gli occhi e, sotto la visiera del cappello, riconosco dopo qualche attimo di esitazione un arbitro che mi conosceva abbastanza bene. Problema risolto grazie alla conoscenza? Macchè, il collega era davvero un rompiscatole.
Nell'immediato rientro a Roma non mi buttai a peso morto nell'impresa, perché dovevo prima concludere il programmato acquisto della casa: la realizzazione dei progetti più importanti nell'esistenza di una persona sembrava avvenire per me tutta in una volta, quasi come un segno del destino. Acquisire finalmente la totale indipendenza dopo averla tanto agognata e limitarla sin da subito a causa di una non programmata convivenza, non costituiva forse il massimo dell'arguzia, mi dicevo, ma avevo sempre pensato che con una donna "giusta" al fianco tutto ciò non avrebbe pesato più di tanto e poi sarebbe stato per poco (purtroppo), giusto il tempo di trascorrere insieme i canonici tre mesi concessi dal visto turistico su invito per conoscersi meglio e poi si sarebbero tirate le somme di questa ulteriore esperienza.
Come tutte le iniziative che intraprendo nella mia vita, la ricerca e l'acquisto della casa si rivelarono, a forza di ripetuti ed inaspettati contrattempi, stressanti e faticosi tre volte più che per una persona normalmente fortunata, ma c'ero abituato e in ogni caso si era giunti all'atto conclusivo, dopodiché mi sarei dedicato all'altro grande progetto.
Come volevasi dimostrare, giusto il tempo di festeggiare il rogito ai primi di gennaio, che mi resi prontamente conto di come la nuova impresa che mi accingevo ad intraprendere mostrasse anch'essa i connotati di un mostro indomabile. Le pastoie burocratiche normalmente connesse alle questioni dei visti d'ingresso per l'Italia assumono, nel caso della Thailandia, le dimensioni di un vero e proprio Everest da scalare con corde e picconi, con l'aggiunta di frane e slavine provocate a buona posta nei punti dove meno te lo aspetti.
In un post su un forum di discussione sulla Thailandia definii un autentico embargo dei sentimenti l'ostruzionismo appositamente fatto dall'Ambasciata d'Italia a Bangkok in materia di rilascio dei visti turistici.
C'è il serio rischio di arrivare all'esaurimento nervoso, quando ci si trova a combattere battaglie dove le regole non sono chiare ed anzi cambiano arbitrariamente e di continuo, con l'unico scopo di disorientare e scoraggiare il nemico. Quanto oramai risulti praticamente impossibile riuscire ad ottenere questo benedetto foglio lo si potrà capire solo dopo un'attenta lettura del paragrafo appositamente riservato nella seconda parte, per adesso basti sapere che si è scatenato da tempo un vero e proprio business parallelo di agenzie e pseudo tali che operano più o meno legalmente, garantendo l'ottenimento di tutta la documentazione necessaria per inoltrare richiesta per il visto. Il problema è che il trucchetto è talmente sputtanato che all'Ambasciata non ci casca più nessuno. Interrogando le ragazze previo appuntamento, scoprono facilmente l'inganno.
Ma il problema è capire il perché di tutto questo. Quanti immigrati clandestini thailandesi avete conosciuto nel nostro Paese? Rappresentano forse un problema anche solo lontanamente paragonabile a quello determinato dai flussi migratori di provenienza nordafricana, est europea, cinese, indiana, ecc.?
E se l'intento fosse invece quello di dissuadere i sempre più numerosi infatuati delle ninfe dagli occhi a mandorla dal fare degli errori di interpretazione in merito alle reali intenzioni di molte di queste ragazze, allora dico: perché non si fanno i cazzi loro, perché non ci lasciano sbagliare da soli, perché non capiscono che fanno solo peggio, spingendo gli sventurati Romei di turno a passi affrettati (vedi matrimonio) pur di avere con se la propria Giulietta? Perché si deve passare più tempo a cercare di capire come fare per aggirare una legge iniqua, frutto di una saurica burocrazia, invece di dedicare il proprio tempo e le proprie risorse psichiche all'approfondimento delle diverse abitudini di vita, ad un tentativo di miglior comprensione del modo di pensare e di essere di quella che potrebbe davvero diventare un giorno la propria compagna di vita?
Dal medico anche io ci arrivai per lo sfinimento, ma non corriamo troppo.
Da subito Ao si dimostrò ben disposta a collaborare, ma avevo assolutamente bisogno di un appoggio, sia per l'ottenimento dei documenti, sia per avere la certezza che lei capisse veramente cosa doveva fare. Un tizio di Verona conosciuto su Internet mi suggerì di contattare un conoscente italiano residente al nord ma proprietario, insieme alla moglie thai, di un ristorante - albergo a Pattaya. Quest'uomo avrebbe pensato a tutto: si trattava di dimostrare con una finta lettera di assunzione predatata che la ragazza avesse un lavoro stabile, rafforzando la tesi con l'esibizione del libretto bancario attestante periodici versamenti riconducibili allo stipendio elargito. La novità assoluta era, a testimonianza del giro di vite dato dalle autorità italiane, che la ragazza, all'atto della presentazione della richiesta di visto, doveva avere tot. soldi in banca, mi pare l'equivalente di circa 3.000 €. Ora mettetevi nei panni di un Romeo infatuato sì, ma non del tutto sprovveduto: come poter mandare tutti quei soldi ad una quasi sconosciuta, dato che nel 50% buono dei casi, finisce che lei quei soldi se li spende e se la ride alla faccia tua? Molte storie finiscono così ancora prima di cominciare. Passi per il mensile (250 € sono sufficienti) che tu invii con la Western Union, raccomandando alla ragazza di non spendere tutti i soldi e soprattutto di versarli prima in banca per attestare il ricevimento dello stipendio, ma arrivare a quella cifra mi sembrava una vera sciocchezza. Il valore aggiunto dell'"aiuto" di quell'individuo stava proprio qui: avrebbe provveduto lui stesso a versare sul conto della ragazza la rimanenza per arrivare alla cifra finale, tutelandosi trattenendo il libretto della ragazza sino al momento in cui, a visto eventualmente ottenuto, si sarebbe recato con lei alla banca per ritirare la cifra da lui versata. Un metti e leva nel giro di pochi giorni. Contestualmente Ao si sarebbe appoggiata presso di lui per fare tutti i giri a Bangkok. Un servizio completo, per essere sintetici. La cifra che avrei dovuto sborsare per il tutto, tra costi di pratiche e "parcella", si aggirava intorno ai tre milioni di lire. Era sempre meglio, comunque, che affidarsi ad una vera agenzia, dove il pagamento lo pretendono anticipato, a prescindere se il visto poi lo ottieni o no.
Poiché il tizio non lo conoscevo, approfittando del fatto che in Italia lui vive in una città dove ho appoggio presso parenti, lo volli andare a conoscere di persona per capire con chi avevo a che fare. Lo trovai simpatico ed affidabile e l'affare si concluse.
Cominciò così, il frenetico conto alla rovescia che avrebbe dovuto giungere a conclusione per metà marzo, attraverso una serie di incastri che prevedevano la presenza del tipo in loco, il mio arrivo (compatibilmente con gli impegni di lavoro e pallavolistici) e, naturalmente, il tempo minimo per mettere insieme tutta la documentazione.
E. (nome abbreviato del mio nuovo referente) mi confessò da subito di avere un pizzico puntato le antenne dopo il primo colloquio telefonico intercorso tra sua moglie (thai) ed Ao, giudicata un pochino troppo sveglia, qualità pericolosa in una thailandese. Soprattutto mi confessò di avere avuto l'impressione che fosse pilotata da qualcuno che al telefono le diceva cosa dire, addirittura poteva essere anche un suo ragazzo thai. Senza prendere troppo sul serio questo allarmismo, trovai normale il comportamento di Ao, visto che era in gioco il suo avvenire e da qualcuno doveva pure farsi consigliare. Ma anche in futuro ebbi l'impressione che E., qualche volta, volesse mettermi delle pulci nelle orecchie come per invitarmi a lasciar perdere, quasi a voler stare a posto con la propria coscienza per avermi velatamente fatto capire che qualcosa secondo lui non andava, senza contestualmente comportarsi così da coglione da essere lui stesso a rinunciare all'affare.
Io, da parte mia, mi ero limitato a lasciare ad E. i miei documenti, il mio 730, il mio domicilio e ad inviare periodicamente i soldi ad Ao.
Lei nel frattempo era già stata a Pattaya da E., insieme erano andati a Bangkok a fare le pratiche necessarie, era rientrata alla base ed eravamo quindi tutti in attesa del gran giorno che sarebbe stato pressappoco, come detto, a metà marzo.
Io non facevo altro, nella mia impazienza, che cercare di capire la mentalità thailandese, di intravedere possibili inganni all'orizzonte, di darmi una spiegazione del perché E. mi allarmasse così tanto sulla possibilità non remota che Ao potesse avere anche altri farang, giustificando il tutto dicendo:
"Marco, anche se fosse, lo fanno praticamente tutte e comunque la tua donna mi sembra abbastanza a posto".
Altre volte sbottava, rinunciando anche lui a cercare di capire certe complicate situazioni, limitandosi alla seguente esternazione chiarificatrice:
"Sono thailandesi…!!!"
Con l'esperienza che ho acquisito sul campo, per far meglio capire la differenza di cultura tra noi e loro trovo limitativo sostenere semplicemente che appartengono ad un'altra razza, io giungo persino al punto di affermare categoricamente che i thai sono proprio un'altra specie: non loro volpini e noi barboncini, ma loro rettili e noi mammiferi, tanto per intenderci.
Venne alfine il gran giorno, anzi la tre giorni. E. aveva "sotto mano" tre casi, andò con tutte e tre le ragazze all'Ambasciata a chiedere il visto. Già questo mi insospettì, ma mi disse che non per tutte presentava la lettera di assunzione presso il proprio esercizio. Il problema, semmai, era che Ao aveva speso una buona parte dei soldi che le avevo mandato e che lui, di conseguenza, aveva dovuto rifinanziare il suo conto in maniera un po' troppo sospetta, troppi soldi tutti insieme per arrivare all'importo richiesto da esibire sull'estratto conto.
Incrociai le dita, non dormii la notte, il pensiero continuamente fisso a seguire con un volo d'immaginazione il tragitto di quel taxi che con a bordo tre rapinatrici di cuori ed un farang semi-espatriato percorreva la strada che collegava Pattaya a Bangkok. Non ricordo se chiamai io o E., le prime notizie ispiravano comunque un certo ottimismo: di prassi, se ti danno subito appuntamento (come fecero) per ritirare il visto di lì a tre giorni, è perché il colloquio avvenuto tra la ragazza ed i funzionari ha avuto esito positivo, ma…attenzione a cantar vittoria troppo presto.
C'era da affrontare lo stillicidio dell'attesa, tutti ad ogni modo consapevoli che ciò che occorreva fare era stato fatto e non restava altro che aspettare fiduciosi la risposta. Quando l'attesa ebbe termine, di nuovo il cuore ricominciò a pulsare in modo inusuale per ventiquattro ore di seguito, in un crescendo di emozioni e ricordi, come se ci si trovasse nel corso di una radiocronaca ad attendere che quel cazzone di cronista te lo dica che il rigore decisivo che ti dà la coppa è stato finalmente tirato ed è andato dentro…
Fuori…il tiro era andato fuori, anzi, per la precisione, tre tiri andati fuori, dal momento che il visto non era stato concesso a nessuna delle tre ragazze "patrocinate" da E.
La notizia, comunicatami telefonicamente, mi fece letteralmente crollare il mondo addosso, rendendomi incapace di trovare un commento istantaneo, un'idea, un'alternativa pronta. Provai solo una grande emozione in negativo, in un silenzio alla cornetta rotto solo dalla voce di lei che E. nel frattempo mi aveva passato. Due parole, il triste disappunto di entrambi, un appuntamento telefonico al giorno dopo per riordinare le idee e prendere una decisione.
Che fare? Nella risoluzione più immediata mi aiutò il fatto di avere già fiduciosamente saldato il biglietto dell'aereo il giorno prima (altrimenti avrei perso la prenotazione), sarei quindi comunque partito per raggiungerla. Per il resto, ne avremmo discusso insieme (E. già parlava di riprovarci più in là, pensando che forse avevamo avvicinato troppo la data di assunzione e la richiesta del visto). Per il momento la cosa più importante era riabbracciarsi, esorcizzare in qualche modo l'evento negativo, farle sentire la mia vicinanza, confermarle le mie intenzioni, rassicurarla in ogni modo.
Non scorderò mai quel pomeriggio, qualche giorno prima del rifiuto del visto, in cui lei chiamò continuamente a casa di mia madre chiedendo di me in lacrime. Mia madre non riusciva a mettersi in contatto con me ma, una volta giunto a casa, mi disse subito di chiamarla. Stetti quasi un'ora al telefono per cercare di rassicurarla e di farla smettere di piangere a dirotto, mentre mi chiedeva disperata se avevo un'altra donna e mi faceva intorcinare le budella a causa del mio senso di impotenza nel sentirla così sola e affranta, temendo che le fosse successo qualcosa. Il suo era un attacco di malinconia come mai le era preso, sopraggiunto magari a seguito di litigata con la madre o la sorella. Le telefonate continuarono anche dopo che uscii di casa, mia madre la fece calmare per telefono per quasi un'altra ora (chiamava lei) da un ragazzo che parlava inglese ed il ritornello era sempre quello:
"Marco have lady?" (Marco ha una donna?)
Un furbesco tentativo di forzare la situazione? Non credo affatto. Niente di più probabile, invece, che qualche stregone le avesse fatto le carte e le avesse annunciato infedeltà del partner (c'è gente finita ammazzata per questo, in Thailandia). E allora via con la depressione e la bevutina scacciapensieri.
L'unica cosa che capii era che non potevo lasciarla sola a lungo.
"Sono donne che non riescono a stare da sole", mi diceva inoltre spesso E. tanto per allarmarmi ulteriormente.
Queste dimostrazioni di morboso affetto e di atroce sofferenza per la nostra lontananza contrastavano non poco con quanto riportatomi da E. in merito al comportamento di Ao in mia assenza. Nelle sue due permanenze a Pattaya lei alloggiò sempre separatamente dalle altre ragazze, che invece dormivano nell'albergo di E. e la vita mondana della località balneare più famosa del Siam sembrava attirarla parecchio.
"E' bene che la ragazza non stia troppo a lungo a Pattaya" mi disse una volta E.
"Che cazzo vuoi, sei tu che c'hai l'albergo a Pattaya, mica io"
gli risposi scherzando, ma in realtà sapere o, meglio, dare per scontato che ogni volta che Ao metteva becco fuori di casa, anche solo per una passeggiata di un'oretta, ci sarebbero di sicuro stati almeno cinque o sei uomini pronti a tampinarla e a romperle le scatole, non è che mi tranquillizzasse molto.
Già nel corso della prima "visita" di Ao a Pattaya, E. mi manifestò il dubbio che a Ko Samet per un paio di giorni non ci fosse andata proprio con un'amica, come lei gli aveva detto. Ma la filosofia di E. era sempre quella: se ti cominci a fare delle paranoie con una thailandese che vive in Thailandia, stai fresco…anche se fosse…sono fatte così, prendere o lasciare.
Insomma, le palle mi giravano al solo pensiero, ma siccome di prove concrete neanche a parlarne, allora, come si suol dire, occhio non vede, cuore non duole.
Appena sbarcato al Don Muang, mi diressi all'East bus Terminal, da dove partono le corriere per Pattaya e in un paio d'ore mi ritrovai nella città che più di ogni altra al mondo può arrogarsi il diritto di essere chiamata la moderna Sodoma o Gomorra. Arrivato di giorno non mi diede l'impressione di essere qualcosa di molto diverso da una tranquilla località balneare, grande, sviluppata e piena di infrastrutture turistiche, anche se con una qualità delle acque non proprio eccelsa. Adagiata sulla parte est del Golfo di Thailandia, negli anni, a partire dalla guerra in Vietnam, ha vissuto uno sviluppo urbanistico un tempo impensabile, sino a diventare una delle capitali del divertimento mondiale. E' a sera che questa mater pecatorum si rivela in tutta la sua dilagante trasgressività che, sembrerà assurdo, a conti fatti non disturba neanche più di tanto: sarà che il sottoscritto, pur non considerandosi certamente un puttaniere abituale, non fa però neanche parte delle vaste schiere di moralisti perbenisti (veri o presunti), sta di fatto che passeggiare per Pattaya di notte non crea un particolare disagio, perché la cosiddetta diversità lì è la norma. Non si tratta di notare scandalizzati il fenomeno della prostituzione, perché lì tutto o quasi è prostituzione e non nel senso che le diamo noi. Tu sai già che il 90 % almeno degli uomini in quel posto ci si trova per un motivo ben preciso, lo stesso che spinge migliaia di ninfette asiatiche ad intrattenerli amorevolmente ed il fatto che il tutto si svolga alla luce del sole, senza sfruttamento a vantaggio di terzi, senza costrizione (ma molto spesso per necessità, certo), fa sì che l'atmosfera non risulti affatto pesante o disarmonica, persino nella supertrasgressiva Walking Street, la via pedonale ad altissima concentrazione di go-go bar, dove anche i travestiti locali, i katoeys, si danno da fare per guadagnarsi la pagnotta.
E' a Pattaya nord che il turismo "per bene" concentra le famiglie in semplice villeggiatura, oppure nella vicina spiaggia di Jomtien, 3 Km. più a sud, dove la pulizia delle acque è di un livello accettabile e dove si può stare tranquillamente distesi su una sdraio all'ombra delle palme, sorseggiando latte di cocco con lo sguardo rivolto all'orizzonte, intento a chiederti cosa cazzo hai fatto per tutto il tempo precedente della tua vita e se davvero sei convinto di averlo impiegato bene, questo tempo.
Quando arrivai, in tarda mattinata, Ao era fuori a fare spese, la attesi nel piccolo ma raffinato albergo di E. che nel frattempo era rientrato in Italia. Quando fece ritorno, non sembrava particolarmente entusiasta di vedermi: un semplice bacio sulla guancia ed un abbraccio neanche troppo caloroso. Ricondussi questo atteggiamento alla tipica avversione thai per le smancerie in pubblico (raro vedere una coppia che si bacia in strada), ma ben presto mi resi conto che Ao ne aveva architettata un'altra delle sue. Una volta saliti in stanza, provai a rompere il ghiaccio abbracciandola di nuovo, ma lei, anziché sciogliersi, si divincolò con calma, mi fece mettere seduto vicino a sè e mi mostrò un taccuino su cui aveva ingegnosamente fatto dei rudimentali calcoli matematici, il cui intento era quello di dimostrare come ci avessi messo troppo per arrivare a Pattaya, tenendo conto del tempo che (secondo lei) avrei dovuto impiegare per scendere dall'aereo, prendere un taxi sino al bus terminal, salire su una corriera, giungere a Pattaya, prendere un furgoncino ed arrivare alfine in albergo. Secondo i suoi rigidi parametri accusavo un ritardo sospetto.
Alla fine della sua dimostrazione scientifica, inizialmente solo seccata, poi sempre più iraconda (anche a causa della meraviglia da me manifestata, perso com'ero nel mio stupore), Ao cominciò a chiedermi:
"Where you go (went)?" ("Dove sei stato?")
Avete capito? Quella pazza scatenata mi stava facendo il quarto grado perché a suo dire mi sarei preso una mezz'ora di libertà per compiere chissà quali oscenità alla faccia sua…roba da matti.
Gli ci volle la solita mezza giornata per sbollire l'arrabbiatura, al termine della quale (ormai c'ero abituato) si riaffacciò prontamente il nostro consueto feeling che ci portava a vivere insieme momenti spensierati e, a volte, indimenticabili. La sua lunaticità caratteriale non intaccava minimamente la serenità che provavo in ogni istante delle giornata, che si passeggiasse per lo shopping, che ci si sedesse a mangiare nei food center dei grandi centri commerciali, che ci si stendesse in spiaggia (rigorosamente all'ombra) o su una poltrona di un modernissimo cinema. Sì, pure al cinema mi piaceva andare con lei, anche se non ci capivo una mazza di quello che dicevano in thai o in inglese (d'altra parte per comprendere la trama di un film d'azione non è che ci voglia poi una scienza infusa). Inoltre trvo che il thai sia una lingua armonica e melodiosa da ascoltarsi.
Il programma del viaggio prevedeva qualche giorno da trascorrere a Ko Chang, un'isola grande più o meno quanto Samui, che spunta dalle acque del Golfo di Thailandia, andando verso il confine con la Cambogia. Ne avevo sentito parlare come di un posto incontaminato dal turismo di massa, l'ideale per passare qualche giorno in compagnia della propria bella, lontano da suoni fracassoni e dalle luci multicolori. Un tempo, dicono, anche Samui era così, oggi mantiene ancora intatto il suo fascino, ma tra vent'anni, forse…
Dopo qualche ora di viaggio in pullman nella notte ed un veloce travaso su di un furgoncino che ci portò a Trat, dormimmo in una squallida pensioncina in attesa del mattutino imbarco sul traghetto.
Sull'isola ci sistemammo nella spiaggia principale, Hat Sai Khao, dove non mi feci certo mancare l'oramai indispensabile (per me) bungalow sulla spiaggia, dalla verandina del quale mi godevo ogni giorno l'incantevole spettacolo del sole che andava a tuffarsi nel mare, pochi istanti prima che la mia signora fosse pronta per recarci a mangiare in uno dei tanti deliziosi ristorantini sulla spiaggia, gustando ogni volta sapori diversi e stordenti, per poi camminare a piedi scalzi sino a raggiungere quei localini sulla riva che ti richiamano con la loro ipnotica musica ambient, offrendoti la possibilità di sdraiarti su larghi tappeti e soffici cuscinoni a giacere sulla sabbia, mentre la luce soffusa di una candela illumina quel tanto che bastava per aggiungere splendore al suo volto radioso di bambola orientale.
…Svejate a scemooooo…!!!!!
Di giorno ci avventuravamo alla scoperta dell'isola con il motorino che avevamo affittato: effettivamente, oltre al pur piacevole relax, il posto offriva poco, spingendo il turista all'esplorazione del paesaggio circostante. All'interno dell'isola vi è una cascata facilmente raggiungibile, secondo me meno bella di quelle di Samui, ma pur sempre oggetto di sicura ammirazione da parte dei turisti. Qui Ao ebbe un'altra stranita, perché non attesi che lei finisse di parcheggiare il motorino per prendere i biglietti d'ingresso: se l'avessi attesa avrei evitato di pagare due biglietti da farang, visto che lei, thai, avrebbe pagato una cifra simbolica. Avevo dimostrato una certa stupidità, non tanto per il disavanzo economico (1/2 € contro 5), quanto perché non capivo che, pur non trovandomi certamente di fronte ad un obbligo, non è che ci facessi una gran figura a dimostrare di non curarmi più di tanto dei soldi, se poi non le consentivo di pensare affatto alla sua famiglia. Magari lei con quei 5 € risparmiati ci pagava una cena alla madre e al padre. Tenne il muso per un po', mi diede del farang coglione, ma poi tutto si mise, come al solito, facilmente a posto.
Dopo tre giorni di totale relax eravamo comunque leggermente stufi di quell'isolamento e decidemmo di rientrare a Pattaya, dove alloggiammo nuovamente all'albergo di E., divertendoci quando avevamo voglia di divertirci o tenendoci occupati … quando ne avevamo voglia, praticamente almeno un paio di volte al giorno. Saltuariamente, nella vita bisogna pur concedersi una vacanza dove non esiste più un'ora od un momento preciso per fare una cosa, all'insegna del disordine più assoluto, che ti permette di mangiare, bere, nuotare, passeggiare, trombare quando ne hai semplicemente voglia, a qualsiasi ora del giorno e della notte, in piena tranquillità e sicurezza, nel totale dominio del tempo a tua disposizione.
Ma la vita ti mette sempre la sveglia sul momento più bello del sogno e così eccoci pronti ad affrontare nuovamente l'imbarazzo di un nuovo distacco, nella piena consapevolezza, tuttavia, che questo fosse diverso dagli altri due, in quanto il primo era stato disilludente, il secondo entusiastico, mentre quest'ultimo (il terzo), si configurava come realista e pragmatico, perché questa volta una decisione seria andava presa. Così avevamo fatto negli ultimi due giorni, non facendoci mancare il tempo, tra un divertimento e l'altro, di parlare molto del nostro futuro e dei possibili sviluppi della nostra relazione.
Non ricordo esattamente quando e come mi uscì fuori (il pallino ce l'avevo nella testa da prima di partire), avevo sempre rinviato il momento in cui mi sarei deciso a tirare fuori quell'argomento, quella frase, quella proposta che tanto spesso fa palpitare il cuore e balbettare la voce di persone normalmente sicure, rendendole insolitamente esitanti:
"Ao, do you want marry me?" ("Ao, mi vuoi sposare?").
Sin da subito le feci capire che non ero così stupido da pensare che, dopo soli tre brevi periodi di due settimane vissuti insieme, fosse arrivato il momento giusto, che avessi la convinzione assoluta di aver trovato l'anima gemella, spiegandole che la vita è una cosa diversa da una vacanza vissuta insieme e che, una volta in Italia, lei avrebbe dovuto affrontare diversi problemi di ambientamento. Le rimarcai anche il fatto che io non ero Paperon de Paperoni e che non le potevo ceto garantire una vita all'insegna dello sfarzo.
Ma se questo era l'unico modo per riuscire nell'intento di farla venire, allora mi sarei assunto le mie responsabilità e chiedevo a lei di fare altrettanto.
Ao sembrò titubante, soprattutto non le andava giù quella definizione che io diedi all'eventuale nostra unione matrimoniale: "per finta", che voleva intendere, in piena buona fede, che io l'avrei lasciata libera di tornare quando avesse voluto, se proprio si fosse resa conto dell'impossibilità di una sua permanenza in Italia: freddo, cibo, lontananza dalla famiglia, possibile incompatibilità di carattere con il partner, quanti pericoli dietro l'angolo per una ragazza thailandese che tenta l'ambientamento in un Paese mai visto, lei che non ha mai messo becco fuori dal suo paese, lei che della cultura farang conosce solo ciò che vede negli atteggiamenti e nelle abitudini vacanziere o nei film d'importazione.
Ma la mia donna tendeva ad interpretare quel "per finta" alla maniera thai, ovvero che il marito la poteva mandare a fare in culo come e quando avesse preferito. Però, a suo dire, lei in quel preciso momento della sua vita aveva troppi problemi personali, troppa insoddisfazione, troppo bisogno d'affetto, per non considerare quell'opportunità come un segno del destino da non lasciarsi assolutamente sfuggire e alfine, dopo averci riflettuto un po', accettò.
Io credo che stesse anche facendo dei legittimi calcoli, quale donna non li fa prima di compiere il grande passo, ponderato e a lungo meditato o affrettato e sbrigativo che sia (come nel nostro caso). Proposte di matrimonio in passato non le erano mancate, ma di sicuro insoddisfacenti dal punto di vista sentimentale, provenienti una da un ricco thai (e lei di thai non ne voleva più sentir parlare), un'altra dal primo farang conosciuto, quell'americano danaroso che mi precedette di un paio di mesi e che lei riconosceva come persona amabile, ma davvero troppo in là con gli anni.
Con me molto probabilmente mediò, scegliendo un farang mediamente bello, giovane e benestante, considerando forse che non si può avere tutto dalla vita. In più, per sua stessa ammissione, il mio valore aggiunto era costituito dall'affettuosità che troppo spesso una donna thai non vede ricambiata e che invece io, nei rari casi in cui veramente mi prende la fissa per una donna, le concedevo a piene mani. Le donne thai adorano i nostri modi galanti, laddove invece dai loro uomini non possono ricevere altro, nella maggior parte dei casi, che corna, ubriacature e botte.
Vi lascio immaginare lo stato d'animo con il quale salii le scalette del boing che mi riportava a casa, immerso come ero nei miei pensieri che si rivolgevano non tanto ad una riflessione sulla bontà della mia, anzi nostra, decisione (visto che non mi sfiorava neanche lontanamente la sensazione di avere intrapreso un gioco troppo difficile), quanto alle strategie da seguire per sbrigare la faccenda nel più breve tempo possibile, forse anche nel timore inconscio di possibili ripensamenti, miei come suoi.
1.6 - Le pubblicazioni
In Italia avevo già cominciato a prendere le informazioni del caso prima ancora di partire e ripresi a farlo non appena rientrato, sia per quel che riguardava l'aspetto burocratico, sia per quel che si allacciava a possibili rischi e "controindicazioni" in cui sarei potuto incorrere. Mi recai in diverse stazioni di Polizia e Carabinieri, mi consultai con diversi amici avvocati, sembrava proprio, al di là delle inevitabili teoriche conseguenze legali in caso di divorzio, che non vi fosse memoria storica di separazioni con donne thailandesi a seguito delle quali il marito si fosse trovato poi costretto a dover provvedere al sostentamento dell'ex consorte, passandole i famigerati "alimenti".
Lo stesso E. mi confermò, poco prima di sposarmi, che in caso di fallimento me la sarei cavata con una piccola "liquidazione", un una tantum di qualche milione di lire senza più nulla a pretendere per il futuro.
La ragione di tutto ciò risiede in un'analisi di facile comprensione: una ragazza thai, ammesso che sia a conoscenza del mestiere di avvocato, non si avventurerebbe mai in una guerra legale a migliaia di Km. di distanza, con la prospettiva di affrontare ingenti spese legali senza avere neanche la certezza di spuntarla. Insomma, non si ha a che fare con una est-europea che con un'ora e mezza di volo ti può piombare a casa accompagnata dai carabinieri, impugnando un decreto ingiuntivo di pagamento dell'assegno familiare. Ancora una volta, per la mentalità thai vige il principio del "meglio un uovo oggi che la gallina domani". Differente situazione si prospetterebbe se la ragazza avesse desiderio di rimanere in Italia ma, a separazione avvenuta, ben poche thai esigono il rispetto di questo loro teorico diritto.
In poche parole il gioco valeva la candela, il rischio era calcolato e d'altra parte, per giocarsi le proprie chance di raggiungere la felicità, qualche rischio occorre pure correrlo. A fronte di tutte queste considerazioni, mi sposai ovviamente in separazione dei beni, il minimo della precauzione da prendersi in simili casi.
Mi affidai nuovamente alla "supervisione" di E. Ne ho conosciuti diversi che hanno scelto il fai da te e si sono ritrovati a fare dei viaggi a vuoto per la mancanza di questo o quell'altro documento da farsi in Italia o in Thailandia. Andare a spiegare per telefono in inglese ad una thailandese quello che forse non hai capito molto bene nemmeno tu nella tua lingua riguardo ciò che serve per contrarre matrimonio, era un rischio che non mi potevo permettere di correre. Non mi andavo a sposare dietro l'angolo, tutto doveva funzionare come un meccanismo perfetto, incastrando ferie matrimoniali e tempi necessari per la presentazione dei documenti all'Ambasciata, appuntamento al Comune, traduzione, legalizzazione, richiesta di visto prenotazioni aeree. E già, perché tra tutti i cazzi con cui bisognava combattere, ci si aggiungeva anche l'impuntatura di Ao, la quale continuava a ripetermi al telefono che lei non ci pensava nemmeno a mettere piede sull'aereo se non in mia compagnia. Se non fossimo riusciti ad ottenere per tempo il suo visto, secondo lei sarei dovuto rientrare in Italia da solo per poi andare a riprenderla in seguito. L'avrei voluta uccidere prima ancora di sposarla (e forse avrei fatto bene). Soprattutto mi dava enormemente fastidio che lei ancora non si fidasse di me, perché la sua testardaggine era dovuta solo in parte alla paura dell'aereo e al fatto di non sapere come fare in aeroporto, in realtà lei temeva qualche inganno da parte mia, perché nella sua testa bacata un mercante di donne per portarle in Europa poteva anche arrivare al punto di sposarle…
L'ottenimento di tutti i documenti necessari per sposarmi si rivelò un autentico stillicidio di arrabbiature da ulcera duodenale, giunte a seguito degli interminabili impicci burocratici tipici dell'Italia: non mi bastavano i tempi di attesa per quella gigantesca cazzata che sono le pubblicazioni di matrimonio, perché le stesse neanche le potevo fare fino, almeno fino a quando non avessi ottenuto la certificazione del cambio di residenza dal Comune di Roma a quello di Pomezia, per la qual cosa, mi dissero, occorrevano minimo dai tre ai quattro mesi. Cose che accadono solo in Italia. Facendo valere le mie ragioni, riuscii ad ottenere dagli uffici competenti la delega per effettuare di persona alcuni giri di consegna e ritiro documenti, sforzo che mi permise di fare in due giorni (giuro) ciò che burocraticamente avrebbe necessitato di diversi mesi. Solo per andare da un ufficio all'altro del Comune di Pomezia, distanti duecento metri l'uno dall'altro, alcuni documenti ci avrebbero impiegato, tra preparazione, protocolli di invio, firme, ufficio postale, smistamento, recapito, protocollo di arrivo, lavoro, protocollo di rinvio, ufficio postale, ecc., almeno venti giorni di tempo. Io ci impiegai mezza giornata…i pregi del nostro belpaese.
Rischiando l'infarto tra un contrattempo e l'altro (leggasi fantozziani arrivi di corsa all'ufficio di competenza alle 12.01 per scoprire che l'orario di chiusura era alle 12.00, oppure che quel giorno era sciopero…) riuscii miracolosamente a portare a compimento anche le pratiche occorrenti per il matrimonio.
Nei vari giri fatti, all'Ambasciata Thailandese di Via Nomentana conobbi Tiziano, un simpaticone di Terni, che provò a convincermi della non necessarietà del matrimonio, consigliandomi di insistere a far valere i miei diritti per il visto turistico, dicendomi di andare alla Farnesina a chiedere chiarimenti. In effetti neanche alla Farnesina riuscirono a mostrarmi il provvedimento di legge che abrogava la precedente normativa, vale a dire quella che consentiva l'ingresso sul nostro territorio con semplice invito. Ottenni solo l'immancabile e non richiesta reprimenda della funzionaria di turno, la quale mi spiegò maternamente come funziona il mondo, con tutte queste donne cattive che si vogliono approfittare dei bei giovani maschi occidentali. Ma continuare a recriminare mi avrebbe accomunato a Don Chisciotte contro i mulini a vento, in più i tempi erano cambiati da quando il buon Tiziano era riuscito a far venire la sua donna thai con semplice visto turistico. I rubinetti, impropriamente o meno, venivano chiusi sempre di più, evidentemente i funzionari delle varie ambasciate, di certo arringati e fomentati in modo adeguato dagli scagnozzi del neovincitore Bossi, stavano già mettendo in pratica anticipatamente i provvedimenti restrittivi che nessuna legge all'epoca vigente consentiva ancora di adoperare. Da quando mi sono imbarcato in questa storia ho conosciuto molti sventurati che, come me, le stavano tentando tutte. Due soli ce l'hanno fatta: un ragazzo di Montecatini (ma la sua donna lavorava veramente presso la propria famiglia, peraltro abbastanza benestante) ed uno di Treviso (lo rincontreremo), il primo al quale chiesi consiglio via internet su come fare, il quale ci riuscì in extremis prima del "serrate i ranghi" governativo.
Lo stress di quei giorni fu tale che, sommandolo alle arrabbiature sul lavoro e nella pallavolo, cominciai ad avvertire un diffuso prurito in tutto il corpo, con dei vistosi rossori sulla cute, disturbo che mi spinse a farmi visitare da un dermatologo. Questi, non appena mi vide spogliato, disse subito:
"Lei si arrabbia troppo".
Non potei fare altro che annuire. Mi prescrisse allora la cura, chiedendomi dei motivi delle mie preoccupazioni e rancori. Non potrò mai dimenticare la comicità della scena che ne seguì: alla mia spiegazione inerente il matrimonio in vista, il dottore si cominciò ad assentare con lo sguardo e a fare considerazioni personali ad alta voce:
"Eh già, il matrimonio, e che dire di me che dopo 25 anni di matrimonio mi sono visto pervenire ieri la lettera dell'avvocato da parte di mia moglie?"
Insomma, per farla breve, mi ero recato in un ambulatorio per un consulto medico durato non più di due minuti, ma dopo mezz'ora mi trovavo ancora lì a cercare di consolare quel pover'uomo, distrutto da quell'inaspettata novità, mentre la gente fuori dalla porta cominciava a spazientirsi per il protrarsi dell'attesa, chiedendosi quale strana malattia avesse mai quell'individuo entrato prima di loro (il sottoscritto) da necessitare una visita così lunga. Quasi quasi mi potevo permettere di andare allo sportello dei ticket a chiedere indietro i soldi, compensando la visita dermatologica di cui avevo usufruito con la consulenza psicologica che avevo invece fornito…
Ero davvero giunto al limite della tensione sopportabile, con i nervi a fior di pelle, anche perché contestualmente dovevo provvedere a sistemare la casa appena comprata, dove, tanto per cambiare, cominciavano a presentarsi svariati problemi (vedi caldaia non funzionante, mobili da acquistare, ecc.).
Quella gran cima di mia madre, che avevo accuratamente lasciato all'oscuro delle mie intenzioni per non doverci discutere 24 ore al giorno, come suo solito non fu minimamente capace di comprendere lo stato d'animo del figlio, anzi, non diminuì o addirittura aumentò il carico di rotture di coglioni di cui già normalmente era prodiga protagonista. Un giorno attendevo telefonate urgenti ed importanti che non arrivavano mai, quando mi accorsi che la paranoica, per godersi il suo sonnellino pomeridiano, pur avvertita della mia esigenza, se ne era puntualmente fottuta, staccando il filo del telefono per non essere disturbata, Quando me ne accorsi sbriciolai qualche oggetto nelle mie vicinanze per sfogarmi, lei reagì scaraventandomi a tutta forza un posacenere in faccia e colpendomi appena sopra l'occhio. Mi accasciai due minuti a terra a cercare di vincere il dolore e poi veramente mia madre non rischiò mai più di quella volta di finire fuori dalla finestra.
Me ne andai di casa ripromettendomi di non metterci mai più piede, mi stavo costruendo la mia vita ed avrei tagliato completamente i ponti con il mio passato familiare, fatto di una madre da tempo trasformatasi in un'insopportabile nevrotica e di una sorella che per me rappresentava da anni solamente il pericolo di vedere sparire qualcosa di mia proprietà da investire per l'acquisto della dose quotidiana. L'unico rimpianto era costituito da Emanuel, il mio fratello all'epoca tredicenne.
La mia nuova abitazione era quasi del tutto arredata ed anticipai quindi solamente di qualche giorno il mio trasferimento, che sanciva la realizzazione della mia decennale aspirazione: lo scapolato indipendente, uno stato civile che mi sarei comunque goduto per non più di un mese.
Mi feci rivedere dai miei solo dopo un mese circa, in occasione del battesimo di mia nipote, rivolgendo appena la parola a mia madre e a mia sorella. Lo feci soprattutto per Emanuel.
Con gli amici ne avevo invece parlato molto di questa mia folle decisione, alcuni di loro fra i più cari ne restarono disorientati, quasi sconvolti, anche perché si trovavano a subire l'urto di un medesimo evento, quello di Pierfrancesco che, sempre per superare i problemi burocratici legati ai visti (ma la parte dell'ospite non gradito la faceva in questo caso lui), si accingeva a sua volta a sposarsi con Yukiko, la ragazza giapponese che da un anno occupava tutti i suoi pensieri. Per gli amici si trattava di un doppio shock, perché si sa, dopo che ci si sposa i rapporti con gli amici cambiano anche se in partenza non lo si vuole: non ci si frequenta più come prima e con le finalità di prima, cambiano lo stile di vita, le esigenze primarie, ecc.
Inoltre non è che le nostre scelte, ognuna per motivi diversi, non presentassero dei punti interrogativi, tali da suscitare una certa preoccupazione nelle persone a cui stavamo a cuore. Ma ogni tentativo di dissuasione risultò vano, nel mio caso come in quello del novello kamikaze.
A tutti era chiaro come questo evento dovesse essere considerato principalmente come un fidanzamento un po' più ufficiale della norma, per cui non organizzai alcuna cerimonia né pretesi regali, ma a sorpresa un piccolo addio al celibato mi fu organizzato, da due tra i peggiori elementi con i quali condivido una fraterna amicizia di vecchia data, il dott. Bauer e il Ciccioriccio, guarda caso. Mi portarono in un posticino vicino casa (averlo saputo prima) di conoscenza del Ciccioriccio, il quale, dopo averci raccontato dieci giorni prima la cazzata di un fantomatico rimorchio di una rumena da favola in una discoteca inn, aveva pensato bene di andare a celebrare i miei imminenti fiori d'arancio in un piccolo club privèe in cui quasi tutte le spogliarelliste erano, guarda combinazione, di nazionalità rumena. Ma lui si prodigò a ribadire che la sua recente conquista l'aveva conosciuta in un altro posto e che non c'entrava niente con quell'ambiente, raccontandoci anche che Cristo era morto di freddo…
Come da copione, mi ritrovai quasi nudo sul palco insieme ad una tipa un po' bassetta ma con un culo fuori dal comune (infatti la residenza non ce l'aveva a Roma), di quelle piccolette che quando hai finito le ripieghi e te le metti in tasca per ritirarle fuori all'occorrenza. La principessina, alla mia richiesta di rassicurazione soffiatagli nell'orecchio:
"Tanto le mutande mica me le levi, vero?" fece seguire, con lo sguardo meravigliato per la mia indecente richiesta, la repentina messa a nudo del mio fisico scultoreo, per il godimento ilare di un pubblico esclusivamente maschile (che emozione), calandomi le mutande a mostrare un pistolino che dalla vergogna sembrava persino essersi ritratto nel guscio. Il mio senso del pudore fu maltrattato al punto tale che finii letteralmente con una mano davanti e una di dietro, suscitando i vomiti dalle risa con cui si stavano sbellicando i due rinoceronti sbragati sulle poltroncine.
Ne seguì lo scontato spettacolino, con lei che mi spalmava panna dappertutto, che lavorava di lingua e di corpo, ma niente, il mio lombrichino (che evidentemente ha bisogno della privacy), non dava proprio segni di vita. Se vi stesse prendendo da ridere, provateci voi allora, a ritrovarvi al centro dell'attenzione in un modo simile.
La delicatissima concluse lo show così commentando l'informazione arrivatale dai miei amici, riguardo il mio imminente matrimonio:
"Questo è l'amore…!!!"
Una massima pronunciata mentre spalancava da seduta le gambe a mostrare per l'ultima volta ai presenti quella piccola cassaforte privata di cui, bontà loro, tutte le donne sono dotate dalla nascita.
Forse aveva ragione lei…
La messa alla berlina del sottoscritto la si dovette ovviamente ad una trovata del Ciccioriccio (mortacci sua), che poco prima aveva avvicinato la tipa chiedendole il mio coinvolgimento. Va anche detto che, passato l'imbarazzo del momento, venuta poi lei a sedersi sul nostro divanetto a scambiare quattro chiacchiere, un pensierino a caricarla lo facemmo pure, ma poi decidemmo che poteva anche bastare così, visti anche gli onerosi costi da sostenere per l'operazione.
Un'altra assurdità fuori dal mondo che mi capitò poco prima di sposarmi fu la lettera che pervenne a casa di mia madre e a me indirizzata. Calligrafia femminile ignota che mi manda la curiosità alle stelle, apertura della busta, testo:
"Ciao Marco, ti ricordi di me? Sono Alina, la ragazza cubana, ci siamo conosciuti cinque anni fa a Trinidad…".
Rovistando nell'archivio della memoria, mi ricordai che in effetti un giorno in spiaggia mi intrattenni per un'oretta a chiacchierare con una graziosa morettina di sedici anni che vedevo incuriosita ed attratta (lo capii dalle sette - otto volte con le quali mi chiese l'ora nell'arco di venti minuti). Mi chiese l'indirizzo per uno scambio di cartoline e la cosa finì lì.
Questa scapestrata, che adesso è mia amica, sposò tre anni dopo un italiano, l'esperienza si rivelò negativa, si separò dopo meno di un anno e trovò un altro compagno. La cosa più assurda è che, non so bene quando, a sentir lei, all'epoca ancora invaghita del sottoscritto, mi sarebbe venuta anche a cercare a Roma a mia insaputa, senza però riuscire a rintracciarmi. Da non crederci: una persona proveniente dall'altro capo del mondo che tu hai conosciuto per poche ore diversi anni prima ti sta cercando mentre tu sei all'oscuro di tutto. Alle volte ti rendi conto che esiste davvero un universo parallelo, che non si trova in un'altra dimensione, bensì è tangibile e reale ed è fatto di tutte le cose che ti riguardano ma che tu non conosci.
Velocemente arrivò il giorno della partenza. Tutto era pronto per innescare un meccanismo perfetto, a partire dalla vendetta morale nei confronti di mia madre. Indimenticabile lo scarno e telegrafico saluto che le riservai:
"Ciao mamma, io domani parto per la Thailandia e mi sposo".
Comunicato così, a freddo, concisamente e asetticamente. Per una impicciona senza eguali come lei è sempre stata, il non essere stata messa al corrente di una cosa di così grande importanza riguardante il figlio, dovette essere uno smacco davvero troppo grande, anche se lì per lì, forse perchè scioccata dalla notizia improvvisa, non lo volle dare a vedere, mostrando una certa indifferenza. Comunque sia non ebbe tempo a sufficienza per organizzare una replica, una contromossa, una qualunque richiesta di chiarimento, che la porta di casa già si era chiusa lentamente alle mie spalle. Ma il giorno dopo non si diede pace con le telefonate, puntualmente ignorate da parte mia. Le concessi solamente di consegnarmi un piccolo regalo per la famiglia di Ao, unitamente ad una lettera che avrei dovuto far tradurre e consegnare alla madre della mia futura sposa.
1.7 - "Finchè morte non vi separi"
Quando il volo della Thai lasciò la pista di decollo di Fiumicino, provai dentro di me la netta sensazione di non poter più tornare indietro, a meno che non ci fosse stato il classico colpo di scena, al quale ero anche in parte preparato: una ulteriore richiesta di denaro da parte della famiglia di lei.
Avevo già malvolentieri accondisceso al dover sganciare, a rischio di fondo perduto, 40.000 bath (due milioni) per i preparativi della festa, portavo adesso con me altri 20.000 bath in contanti con cui avremmo saldato il ristorante, oltre alla congrua somma con cui liquidare E. per i servizi resi e da rendere. Sono certo che i soldi inviati in precedenza furono considerati come dote dalla famiglia di Ao e che i festeggiamenti furono invece pagati quasi esclusivamente con il denaro da me portato. Accettai questa "imposizione" non del tutto allegramente, perché avevo spiegato in mille modi ad Ao che ci sposavamo solo per aggirare i problemi burocratici per il visto, e che, una volta constatata la sua adattabilità alla permanenza in Italia, allora e solo allora sarei stato intenzionato ad organizzare una bellissima festa, da matrimonio "vero". Oltretutto non è che navigassi nell'oro, a causa del moltiplicarsi delle spese impreviste. Ma non ci fu verso:
"Mamma ha detto che se non facciamo la festa io non mi sposo".
Comunque a me andava di stare in compagnia e la loro mi piaceva.
Passò meno di una settimana ed il problemino di cui sopra cominciò a ripresentarsi in tutta la sua urgenza, soprattutto in vista della dipartita della mia comitiva: il loro soggiorno volgeva al termine, mentre il mio prevedeva altri dieci giorni, meravigliosi sicuramente da un lato, diabolicamente tentatori dall'altro. Provate voi a frequentare la vita notturna di certe località balneari thailandesi: o hai gli occhi foderati di prosciutto, o sei frocio, o vai ai matti.
Beer bar, barettini a fungo, Go-go bar, saloni per massaggi da dove spuntano fuori megatope ad ammiccarti con malizia, sono veramente ovunque, per non parlare delle ragazze "indipendenti" che frequentano le varie discoteche.
E' una lotta senza speranza, soccombi di sicuro, ma fin qui niente di male. Quello che io temevo era che finchè io stavo con degli amici, a quel "problema" magari neanche ci pensavo, o quantomeno lo si poteva limitare ad un temporaneo isolamento, ma con dieci giorni da trascorrere da solo in quella versione moderna di Sodoma e Gomorra, si manifestava concretamente il non remoto pericolo della perdita della ragione, con la normale conseguenza di un totale sbrago dei miei freni inibitori.
"Embè, che cazzo aspettavi?" ... dirà di sicuro qualcuno di mia conoscenza…
Si fece allora spazio nella mia testa l'idea "mediatrice" di sfruttare gli ultimi due giorni di "compagnia italica" per cercare di rimediare una "compagnia indigena" quanto più affidabile, pulita e meno "compromessa" possibile (almeno ad impressione).
Una tarda mattinata, da poco sveglio, dissi a Chiara che andavo a fare colazione in un baretto dove facevano il cappuccino all'italiana, con l'intento di fare poi una passeggiatina e di raggiungerli in seguito in spiaggia. Così feci.
Il caso volle però che mi spinsi in una via a ferro di cavallo dove di giorno non avevo mai transitato (per capirci: dove una volta era il "Club", l'after hour di Chaweng), piena zeppa di bar-massage da dove torme di ragazzette più o meno attraenti richiamano l'attenzione del farang nell'intento di convincerlo a fermarsi per un massaggio. Non è detto che ci sia sempre un secondo fine, alle volte capita che loro ti abbordano è che poi sia una robusta signora di cinquant'anni a scrocchiarti tutte le ossa.
Piccola parentesi: il massaggio in Thailandia è un po' come il ballo ai Caraibi, specie Cuba: un patrimonio culturale, un'arte che tutti, meglio tutte, imparano naturalmente. Quanto venga studiato o semplicemente imparato praticamente non lo so, sta di fatto che quasi sempre è piacevolissimo. Spesso, è chiaro, ti rendi conto che una la mettono lì perchè è una bella figa e basta, magari ha delle buone mani ma è palese che non conosce tecniche particolari, al contrario è evidente che le donne mature sanno il fatto loro. Quando la becchi carina ma anche brava a massaggiare, beh, allora, non ci sono paragoni. Era il caso della già decantata Sao.
Diverso il discorso per i body-massage (c'è tempo, c'è tempo…)
"Hello, massage…?"
Avanti, su, a chi non e mai capitato o non capiterebbe di sentirsi fortemente tentato, andando a spasso nei vari soi, da questi diavoli in gonnella? A nessuno? Se dobbiamo cominciare a raccontarci balle e cazzate varie (parlo per i maschietti, ovviamente), allora chiudo qui il racconto, altrimenti possiamo andare avanti.
Dico la verità, quando sono alzato da poco ho i riflessi di un jeco imbalsamato e la voglia di ragionare di un romanista da curva sud, non avevo nessuna intenzione di fare massaggi, di puntare qualcuna, di progettare alcunché, camminavo scazzato per i fatti miei, sorridendo e rifiutando garbatamente al richiamo delle sirene.
Quand'ecco che comincia ad attraversare la strada, direzionata a cercare la collisione con il sottoscritto, una fighettina davvero niente male il cui sguardo malizioso, in particolare, mi colpisce d'impatto, sino a quando si scioglie in un radioso sorriso seguito da una risatina sexy dopo l'impatto fisico fintamente casuale. Non è truccata, non è vestita in modo appariscente, è solamente più carina delle altre, quelle almeno che avevo distrattamente osservato.
"…Occhi da cerbiatto, voce da usignolo, petali di rosa al posto delle labbra, incedere da gazzella: il paradiso ha gli occhi a mandorla". Così scrissi in una cartolina di lì a qualche giorno ad un amico. Chiaro che stronzeggiassi, ma a me Ao (questo il primo riferimento onomastico che mi diede di sé stessa) mi aveva colpito a pelle. Ao veniva da Saowalak, nel piano rispetto dell'allergia thailandese ai nomi che non siano monosillabici; Pim, Pla, Pom, Cat e via dicendo Io diventai per forza di cose Mek.
Di figone disumane, nelle serate trascorse, ne avevo vista più di una (e pensate che Samui non viene annoverata tra le mete preferite in tal senso), Ao fisicamente non reggeva il confronto, però se un'orientale ha qualcosa di veramente impareggiabile è la grazia dei lineamenti del volto, gli occhi esprimenti dolcezza (ahimè anche odio e furore) come pochi. Da questo punto di vista Ao dava e dà dei punti a molte.
Dopo la "collisione" feci finta di niente e rifiutai anche a lei l'offerta del massaggio, facendo il vago e ripetendo il giro della strada ancora una volta per prendere tempo, fintanto che i miei riflessi si fossero svegliati. Cogitai brevemente e… la decisione fu presa: tornai indietro, le altre ragazze sapevano già che mi sarei diretto da lei, mi avvicinai per chiederle il nome e dicendole, per non darle troppa importanza, che non avevo nessuna voglia di fare un massaggio a quell'ora del mattino, ma che sarei ritornato nel primo pomeriggio. Certamente avrei potuto non trovarla, ma tant'è: mi piaceva, era carina, mi sembrava molto meno troia di tante altre, ma io in quel momento non avevo davvero voglia di fare nient'altro che andare a spasso…
Quando più tardi ritornai, lei era lì quasi ad aspettarmi. Un po' impacciata mi offrì da bere, presi una birra che bevvi tranquillo e rilassato, poi ci avviammo nella sala al piano di sopra.
Mi colpì da subito il fatto che la sua sfrontatezza dimostrata per strada fosse in realtà solo apparente. Mentre le sue mani si prendevano cura del mio corpo, lo sguardo era rivolto al pavimento e la sua voce, quando veniva da me invitata a rispondere alle più banali domande, volte principalmente a rompere il ghiaccio, era flebile e sommessa, quasi da emettere dei suoni acuti più che delle parole. Quando, finalmente, si sciolse un poco, mi disse che aveva ventitré anni e che erano solo tre mesi che si trovava a Samui, proveniente da Suratthani, sulla costa di fronte all'isola, da dove partono i battelli ivi diretti.
La ragazza, una volta messasi a proprio agio, cominciava a piacermi sempre di più, in effetti parlava poco inglese, ma capiva ciò che le dicevo e si sforzava di dialogare, pur con il suo inglese smozzicato, mentre il suo modo di massaggiarmi si rivelava poco tecnico ma efficace.
Ad un certo momento, alcuni minuti prima che finisse l'ora prevista, ruppi gli indugi e le chiesi:
"Ti piacerebbe trascorrere qualche giorno insieme a me?"
Lei, esitante, rispose:
"Perché?"
"Perché sei carina ed avrei piacere di stare in tua compagnia"
"Ma io non parlo inglese…"
In effetti mi ero reso conto sin da subito che lei aveva un po' il complesso di inferiorità per non essere in grado di affrontare una vera e propria conversazione in inglese, al confronto delle amiche che, magari sgrammaticate, mostravano in tal senso ben altra disinvoltura.
Una volta che la vidi rassicurata e convinta ad accettare, mi posi subito il problema "barfine", ovvero la tassa da lasciare al datore di lavoro perché lui potesse lasciare libera la sua dipendente. Con mia grossa sorpresa e compiacimento, Ao mi disse che non c'era niente da pagare, che lei era libera di fare ciò che voleva.
Quando feci questa proposta a quel puttanone di Sao (così, tanto per sondar il terreno), questa mi si presentò a parlare di affari al bar dove avevo il bungalow, accompagnata da un travestito che si spacciava come parente e "gestore" della ragazza, il quale mi sparò cifre allucinanti. Per poco non mi andava di traverso la colazione, non so se più per la richiesta in se o per la presenza di quell'essere.
Sta di fatto che lo scoprire come non fosse necessario pagare alcunché per prendere Ao con me, mi rese particolarmente felice, perché ai miei occhi ciò si presentava come una situazione molto meno affaristica della norma: la ragazza evidentemente a me ci teneva, quindi da un lato voleva fare una buona impressione, dall'altro temeva che l'ufficialità della cosa avrebbe portato la mamasan a chiedere troppo, potendo così determinare il mio conseguente rifiuto.
In effetti lei si guardò bene dal dire alla mamasan (una sorta di "coordinatrice di settore") che si assentava dieci giorni per venire con me, si giustificò con lei dicendo, invece, che andava a trovare la famiglia.
Si trattava di un'antipasto del carattere di Ao: testarda e presuntuosa, al punto di credere di poter coglionare chi era nato prima di lei: secondo me non le credettero mai, anche perché per Chaweng noi due insieme ci giravamo eccome, pertanto o lei godeva di particolari simpatie, o, addirittura, il bar lo aveva pagato lei stessa per poter stare con me.
Ao non era una prostituta (nel senso proprio del temine che sarà comunque oggetto di analisi nella seconde parte), ma aveva ottime probabilità di diventarlo e, probabilmente, adesso lo diventerà senza neanche accorgersene.
Lei era veramente da poco a Samui, in viaggio di nozze con se stessa e con la propria libertà. Aveva preso tutto come un gioco, una soluzione temporanea a tutti i suoi problemi, che erano poi quelli della maggior parte di queste giovani donne: ragazza madre, trattata male dalla famiglia, disillusa negli affetti, un avvenire di scarso benessere, ecc.
Mi raccontò di come, senza arrivare mai a costringerla, al bar le raccomandassero sempre più vivamente di cominciare a darsi un po' più da fare con i farang, che il semplice massaggio sì, va bene, ma…oltretutto lei sembrava la più richiesta, sembra proprio per quel suo sorriso smagliante che aveva fregato anche me.
Prima del sottoscritto aveva avuto due uomini farang in quei tre mesi: un inglese che alla fine della vacanza la scaricò frettolosamente ("Come si è permesso, mi ha trattato come una prostituta!") ed un americano piuttosto in là con gli anni, talmente invaghitosene da averle fatto subito proposte di matrimonio. Era stata molto bene con lui, l'uomo maturo spesso è benvoluto da queste ragazze, perché…insomma non nega niente e non vuole scopare…
Evitiamo banalità, per favore: la faccenda stava nel modo da lei descritto, non era solo quello che lei voleva farmi credere. Non ho mai saputo di una esperta puttana che si rifiutasse di fare certi servizi (Ao la mettevo solo alla prova) o farne altri davvero maldestramente. Comunque per quello che sapeva fare, Ao se la cavava piuttosto bene.
L'indomani mattina, quando l'andai a prendere, la colsi di sorpresa presentandomi all'appuntamento con un'ora d'anticipo, visto che mi ero alzato inaspettatamente presto e non avevo alcuna voglia di attendere. Lei, euforica, corse a farsi i bagagli. Sistematili nel mio bungalow, ci recammo in spiaggia, dove lei riprese ad essere oltremodo timida ed impacciata, limitandosi a sedere al mio fianco sull'asciugamano senza quasi spiccicare una parola. Timorosa di me? Gelosa (di già?) delle mie amiche? Mah, vattela a pesca, sta di fatto che tutto il mondo è paese e di fronte ad una tavola imbandita tutti si aprono e si lasciano andare, come anche lei fece alla sera nel ristorante che scelsi per la cena, cosa che mi rinfrancò molto.
Dalla mattina dopo cominciarono i dieci giorni forse più belli della mia vita: non solo per la sua presenza di giorno in giorno sempre più gradevole e gratificante, ma anche e soprattutto per il contorno paesaggistico della vacanza: spiagge meravigliose, cibo gustoso e variegato, meravigliosi tramonti su promontori solitari, relax totale. La cosa che apprezzavo di più era la fantastica sensazione provata nel girare in motorino con lei alla guida, mentre cantava felice e spensierata, chiedendo solamente che io la abbracciassi e baciassi sul collo mentre i suoi capelli al vento fluivano profumati sul mio volto a farmi apprezzare ancor di più l'aria fresca e pulita, con lo sguardo posato qua e là ad ammirare scorci da cartolina (ahò, è un pezzo tutto mio, mica l'ho copiato).
Solo il sesso, inizialmente, presentò degli intoppi: saranno state le pedalate dei giorni precedenti, oppure quei maledetti spessissimi preservativi che non ti fanno sentire niente, o forse una certa stanchezza fisica dopo venti giorni di vacanza, fatto sta che il fratellino per le prime due sere dopo qualche minuto faceva cilecca e se ne andava a ninna anzitempo.
"E no, porcodemonio, proprio con lei no!"
Mi incazzavo con me stesso, la seconda sera bucai la parete del bungalow con un cazzottone per la rabbia (lei mi confessò in seguito di credere che fossi un sadico). La terza sera pensai bene di risolvere il problema con uno dei più grossi azzardi della mia vita, ben più pericoloso di tanti altri fatti in passato tra risse ed atti vari di incoscienza: provare a farlo senza preservativo. Non so che cosa mi prese, a me come a lei, nel compiere quell'atto estremo di fiducia reciproca mentre lentamente sfilavo il goldone e con lo sguardo fisso nei suoi occhi chiedevo l'assenso per ciò che stavo facendo. Questo, in un posto come la Thailandia, è un rischio che si può pagare a caro prezzo.
Non sto a dire, una volta tornato in Italia, l'ansia con la quale attesi gli esami per l'H.I.V., ovviamente negativi, un'ansia la cui portata i miei amici potranno purtroppo comprendere più in là nel tempo, sia pure per una cosa che non riguarda me.
Comunque, con mio sommo gaudio, da quel momento in poi il problema si risolse adeguatamente e la vacanza, sotto questo aspetto, non presentò più alcun tipo di sorpresa.
Ao mi prese metaforicamente per mano, portandomi a scoprire le meraviglie dell'isola (che peraltro già conoscevo in parte per il precedente soggiorno di qualche anno prima). Ribadisco che girare per un paradiso tropicale come Samui a bordo di un motorino, peraltro da passeggero (con il fatto della guida a destra non mi sono mai azzardato a portarne uno e lasciavo guidare sempre lei), consente di gustare ancor più il paesaggio, regalando un'esperienza che tutti dovrebbero vivere prima di scomodare il concetto di "senso di libertà".
A Samui ci sono dei punti che se prendi le stradine interne, queste ti fanno inoltrare in autentici paradisi, dove vedi solo coloratissima e variopinta vegetazione tropicale sullo sfondo di un mare incantevole in lontananza, con il magico silenzio rotto solo dal cicaleccio di qualche insetto. La stradina che porta al Butterfly Garden (la casa delle farfalle) è a mio avviso un esempio unico di godimento esotico.
In quei dieci giorni, oltre ad avere la sensazione di essere diventato un pascià, tanta e tale era la cura che Ao aveva di me, mi tolsi la soddisfazione di realizzare alcune delle mie più ricorrenti fantasie da viaggiatore, come dormire in un accogliente bungalow a pochi metri dalle prime onde del mare, o fare un rinfrescante bagno sotto una piccola ma bellissima cascata nel cuore dell'isola (Namuang Waterfall).
Avere la possibilità di fare tutto quello che si vuole senza dover rendere conto a nessuno, mangiare quando si ha fame, bere quando si ha sete, fare un bagno quando si vuole nuotare, fare shopping bighellonando quando non si ha voglia di fare un cazzo, concedersi un massaggio quando ci si sente stanchi, chiudersi in stanza quando si vuole trombare, senza orari, senza regole, senza dover spendere praticamente niente…questo è un sogno che, purtroppo, si può realizzare per brevissimi periodi dell'anno, un sogno che al risveglio ci lascia uno strano gusto amaro in bocca, molto amaro, ma che rende ancora più piacevole il riprovare a distanza di tempo le stesse sensazioni.
Lo si può fare ovunque, mi direte, mica solo in Thailandia. D'accordo, il discorso vale per Bali, per Cuba, per il Venezuela, per Zanzibar, per qualsiasi posto dove il sole, l'armonia del paesaggio, lo spirito vacanziero in genere ben si conciliano con il nostro desiderio di estraniarci dalla realtà. Ma in Thailandia, credetemi, è diverso, anche e soprattutto perché ti offre davvero tutto e a prezzi stracciati. Ti puoi sedere in qualsiasi posto di una qualsiasi località turistica in qualsiasi ora del giorno per soddisfare pienamente le tue esigenze di palato e non spendere praticamente niente, specie se cominci ad apprezzare la cucina thai delle bancarelle. Trovi divertimenti di tutti i tipi e a prezzo contenuto, luoghi tra i più caotici e trasgressivi, così come solitarie spiagge di sabbia fine e bianchissima. Una tranquillità che si rispecchia anche nella quasi totale sicurezza di non trovarsi in situazioni pericolose in cui fare la parte dei malcapitati.
Nel complesso non pensi mai ai soldi che spendi (a meno che non necessiti di una trombata a pagamento al giorno o di una dose quotidiana di qualche stupefacente) e questo ti dà un senso di rilassatezza senza pari, perchè tanto sai per certo che il budget prefissato lo stai rispettando di sicuro. Insomma, un relax assoluto.
Le giornate le trascorrevamo tra un tuffo al mare e una gita alle cascate, tra un pisolino in bungalow e un'escursione alla scoperta di posti nuovi, tra lo shopping pomeridiano ed il divertimento serale. Questo cominciava con una gustosa cenetta (anche se è improprio fare riferimenti temporali ai momenti dedicati ai pasti) al Lamai food Center, dove per un calamaro gigante alla piastra, un pesce da un chilo abbondante, patatine, pietanze thai, bevande ed altro non riesci a spendere in due più di 10 €, oppure nei romantici ristorantini sulla spiaggia a Bo Phut, o in alternativa in qualche altro ristorante di Chaweng.
Così trascorremmo i primi cinque giorni. Una sera manifestai ad Ao la mia intenzione di andare sulla terraferma per visitare qualche città della penisola malese e lei si dichiarò ben felice di farlo, così avrebbe avuto la possibilità di andare a trovare la famiglia a Don Sak.
Ci imbarcammo a mattina sul traghetto, giungendo a destinazione dopo un paio di ore. Sempre con il suo motorino arrivammo poi a Suratthani, dove lei aveva una stanzetta in affitto in una tipica pensioncina per thai. La città non riveste una particolare importanza, se non quella, appunto, di fungere da punto d'imbarco per Ko Samui, Ko Phangan e Ko Tao.
Comunque è una cittadina piena di vita, con il suo mercato portuale pieno di colori ed il suo frenetico commercio, ma niente di più. Ebbi quasi subito modo di conoscere la famiglia di Ao, che mi fece, devo dire, una buona impressione, tutti intenti ad accudire il fratello minore sedicenne di Ao, in un letto d'ospedale con il braccio rotto a seguito di incidente con il motorino (tanto per cambiare). Il fatto di mangiare con loro, seduto per terra, con il cibo gentilmente offertomi da parte di uno zio, una nonna, un'amica di famiglia, mi diede la piacevole sensazione di essere stato accettato, senza pregiudizi o malintenzioni e la cosa mi fece indiscutibilmente star bene con me stesso.
L'indomani prendemmo la corriera per Nakhon Si Thammarat, 150 Km. a sud verso la Malesia, peraltro sua città natale, anche se lei dimostrava di ricordare poco o niente, essendosi trasferitasi la sua famiglia a Don Sak quando lei era ancora in tenera età. Ebbi modo di ammirare bellissimi wat di architettura molto diversa rispetto a quelli di Bangkok o Chiang Mai (un po' come se dopo Firenze e Roma ci si reca in visita a Palermo), primo fra tutti il veneratissimo Wat Mahathat, nonché l'interessantissimo Museo Nazionale. A lei sembrava non interessare niente, se non di camminare il meno possibile, tendenzialmente lazy come tutti i thailandesi.
Terminata l'escursione storico-culturale, tornammo a Samui per trascorrere ancora due-tre giorni di autentico idillio nel modo già descritto; andai persino in un'agenzia a cercare di rinviare la partenza, cosa che mi sconsigliarono per il fatto che avrei guadagnato appena tre giorni in più a fronte di un notevole esborso economico. Guadagnai solo una mezza giornata prendendo il volo per Bangkok la mattina stessa del volo pomeridiano per l'Italia, risparmiandomi per giunta una superflua notte nella città degli angeli.
Già dal giorno prima della mia partenza notai che il suo stato d'animo stava rapidamente mutando. Non so se si trattasse di realtà o finzione, se la tensione e l'autoisolamento che la stavano sempre più attanagliando derivassero dalla cinica concentrazione posta sul ripasso di un copione da recitare, o se invece, come intuivo, l'avvicinarsi della mia partenza la stava rendendo esponenzialmente dubbiosa e pensierosa sul proprio futuro. Ao cominciava a porsi il problema di come relazionarsi con se stessa e con gli altri dopo il decollo dell'aereo che mi avrebbe riportato alla triste realtà, risvegliando me (e forse anche lei) da un bellissimo sogno, tanto coinvolgente quanto, purtroppo, breve.
L'ultima sera fece qualcosa che non mi aspettavo, decidendo di prendersi una piccola sbronza. Mi fregò perché non aveva mai mostrato in precedenza attrazione per il bere, perché approfittò del momento in cui mi recai al bagno durante una partita a biliardo (a proposito, quanto imbrogliava) ed infine perché le bastava una scarsa quantità di alcool per partire di capoccia. Mi sembra del tutto evidente che volesse così manifestare all'esterno quel profondo malessere che aveva da diverse ore dentro di sé.
Dal mattino seguente, addirittura, Ao non aprì letteralmente bocca, limitandosi al massimo a cenni di diniego o assenso con la testa, a seconda della necessità e del momento, con lo sguardo triste e perso nel vuoto, tipico di chi sa che dal giorno dopo si sarebbe nuovamente riaffacciata una vita piena di incertezze e probabili disillusioni. Io non volli forzarla a cambiare questo suo atteggiamento, provai a renderla felice comprandole uno stereo portatile di buona qualità. Anche nei giorni precedenti, senza mai essere spinto da lei, tendevo a darle attenzione con regalini vari e provvedendo alle sue necessità negli shopping quotidiani, mi sembrava il minimo, ma di soldi in mano non gliene lasciai mai.
All'aeroporto di Samui provai l'esperienza più comune a tutti coloro i quali si accingono ad accomiatarsi dall'amata di turno: contatto fisico continuo, delicatezze a non finire, dolci parole di consolazione sussurrate nelle sue orecchie mentre il capo di lei, appoggiato sulle ginocchia di lui, si volge al suolo nel tentativo di nascondere le lacrime che sgorgano non copiose, ma ben riconoscibili per il fatto di rendere umida la mano dell'uomo che in quel momento la sta abbracciando.
Le lasciai qualche soldo, non molto per la verità, credo un mille bath ed il bungalow pagato per altre due notti, perché volevo che stesse un po' in compagnia della simpatica amica che era venuta a trovarla il giorno prima da Suratthani.
A dire la verità non avevo messo del tutto a fuoco la situazione in cui mi trovavo e l'esperienza che volgeva al termine. La stessa volontà che le espressi di tornare quanto prima a trovarla, se proprio non era paragonabile ad una promessa da marinaio, derivava da un mio labile convincimento, forse più un obbligo morale, vista la situazione, che una certezza interiore. Mi riservai di fare un'analisi più completa del tutto una volta che fossi giunto in Italia, impaziente, nel frattempo, di raccontare agli amici un'esperienza così meravigliosa e, a mio modo di vedere, rara. Una volta passata la "gate" dell'imbarco, non riuscii a distogliere per un solo attimo il mio sguardo da quel volto che prendeva sempre più le sembianze di un punto interrogativo. So già che per qualcuno più smaliziato e disincantato di me non vi è il minimo dubbio che la domanda scritta in quegli occhi malinconici fosse sicuramente la seguente:
"Brutto stronzo, più di dieci giorni con te e mi lasci sta' miseria?"
Io invece, forse per non rompere l'incantesimo di quei giorni comunque indimenticabili, ancora adesso rifiuto di credere ad un simile raptus poetico e voglio ancora restare convinto che il suo dolore, le sue lacrime, la sua insicurezza fossero sinceri, anche se in seguito, in Italia, a situazione affettiva oramai compromessa e degenerata, quel trattamento economico non certo di riguardo me lo rinfacciò eccome. Ma io credo più come forma di ostentazione della propria onestà intellettuale, di donna che non aveva chiesto niente prima né preteso alcunché dopo senza battere ciglio a riprova della sua diversità in positivo, piuttosto che come tardiva rivendicazione sindacale.
Solo inesperienza nel trattare con il farang, nel saper scegliere il tempo ed il modo della presentazione del keptang (conto)? Sono ancora convinto di no, almeno per quel che riguarda allora.
1.3 - Aspettando il ritorno
I primi giorni in Italia li trascorsi nella convinzione di essere stato per circa un mese il protagonista di una fiaba moderna, in cui la vacanza ideale, quella da sempre sognata, si era materializzata come d'incanto, lasciandomi senza fiato e parole a ricordare le emozioni vissute a raffica. Non mi ponevo ancora il problema concreto di come affrontare la situazione nei mesi a venire, legato solo ad una semplice promessa fatta di ritorno per le vacanze di Natale. Di quella ragazza conosciuta ed amata in modo fuggevole ero invaghito, ma non del tutto innamorato, nella consapevolezza di quanto ingannevoli possano essere le compiacevoli apparenze a quelle latitudini.
Nel frattempo fioccavano le e-mail, nelle quali Ao mi ripeteva di essere stata come folgorata dalla mia conoscenza, di ritenermi l'uomo adatto per lei, di soffrire per la mia lontananza, di voler stare con me per conoscermi meglio, di essere tutto per lei. Ovvio che qualcuno gliele scrivesse, resta solo da intendersi se sotto sua dettatura oppure lasciato libero di spaziare con la fantasia di chi tanto sa già che deve scrivere quattro stronzate per convincere il pollo di turno a cadere nella trappola tesa.
Nel giorni a seguire Ao mi disse di avere lasciato Samui per stare con la madre a Don Sak. Passò invece un mese esatto, condito da diverse e-mail rubacuori, per ricevere la sua prima richiesta di denaro (8.000 bath, circa 200 €, a suo dire a puro titolo di prestito da rendere appena possibile). La richiesta faceva seguito ad un suo fantomatico coinvolgimento in un incidente con il motorino (scusa tra le più abusate), cosa che le impediva di lavorare ed aiutare economicamente la madre. A questo primo goffo tentativo, fatto probabilmente per sondare il terreno dopo avere avuto la conferma del mio ritorno per Natale, reagii con un moderato irrigidimento, facendo presente che l'avrei sì accontentata, ma puntualizzando anche che sarebbe stata la prima ed ultima volta.
Lei rilanciò facendo l'offesa e chiedendomi come avrei fatto a mantenerla in Italia (qualora un giorno fosse venuta) se non mi potevo permettere di concederle questo piccolo aiuto. Sostenne poi, quasi per toccare una corda molto sensibile nell'animo del farang innamorato, di essere allora costretta a tornare al suo vecchio lavoro, anche se non nello stesso bar.
Anche al telefono mi rinfacciò la mia scarsa fiducia. Io, convinto che lo "sforzo" con il quale avevo comunque provveduto all'elargizione, fosse stato sufficiente per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, ovvero continuare il nostro rapporto senza tuttavia darle l'impressione di essere il coglione di turno, mi diedi da fare per organizzare l'imminente viaggio natalizio, prenotando il biglietto aereo per me ed il mio amico Dott. Bauer.
Era tutto definito ma, fulmine a ciel sereno, ai primi di dicembre cominciarono ad arrivarmi alcune sorprendenti e-mail, dove Ao mi diceva che sarebbe stata impossibilitata a stare con me, che dovevamo rimandare tutto a gennaio, quando "saremmo stati pronti", motivando di avere problemi personali, di dovere e volere stare con la sua famiglia per le vacanze natalizie.
E già, secondo la sua tipica testa di thailandese i biglietti aerei si possono prenotare e disdire quando si vuole, così come è altrettanto possibile variare le ferie e i programmi ad ogni soffiar di vento. Cercai di farglielo capire, ma non ci fu verso.
Niente di più probabile che: o avesse altri impegni più remunerativi, o che, avendo intuito che l'osso Marco era più duro di quel che pensava, avesse deciso di scaricarlo, non prima di essersi tolta la soddisfazione di aver ricevuto un piccolo rimborso spese per la prestazione estiva. Ma io allora certe "raffinatezze" non le conoscevo né le sospettavo e pensai che davvero Ao avesse dei problemi reali (dopo tutto poteva davvero essere così). Mi ripromisi, comunque, di non dargliela vinta, sia per i motivi succitati, sia perché la situazione mi aveva alquanto intrigato e volevo vederci chiaro: addirittura presi in considerazione l'eventualità che lei fosse rimasta in cinta in una precedente relazione con farang avuta poco prima di conoscere me. Il periodo da lei suggerito per tornare in Thailandia coincideva infatti più o meno con la scadenza di nove mesi a partire da quando aveva conosciuto un americano a giugno.
Data l'ambigua complessità della situazione, mi impegnai con ancor più decisione a convincere un altro amico, il Ciccioriccio, a montare sull'aereo con noi. Non sapevo proprio come avrei potuto reagire di fronte ad una sgradita sorpresa. Magari, non trovandola, me ne sarei potuto anche tornare moggio moggio in Italia dopo pochi giorni, oppure sarei rimasto senza alcun entusiasmo a fare da scomoda compagnia. Non volevo dare una fregatura al Dott. Bauer lasciandolo solo o annoiandolo con il mio scadente umore, inoltre al Ciccioriccio una vacanzetta "alternativa" avrebbe fatto certamente bene, dopo la rottura fresca fresca di un fidanzamento durato quasi cinque anni.
Pochi sforzi persuasivi furono più che sufficienti per convincere il tricocefalo ad aggregarsi alla "compagnia dell'anello"…
1.4 - Il ritorno
Io partii insieme al Ciccioriccio (che per poco no se ne stava a terra per non avere apposto la marca sul passaporto) con volo diretto della Thai Airlines Roma - Bangkok; quel petecchione del Bauer per risparmiare un po' (come se i sordi je mancassero) si imbarcò sul volo China Airlines facente scalo a Taipei, con l'accordo di raggiungere il Ciccioriccio in albergo a Bangkok, mentre io avrei immediatamente preso la coincidenza per Suratthani.
Ho ancora nitido nella mia mente il ricordo della faccia spaurita di quel protocinghiale del Ciccioriccio all'aeroporto Don Muang, mentre lo salutavo frettolosamente dopo avergli dato le ultime indicazioni su come fare per raggiungere l'albergo: a più di diecimila Km. da casa, senza spiccicare una parola d'inglese, lasciato solo in una terra di alieni a cercare di raggiungere il suo albergo in attesa dell'ipotetico arrivo del compagno di merende, sulla sua fronte campeggiava visibile ad occhio nudo una delle più grosse bestemmie che si sia mai udita da quelle parti.
Con Ao bluffai e non le dissi nulla del mio arrivo, scrivendole e-mail sino al giorno prima della partenza per confermarle il rinvio del nostro incontro e per augurarle un felice Natale. Lei, dal canto suo, non era sparita ed anzi ribadiva l'intenzione, se la seconda frequentazione fosse stato ancora o.k., di venire in Italia per il consueto periodo di tre mesi del visto turistico. Giurava di amarmi e di non avere nessun altro.
La bontà delle sue intenzioni era in parte comprovata dal fatto che, a differenza di prima, dimostrava una certa competenza in materia di visti, segno che aveva cominciato a prendere le informazioni del caso.
Allora perché cazzo non voleva che andassi? E perché non voleva stare a Samui ma con la famiglia? Sospettoso e diffidente come non mai, la risposta che mi davo era, oltre al suo eventuale stato di gravidanza, che potesse essere impegnata con qualcun altro e che volesse evitare Samui per non correre il rischio di qualche spiata a mio beneficio. A questo punto non solo volevo, ma dovevo assolutamente vederci chiaro, per non rimanere con quella fastidiosa pulce dentro l'orecchio.
Qualche giorno prima di Natale le piombai a sorpresa sotto casa, faticai un poco a ritrovare la via, ma alla fine il tassista capì dove si trovava. Salii le scale non senza una certa emozione, ero in procinto di bussare alla porta con il cuore che batteva a mille, ma mi fermai quando mi accorsi che la porta era lucchettata esternamente, segno che nessuno si trovava all'interno.
Era tarda mattinata, scesi in strada incerto sul da farsi, ma convinto comunque di attendere un po'. Chiesi all'affittuaria se ne avesse notizie e mi disse di no. La chiamai al telefono, lei rispose ma non capì che la telefonata veniva dalla Thailandia e, alla mia domanda su dove si trovasse in quel momento, mi disse che stava a Suratthani. Decisi allora di attendere, facendo la posta seminascosto dietro un palo al baretto dell'angolo. Ogni tanto mi sgranchivo le gambe, sempre attento a non farmi vedere, e fu in uno di quei momenti che un ragazzo ed una ragazza in motorino mi puntarono e, raggiuntomi, allegramente mi dissero che Ao sarebbe giunta in serata, proveniente da Samui. Mi aveva mentito, ma non ne feci una malattia, davo per scontato che il bar non l'aveva mai lasciato.
Non potei fare a meno di chiedere ai due ragazzi come accidenti facessero a sapere che ero lì per Ao, loro mi risposero che visto che ero Mek, il suo ragazzo, era ovvio che stessi lì per lei. Evidentemente Ao aveva fatto vedere alla gente dove viveva le mie foto, ostentando il suo rapporto con un farang e parlandogli di me. La cosa, non nascondo, mi fece un grande piacere, oltre che sorprendermi.
Quando lei arrivò, qualche ora più tardi, mi colse in castagna, perché ero davvero stanco ed avevo approfittato dell'ospitalità dell'affittuaria, accomodandomi sul divano al piano terra, intento a chiedere informazioni su Ao, notizie di qualunque genere che mi aiutassero a districare il bandolo della matassa, nuove che purtroppo non ricevetti.
A bordo del suo scooter, Ao era alla testa di una comitiva composta da un paio di macchine con a bordo i parenti. Quando smontò dal motorino e mi venne incontro, con aria mista di divertita sorpresa e di orgogliosa sfida, mi disse:
"Why you came?" (perché sei venuto?).
Con la tipica calma orientale, niente affatto scomposta scaricò il bagaglio, parcheggiò il motorino, gli mise il blocco e mi condusse di sopra nella sua stanza, non prima di essersi intrattenuta brevemente a chiarire con i suoi familiari.
Una volta in stanza, si verificò l'episodio che mi convinse, al di là del piacere dato dallo stare insieme, a prendere veramente sul serio questo rapporto. Su internet, nel mio girovagare alla ricerca di notizie sulla Thailandia, sulle thailandesi e sui rapporti di coppia con queste ragazze, mi aveva particolarmente impressionato il racconto di un tizio che, nella medesima situazione di "attacco a sorpresa", si era visto ingenuamente aperta la porta di casa dalla nonna della ragazza, la quale era intenta in quel frangente a farsi la doccia. Una volta in camera della ragazza, il tipo aprì l'armadio e vi trovò affisse le foto di un altro uomo. Quando lei entrò, lo abbracciò meravigliata, lo mandò in bagno, lo fece tornare e gli mostrò le sue foto affisse sulle ante dell'armadio, per fare intendere a chi fossero dedicati tutti i suoi pensieri. Il resto ve lo risparmio, basti sapere che fu accertato che la ragazza riceveva cospicui finanziamenti da nove diversi paesi da vari uomini, ognuno dei quali convinto di essere l'unico fidanzato.
Nella camera di Ao, ignara del mio arrivo e comunque oramai impossibilitata a porre eventuali rimedi, c'erano invece solo fotografie mie, oltre a quelle delle sue amiche ed un del suo ex-ragazzo thai, un ricordo che non voleva cancellare dalla mente.
Si potrebbe dire che la prova del nove era stata superata. A proposito, del fantomatico pancione nessuna traccia, grazie a Dio…
Mentre continuava a ripetermi, sempre più divertita e quasi compiaciuta:
"Why you came?" ... mi disse anche che aveva già parlato con la sua famiglia e che sarebbe stata con me senza alcun problema per il periodo delle mie vacanze.
Mi sentivo meglio, questa battaglia l'avevo vinta io, non era incinta, non aveva altri uomini, avevo avuto la prova che ero nel suo cuore e mi si prospettavano le vacanze natalizie più belle della mia vita: al caldo sole di una qualche spiaggia tropicale (avevamo progettato Phi Phi Island), abbracciato alla mia dolce bellezza esotica, a godermi tutto ciò che un paese unico come la Thailandia può offrirti.
Restammo un paio di giorni a Suratthani in attesa che ci raggiungessero i due trichechi provenienti da Bangkok, dove il dott. Bauer si era già prodigato a far conoscere al Ciccioriccio "tutte" le attrazioni della capitale siamese. Una volta riunitici cominciammo il viaggio verso la felicità, destinazione Phuket (dove anche lei non era mai stata), splendida isola di fronte alla costa delle Andamane.
Phuket la trovo meno bella e più costosa di Samui, anche se in tema di divertimento notturno non ha niente da invidiare a Pattaya e gode delle migliori infrastrutture turistiche. Patong Beach, particolarmente, offre una vasta gamma di possibilità di "conoscenza" che anche i nostri due baldi compari non mancarono di apprezzare più volte, previa la consueta e dovuta sosta al bancomat antifederica (ricordate la mano amica?).
Trascorsero tre giorni abbastanza spensierati, salvo la prima scenata di furiosa gelosia di Ao, ma devo dire che fu in buona parte provocata da una mia colpa, perché agii in modo veramente ingenuo, chiedendole, visto che stavo così poco insieme a loro, se le avesse dato fastidio l'aggregarmi ai miei due amiconi per andare a fare un massaggio. Le mie intenzioni erano del tutto pacifiche e d'altra parte lei non ebbe nulla da obiettare. Feci due gravi errori: il primo quello di non considerare un prerogativa orientale, quella cioè di non dire mai di no, per convenzione, quando magari invece dentro di loro il rifiuto è netto e sta a te interpretare la risposta. Il secondo errore fu quello di dimenticare da dove Ao proveniva e l'esperienze che aveva fatto e, soprattutto, visto: in effetti bisognava avere il travertino in faccia per andare a chiedere ad una (ex?) ladybar di recarsi a fare un "semplice" massaggio, senza che questa non sospettasse qualcosa. Oltretutto la qualità e la quantità di "assistenti sociali" che prestano servizio a Patong è davvero notevole, e spesso facevo fatica, camminando per strada al suo fianco, a non buttare lo sguardo qua e là per non farla ingelosire.
Al nostro ritorno Ao non disse niente, ma notai subito che non era affatto disposta al dialogo e al buon umore. Andammo tutti insieme a cena ed anche al ristorante non solo non parlò, ma non mangiò praticamente niente. Alzatici per pagare il conto, mi accorsi che lei, senza aspettarci, si era già avviata verso il lungomare a passo svelto; lasciai gli amici, le andai dietro, la raggiunsi, la presi gentilmente per un braccio per chiederle cosa avesse.
Boooommmm!, era arrivato il momento adatto per far scoppiare la bomba: forse timorosa di fare una simile scenata davanti ai miei amici, si era volutamente allontanata nelle certezza che l'avrei seguita da solo, per potermi investire di insulti e spintoni e poi dirigersi verso la spiaggia. Ci vollero un paio di ore per convincerla delle mie buone intenzioni e a non tornare a Suratthani, mollandomi lì su due piedi come un broccolo.
Tono di voce dolce e attenzioni continue furono necessarie per consolarla di quel grave torto che, nella sua testa, lei era sicura che io le avessi fatto.
In quella circostanza mi comportai da vero coglione, non c'è alcun dubbio.
Ad ogni modo per il giorno a seguire era previsto il nostro imbarco per Phi Phi Island, in altre parole il paradiso terrestre. Si tratta di due piccole isole dal paesaggio straordinario, di cui solo una abitata, Phi Phi Don, mentre l'altra, la disabitata ed incontaminata Phi Phi Ley, è meta di quotidiane escursioni in barca che portano i turisti ad ammirare le grotte dove si trovano i nidi della salangana.
Già all'approdo a Phi Phi Don si ha la sensazione di essere giunti non in un posto come tanti altri, ma in luogo davvero speciale, incantevole paradiso dalla seducente spiaggia bianca, dai superbi fondali corallini e dalla lussureggiante vegetazione tropicale che ricopre anche i due piccoli monti sovrastanti, raggiungibili con dei sentieri per godere di un panorama che definire suggestivo è semplicemente riduttivo.
E' qui che ha trovato la sua fantastica ambientazione l'oramai leggendario film "The beach" con Leonardo Di Caprio, anche se la mappa segreta mostrata nella pellicola cinematografica sembra rimandare ad un posto più identificabile come Ko Tao, a nord di Ko Samui e Ko Phangan.
Alloggiammo presso uno dei migliori alberghi, perché all'atto di prenotare dall'Italia, non conoscendo l'isola, pensammo bene fosse più sicuro non correre il rischio di non trovare una sistemazione e, come sempre, le agenzie ti mandano nei posti più belli ma anche più cari. La morale fu che pagammo una tripla con letto aggiunto la bellezza di trecentomila lire, quando anche lì si potevano trovare bungalow ad una ventina di mila lire. Ma, tant'è…
La solita maledetta sfiga non mancò di presentarmi il conto per i momenti di felicità vissuti o da vivere: alla prima defecatio quaestio (cacata) mi resi conto dalla marea giallo ocra che fuoriusciva dal mio orifizio marrone che qualcosina nel mio delicato stomachino non funzionava molto bene. Una virulenta infezione intestinale in piena regola, come sovente capita ai viaggiatori inavveduti nel bere o mangiare. Il classico evento sbagliato al momento sbagliato…
I diffusi pigmenti rossi che presto comparvero ovunque sulla mia cute convinsero nuovamente Ao che a Patong non mi fossi limitato a godere del benefico effetto dell'arte rinchiusa nelle mani di una sia pur avvenente massaggiatrice, ma che fossi andato invece certamente oltre, sino a procurarmi qualche malattia venerea. Altra conseguente sfuriata e altra minaccia di pronto rientro a casa. Il problema si risolse quando lei mi accompagnò all'ospedale del luogo (che vergogna essere fatto passare avanti ad una decina di thailandesi in attesa solo perché io ero farang), dove confermarono la presenza del virus, mi prestarono le cure necessarie e mi diedero i medicinali da prendere nei giorni a seguire.
Ao era comunque davvero ben disposta al litigio, evidentemente stava davvero passando un periodo non sereno nei rapporti con la famiglia, non era distesa ed ogni minimo disguido poteva essere la scintilla per una discussione ed il susseguente muso lungo, come si verificò quando, per vendicarci dei suoi continui scherzi e dispettucci adolescenziali, la gettammo in acqua vestita senza renderci conto che aveva con se il cellulare ed il portafoglio con i documenti. Incazzarsi era lecito, ma lei mise il muso sino al giorno dopo, anche dopo aver costatato che i documenti erano integri e dopo essere stata rassicurata che, se rotto, il cellulare glielo avrei ricomprato. Ricordo anche la faccia come il culo di quel farang che, come se il sottoscritto avesse l'orecchino al naso, la seguì al bagno del ristorante dopo aver notato la barriera di freddezza che c'era tra me e lei seduti al tavolo, convinto di venire a fregarmi la donna sotto il naso lasciandole un biglietto con il numero di telefono. Si dileguò in un battibaleno non appena vide che mi stavo dirigendo verso di lui.
Fatto sta che, dopo il consulto medico che mi discolpò dalle sue invereconde accuse, Ao tirò invece fuori le qualità migliori della donna thai, accudendomi, prendendosi cura di me, non lasciandomi un solo istante e ricordandomi costantemente il momento di prendere le medicine. Certo è che, in ogni caso, le Madonne ed i Cristi mi partivano a ripetizione al solo pensare di trovarmi in quella favola di posto e dovermi accontentare di qualche passeggiatina romantica mano nella mano sulla spiaggia dopo aver ingurgitato la mia camomillina tiepida, mentre i miei amici mi raccontavano ogni sorta di meraviglie al ritorno dalle loro avventurose escursioni terrestri o marine e degustavano ogni tipo di prelibatezza culinaria.
Il peggio (scherzosamente) doveva ancora venire. Quando già cominciavo a sentirmi meglio e pregustavo almeno l'ultimo giorno sull'isola da vivere pienamente, la mia compagna si rifece i conti e si accorse che non ce l'avrebbe fatta a stare a casa per l'ultimo dell'anno, cosa a cui teneva moltissimo. Mi chiese, pertanto, di anticipare il rientro di un giorno. Tutto sommato a me interessava principalmente stare con lei, anche se di lasciare anticipatamente l'isola ed un albergo di lusso già pagato mi seccava un poco. In più fremevo per poter realizzare il sogno della mia vita: sbragarmi a mezzanotte del 31 dicembre su una comodissima sdraio poggiata sulla riva di una fantastica isola tropicale, dando un calcio in culo al freddo, al vento, allo stress e alle preoccupazioni. Quando ebbi la garanzia che questo lo si sarebbe potuto fare a Samui, accontentandosi Ao di vedere la famiglia durante la giornata, acconsentii con maggior entusiasmo alla sua richiesta e così salutammo i due facoceri (intenzionati a rientrare da Phi Phi e a rimanere a Phuket) e ripartimmo in pulman alla volta di Suratthani.
La morale fu che mi ritrovai a dare il benvenuto al nuovo anno in un localaccio di Suratthani a sentire lei, amici, parenti ed altri avventori cantare al karaoke le canzoni dei vari Pupo e Nino D'Angelo thailandesi.
"Non ti stai divertendo?", mi chiese ad un certo momento della serata.
"Ma che scherzi? Di più, porco…"
Comunque ero felice, la Thailandia, almeno da turista, è un posto che esercita il suo fascino ovunque ci si trovi, dove ci si sente sempre e comunque rilassatamente a proprio agio. In più, il ritorno a casa sembrava avere restituito la serenità al mio angelo, che mi confessò che erano tanti anni che non riusciva a sentirsi così bene e in armonia con i suoi. Povera ragazza thai che, come tante altre, aveva sempre dovuto portare sul groppone il peso della propria responsabilità di essere nata donna, usata e maltrattata anche e soprattutto all'interno del nucleo familiare, ciononostante fiera ed orgogliosa di essere lei la speranza per l'avvenire della famiglia.
Con la madre non aveva mai avuto un buon rapporto ed era da alcuni anni che si era resa indipendente, lavorando come cameriera in bar e in sale da biliardo o gestendo un karaoke, prima di tentare il grande salto a Samui. Non dimenticava mai, però, di tener fede a quell'imperativo categorico che la vedeva obbligata a provvedere, almeno in parte, alle esigenze economiche della famiglia, tutto questo mentre i fratelli maschi si dedicavano alacremente alla loro tradizionale attività, quella di inseminatori mascherati che sfrecciano ubriachi sui loro destrieri motorizzati.
Cercare di capire la composizione di un nucleo familiare thailandese è impresa improba, dei figli lì se ne occupa chi può. Non ricordo quando, ma Ao mi disse che l'uomo che un giorno mi presentarono come suo padre era in realtà il patrigno, mentre il vero padre (così le raccontarono quando era bambina) era stato accoppato quando lei aveva pochi giorni di vita. Da chi non è il caso di dirlo, sia per il senso di ribrezzo che potrei suscitare, sia per il rischio che un giorno, forse, questo racconto possa essere pubblicato. Diciamo che non me lo ricordo.
Il trauma derivato da una simile confessione generò con ogni probabilità in Ao il complesso da Cenerentola, in un contesto familiare di svariati fratelli, sorelle, fratellastri, sorellastre, dove lei risultava di fondo l'unica, insieme ad una sorella, ad avere avuto quel padre e la madre attuale. Gli altri condividevano al massimo la madre, altri nessuno dei due. Approfondiremo questo tema nella seconda parte dello scritto.
L'entrare a contatto con la cultura rurale di un posto è sempre un'esperienza coinvolgente, fornisce la possibilità di capire veramente il contesto in cui ci si è calati. In Thailandia tu sei e sarai sempre e solamente un farang, non ti accetteranno mai come uno di loro, ma sarai comunque trattato con i dovuti riguardi, al di là delle inevitabili implicazioni economiche che ti porteranno ad essere visto, tuo malgrado, come un Paperon de Paperoni giunto in loro soccorso. Personalmente richieste di denaro dirette non le ricevetti mai, ma, come per tutti i farang, quest'aspetto della relazione con una ragazza thai non mancò di presentarsi in seguito in tutta la sua fastidiosità.
Sinceramente, non mi pesava di dover pagare qualche volta il conto di un pasto per più di una persona nell'equivalente delle nostre tavole calde, sia per il costo davvero irrisorio (ricordo che un giorno presi da mangiare per otto persone pagando neanche diecimila lire), sia perché lo ritenevo doveroso in qualità di fidanzato della figlia. Poi sta al farang di turno capire quando porre un freno, qualora si dovessero presentare richieste smodate e provocatorie, magari anche frutto di ingenuità e del comico convincimento di una falsa onnipotenza di tutti i farang.
Insomma, con la sua famiglia non mi pesava starci e poi io e lei eravamo quasi sempre per i fatti nostri, a trascorrere felicemente altri giorni spensierati, all'insegna del divertimento e della gioia di vivere. Apprezzavo sempre più il suo carattere gioioso e gioviale, sempre pronta a scherzare con tutti, a cercare il lato divertente delle cose (il sanuk), donna bambina per l'indole gioconda ma amante passionale e dal forte carattere al tempo stesso.
Il giorno della partenza accadde un episodio che, a mio parere, solo in una terra magica come la Thailandia si può verificare. Ora tenete presente che Suratthani è una città di almeno duecentomila abitanti, dove i centri commerciali non mancano, dove i luoghi per mangiare abbondano, dove si può mettere qualcosa sotto i denti a tutte le ore. Mi dovete allora spiegare quale strano incrocio di combinazioni poteva far sì che, senza alcun appuntamento e senza un volo da prendere in comune, ritrovassi casualmente il Dott. Bauer, di cui avevo perso le tracce dalla nostra separazione a Phi Phi, intento a consumare un pasto al food center dell'ultimo piano di un centro commerciale della città, in compagnia di una tizia neanche troppo figa. La sorpresa fu davvero grande, così come il reciproco compiacimento nello scoprire di avere lo stesso volo di rientro per Bangkok, dove comunque lui si sarebbe fermato ancora un giorno per prendere il volo di ritorno con la China, mentre io avrei dato subito un taglio netto ai sogni e alle illusioni, imbarcandomi un paio di ore dopo sul Bangkok - Roma della Thai.
Il Ciccioriccio era invece già rientrato in Italia direttamente da Phuket, non prima di aver festeggiato insieme al compare l'arrivo del nuovo anno in quel di Phang-ga in dolce compagnia (mortacci loro, come stavano quelle due tipe in quelle foto…). Si erano inoltre goduti lo spettacolo delle rocce di origine calcarea della baia di Phang-ga, caratterizzata da un inimitabile paesaggio fatto di canali di mangrovie e di gallerie tra le rocce. La minuscola isola dove James Bond (Roger Moore) va alla ricerca del malvagio Scaramanga nel film "L'uomo dalla pistola d'oro", si trova proprio in questa famosissima baia. Che spettacolo!
Questo secondo commiato da Ao all'aeroporto fu meno malinconico ed anzi pieno d'entusiasmo, perché sia io che lei avevamo capito che, se quello dell'estate precedente a Samui poteva avere il recondito sapore di un possibile addio, di un'ennesima messa in scena della recita delle false promesse reciproche, quest'altro conteneva in sé il seme per un sicuro ritorno, anzi, sanciva veramente e definitivamente la nascita di una relazione, i cui sviluppi già prevedevano una sua convocazione futura in Italia.
1.5 - L'imbocco del tunnel
Fu infatti da questo secondo viaggio che tornai veramente cambiato, il primo mi aveva lasciato nel limbo della beatitudine, questo mi aveva ugualmente soddisfatto in termini di godimento dei piaceri della vita, ma mi aveva anche fatto capire nel profondo dell'animo cosa volessi veramente dalla vita, portandomi a rompere ogni indugio in merito ai miei programmi futuri: la volevo portare in Italia. I controlli doganali, credo, solitamente li fanno a campione. Se arrivi in concomitanza di altri voli, alla dogana non sanno da dove vieni, ma se in quei frangenti atterra solo il tuo volo...Non scorderò mai l'episodio accadutomi: atterraggio a Fiumicino ore 6,00 ritiro bagaglio ore 6,15: il primo. Miracolo! Solo i passeggeri del mio volo al ritiro bagagli. Mi avvio allegro e felice verso l'uscita, quand'ecco puntuale la rottura di scatole proveniente da un tizio in borghese al bancone della dogana:
"Da dove viene?"
"Bangkok"
"Favorisca il passaporto e apra il bagaglio, prego! Santucci si chiama?"
E ridono.
"Perchè ridete?" chiedo.
"Niente, abbiamo una collega che si chiama così"
Gli altri passeggeri intanto andavano lisci, io, intento ad aprire smadonnando sia la valigia, sia il bagaglio a mano, sia un piccolo plico contenente souvenir, scorgo la punta delle scarpe della divisa di ordinanza di un finanziere nel frattempo avvicinatosi, che dice al collega:
"Lascialo stare a questo, che è un allenatore di pallavolo".
Minchia, penso tra me e me, qualche campionato l'ho vinto, ma non credevo di essere diventato famoso come Velasco. Alzo gli occhi e, sotto la visiera del cappello, riconosco dopo qualche attimo di esitazione un arbitro che mi conosceva abbastanza bene. Problema risolto grazie alla conoscenza? Macchè, il collega era davvero un rompiscatole.
Nell'immediato rientro a Roma non mi buttai a peso morto nell'impresa, perché dovevo prima concludere il programmato acquisto della casa: la realizzazione dei progetti più importanti nell'esistenza di una persona sembrava avvenire per me tutta in una volta, quasi come un segno del destino. Acquisire finalmente la totale indipendenza dopo averla tanto agognata e limitarla sin da subito a causa di una non programmata convivenza, non costituiva forse il massimo dell'arguzia, mi dicevo, ma avevo sempre pensato che con una donna "giusta" al fianco tutto ciò non avrebbe pesato più di tanto e poi sarebbe stato per poco (purtroppo), giusto il tempo di trascorrere insieme i canonici tre mesi concessi dal visto turistico su invito per conoscersi meglio e poi si sarebbero tirate le somme di questa ulteriore esperienza.
Come tutte le iniziative che intraprendo nella mia vita, la ricerca e l'acquisto della casa si rivelarono, a forza di ripetuti ed inaspettati contrattempi, stressanti e faticosi tre volte più che per una persona normalmente fortunata, ma c'ero abituato e in ogni caso si era giunti all'atto conclusivo, dopodiché mi sarei dedicato all'altro grande progetto.
Come volevasi dimostrare, giusto il tempo di festeggiare il rogito ai primi di gennaio, che mi resi prontamente conto di come la nuova impresa che mi accingevo ad intraprendere mostrasse anch'essa i connotati di un mostro indomabile. Le pastoie burocratiche normalmente connesse alle questioni dei visti d'ingresso per l'Italia assumono, nel caso della Thailandia, le dimensioni di un vero e proprio Everest da scalare con corde e picconi, con l'aggiunta di frane e slavine provocate a buona posta nei punti dove meno te lo aspetti.
In un post su un forum di discussione sulla Thailandia definii un autentico embargo dei sentimenti l'ostruzionismo appositamente fatto dall'Ambasciata d'Italia a Bangkok in materia di rilascio dei visti turistici.
C'è il serio rischio di arrivare all'esaurimento nervoso, quando ci si trova a combattere battaglie dove le regole non sono chiare ed anzi cambiano arbitrariamente e di continuo, con l'unico scopo di disorientare e scoraggiare il nemico. Quanto oramai risulti praticamente impossibile riuscire ad ottenere questo benedetto foglio lo si potrà capire solo dopo un'attenta lettura del paragrafo appositamente riservato nella seconda parte, per adesso basti sapere che si è scatenato da tempo un vero e proprio business parallelo di agenzie e pseudo tali che operano più o meno legalmente, garantendo l'ottenimento di tutta la documentazione necessaria per inoltrare richiesta per il visto. Il problema è che il trucchetto è talmente sputtanato che all'Ambasciata non ci casca più nessuno. Interrogando le ragazze previo appuntamento, scoprono facilmente l'inganno.
Ma il problema è capire il perché di tutto questo. Quanti immigrati clandestini thailandesi avete conosciuto nel nostro Paese? Rappresentano forse un problema anche solo lontanamente paragonabile a quello determinato dai flussi migratori di provenienza nordafricana, est europea, cinese, indiana, ecc.?
E se l'intento fosse invece quello di dissuadere i sempre più numerosi infatuati delle ninfe dagli occhi a mandorla dal fare degli errori di interpretazione in merito alle reali intenzioni di molte di queste ragazze, allora dico: perché non si fanno i cazzi loro, perché non ci lasciano sbagliare da soli, perché non capiscono che fanno solo peggio, spingendo gli sventurati Romei di turno a passi affrettati (vedi matrimonio) pur di avere con se la propria Giulietta? Perché si deve passare più tempo a cercare di capire come fare per aggirare una legge iniqua, frutto di una saurica burocrazia, invece di dedicare il proprio tempo e le proprie risorse psichiche all'approfondimento delle diverse abitudini di vita, ad un tentativo di miglior comprensione del modo di pensare e di essere di quella che potrebbe davvero diventare un giorno la propria compagna di vita?
Dal medico anche io ci arrivai per lo sfinimento, ma non corriamo troppo.
Da subito Ao si dimostrò ben disposta a collaborare, ma avevo assolutamente bisogno di un appoggio, sia per l'ottenimento dei documenti, sia per avere la certezza che lei capisse veramente cosa doveva fare. Un tizio di Verona conosciuto su Internet mi suggerì di contattare un conoscente italiano residente al nord ma proprietario, insieme alla moglie thai, di un ristorante - albergo a Pattaya. Quest'uomo avrebbe pensato a tutto: si trattava di dimostrare con una finta lettera di assunzione predatata che la ragazza avesse un lavoro stabile, rafforzando la tesi con l'esibizione del libretto bancario attestante periodici versamenti riconducibili allo stipendio elargito. La novità assoluta era, a testimonianza del giro di vite dato dalle autorità italiane, che la ragazza, all'atto della presentazione della richiesta di visto, doveva avere tot. soldi in banca, mi pare l'equivalente di circa 3.000 €. Ora mettetevi nei panni di un Romeo infatuato sì, ma non del tutto sprovveduto: come poter mandare tutti quei soldi ad una quasi sconosciuta, dato che nel 50% buono dei casi, finisce che lei quei soldi se li spende e se la ride alla faccia tua? Molte storie finiscono così ancora prima di cominciare. Passi per il mensile (250 € sono sufficienti) che tu invii con la Western Union, raccomandando alla ragazza di non spendere tutti i soldi e soprattutto di versarli prima in banca per attestare il ricevimento dello stipendio, ma arrivare a quella cifra mi sembrava una vera sciocchezza. Il valore aggiunto dell'"aiuto" di quell'individuo stava proprio qui: avrebbe provveduto lui stesso a versare sul conto della ragazza la rimanenza per arrivare alla cifra finale, tutelandosi trattenendo il libretto della ragazza sino al momento in cui, a visto eventualmente ottenuto, si sarebbe recato con lei alla banca per ritirare la cifra da lui versata. Un metti e leva nel giro di pochi giorni. Contestualmente Ao si sarebbe appoggiata presso di lui per fare tutti i giri a Bangkok. Un servizio completo, per essere sintetici. La cifra che avrei dovuto sborsare per il tutto, tra costi di pratiche e "parcella", si aggirava intorno ai tre milioni di lire. Era sempre meglio, comunque, che affidarsi ad una vera agenzia, dove il pagamento lo pretendono anticipato, a prescindere se il visto poi lo ottieni o no.
Poiché il tizio non lo conoscevo, approfittando del fatto che in Italia lui vive in una città dove ho appoggio presso parenti, lo volli andare a conoscere di persona per capire con chi avevo a che fare. Lo trovai simpatico ed affidabile e l'affare si concluse.
Cominciò così, il frenetico conto alla rovescia che avrebbe dovuto giungere a conclusione per metà marzo, attraverso una serie di incastri che prevedevano la presenza del tipo in loco, il mio arrivo (compatibilmente con gli impegni di lavoro e pallavolistici) e, naturalmente, il tempo minimo per mettere insieme tutta la documentazione.
E. (nome abbreviato del mio nuovo referente) mi confessò da subito di avere un pizzico puntato le antenne dopo il primo colloquio telefonico intercorso tra sua moglie (thai) ed Ao, giudicata un pochino troppo sveglia, qualità pericolosa in una thailandese. Soprattutto mi confessò di avere avuto l'impressione che fosse pilotata da qualcuno che al telefono le diceva cosa dire, addirittura poteva essere anche un suo ragazzo thai. Senza prendere troppo sul serio questo allarmismo, trovai normale il comportamento di Ao, visto che era in gioco il suo avvenire e da qualcuno doveva pure farsi consigliare. Ma anche in futuro ebbi l'impressione che E., qualche volta, volesse mettermi delle pulci nelle orecchie come per invitarmi a lasciar perdere, quasi a voler stare a posto con la propria coscienza per avermi velatamente fatto capire che qualcosa secondo lui non andava, senza contestualmente comportarsi così da coglione da essere lui stesso a rinunciare all'affare.
Io, da parte mia, mi ero limitato a lasciare ad E. i miei documenti, il mio 730, il mio domicilio e ad inviare periodicamente i soldi ad Ao.
Lei nel frattempo era già stata a Pattaya da E., insieme erano andati a Bangkok a fare le pratiche necessarie, era rientrata alla base ed eravamo quindi tutti in attesa del gran giorno che sarebbe stato pressappoco, come detto, a metà marzo.
Io non facevo altro, nella mia impazienza, che cercare di capire la mentalità thailandese, di intravedere possibili inganni all'orizzonte, di darmi una spiegazione del perché E. mi allarmasse così tanto sulla possibilità non remota che Ao potesse avere anche altri farang, giustificando il tutto dicendo:
"Marco, anche se fosse, lo fanno praticamente tutte e comunque la tua donna mi sembra abbastanza a posto".
Altre volte sbottava, rinunciando anche lui a cercare di capire certe complicate situazioni, limitandosi alla seguente esternazione chiarificatrice:
"Sono thailandesi…!!!"
Con l'esperienza che ho acquisito sul campo, per far meglio capire la differenza di cultura tra noi e loro trovo limitativo sostenere semplicemente che appartengono ad un'altra razza, io giungo persino al punto di affermare categoricamente che i thai sono proprio un'altra specie: non loro volpini e noi barboncini, ma loro rettili e noi mammiferi, tanto per intenderci.
Venne alfine il gran giorno, anzi la tre giorni. E. aveva "sotto mano" tre casi, andò con tutte e tre le ragazze all'Ambasciata a chiedere il visto. Già questo mi insospettì, ma mi disse che non per tutte presentava la lettera di assunzione presso il proprio esercizio. Il problema, semmai, era che Ao aveva speso una buona parte dei soldi che le avevo mandato e che lui, di conseguenza, aveva dovuto rifinanziare il suo conto in maniera un po' troppo sospetta, troppi soldi tutti insieme per arrivare all'importo richiesto da esibire sull'estratto conto.
Incrociai le dita, non dormii la notte, il pensiero continuamente fisso a seguire con un volo d'immaginazione il tragitto di quel taxi che con a bordo tre rapinatrici di cuori ed un farang semi-espatriato percorreva la strada che collegava Pattaya a Bangkok. Non ricordo se chiamai io o E., le prime notizie ispiravano comunque un certo ottimismo: di prassi, se ti danno subito appuntamento (come fecero) per ritirare il visto di lì a tre giorni, è perché il colloquio avvenuto tra la ragazza ed i funzionari ha avuto esito positivo, ma…attenzione a cantar vittoria troppo presto.
C'era da affrontare lo stillicidio dell'attesa, tutti ad ogni modo consapevoli che ciò che occorreva fare era stato fatto e non restava altro che aspettare fiduciosi la risposta. Quando l'attesa ebbe termine, di nuovo il cuore ricominciò a pulsare in modo inusuale per ventiquattro ore di seguito, in un crescendo di emozioni e ricordi, come se ci si trovasse nel corso di una radiocronaca ad attendere che quel cazzone di cronista te lo dica che il rigore decisivo che ti dà la coppa è stato finalmente tirato ed è andato dentro…
Fuori…il tiro era andato fuori, anzi, per la precisione, tre tiri andati fuori, dal momento che il visto non era stato concesso a nessuna delle tre ragazze "patrocinate" da E.
La notizia, comunicatami telefonicamente, mi fece letteralmente crollare il mondo addosso, rendendomi incapace di trovare un commento istantaneo, un'idea, un'alternativa pronta. Provai solo una grande emozione in negativo, in un silenzio alla cornetta rotto solo dalla voce di lei che E. nel frattempo mi aveva passato. Due parole, il triste disappunto di entrambi, un appuntamento telefonico al giorno dopo per riordinare le idee e prendere una decisione.
Che fare? Nella risoluzione più immediata mi aiutò il fatto di avere già fiduciosamente saldato il biglietto dell'aereo il giorno prima (altrimenti avrei perso la prenotazione), sarei quindi comunque partito per raggiungerla. Per il resto, ne avremmo discusso insieme (E. già parlava di riprovarci più in là, pensando che forse avevamo avvicinato troppo la data di assunzione e la richiesta del visto). Per il momento la cosa più importante era riabbracciarsi, esorcizzare in qualche modo l'evento negativo, farle sentire la mia vicinanza, confermarle le mie intenzioni, rassicurarla in ogni modo.
Non scorderò mai quel pomeriggio, qualche giorno prima del rifiuto del visto, in cui lei chiamò continuamente a casa di mia madre chiedendo di me in lacrime. Mia madre non riusciva a mettersi in contatto con me ma, una volta giunto a casa, mi disse subito di chiamarla. Stetti quasi un'ora al telefono per cercare di rassicurarla e di farla smettere di piangere a dirotto, mentre mi chiedeva disperata se avevo un'altra donna e mi faceva intorcinare le budella a causa del mio senso di impotenza nel sentirla così sola e affranta, temendo che le fosse successo qualcosa. Il suo era un attacco di malinconia come mai le era preso, sopraggiunto magari a seguito di litigata con la madre o la sorella. Le telefonate continuarono anche dopo che uscii di casa, mia madre la fece calmare per telefono per quasi un'altra ora (chiamava lei) da un ragazzo che parlava inglese ed il ritornello era sempre quello:
"Marco have lady?" (Marco ha una donna?)
Un furbesco tentativo di forzare la situazione? Non credo affatto. Niente di più probabile, invece, che qualche stregone le avesse fatto le carte e le avesse annunciato infedeltà del partner (c'è gente finita ammazzata per questo, in Thailandia). E allora via con la depressione e la bevutina scacciapensieri.
L'unica cosa che capii era che non potevo lasciarla sola a lungo.
"Sono donne che non riescono a stare da sole", mi diceva inoltre spesso E. tanto per allarmarmi ulteriormente.
Queste dimostrazioni di morboso affetto e di atroce sofferenza per la nostra lontananza contrastavano non poco con quanto riportatomi da E. in merito al comportamento di Ao in mia assenza. Nelle sue due permanenze a Pattaya lei alloggiò sempre separatamente dalle altre ragazze, che invece dormivano nell'albergo di E. e la vita mondana della località balneare più famosa del Siam sembrava attirarla parecchio.
"E' bene che la ragazza non stia troppo a lungo a Pattaya" mi disse una volta E.
"Che cazzo vuoi, sei tu che c'hai l'albergo a Pattaya, mica io"
gli risposi scherzando, ma in realtà sapere o, meglio, dare per scontato che ogni volta che Ao metteva becco fuori di casa, anche solo per una passeggiata di un'oretta, ci sarebbero di sicuro stati almeno cinque o sei uomini pronti a tampinarla e a romperle le scatole, non è che mi tranquillizzasse molto.
Già nel corso della prima "visita" di Ao a Pattaya, E. mi manifestò il dubbio che a Ko Samet per un paio di giorni non ci fosse andata proprio con un'amica, come lei gli aveva detto. Ma la filosofia di E. era sempre quella: se ti cominci a fare delle paranoie con una thailandese che vive in Thailandia, stai fresco…anche se fosse…sono fatte così, prendere o lasciare.
Insomma, le palle mi giravano al solo pensiero, ma siccome di prove concrete neanche a parlarne, allora, come si suol dire, occhio non vede, cuore non duole.
Appena sbarcato al Don Muang, mi diressi all'East bus Terminal, da dove partono le corriere per Pattaya e in un paio d'ore mi ritrovai nella città che più di ogni altra al mondo può arrogarsi il diritto di essere chiamata la moderna Sodoma o Gomorra. Arrivato di giorno non mi diede l'impressione di essere qualcosa di molto diverso da una tranquilla località balneare, grande, sviluppata e piena di infrastrutture turistiche, anche se con una qualità delle acque non proprio eccelsa. Adagiata sulla parte est del Golfo di Thailandia, negli anni, a partire dalla guerra in Vietnam, ha vissuto uno sviluppo urbanistico un tempo impensabile, sino a diventare una delle capitali del divertimento mondiale. E' a sera che questa mater pecatorum si rivela in tutta la sua dilagante trasgressività che, sembrerà assurdo, a conti fatti non disturba neanche più di tanto: sarà che il sottoscritto, pur non considerandosi certamente un puttaniere abituale, non fa però neanche parte delle vaste schiere di moralisti perbenisti (veri o presunti), sta di fatto che passeggiare per Pattaya di notte non crea un particolare disagio, perché la cosiddetta diversità lì è la norma. Non si tratta di notare scandalizzati il fenomeno della prostituzione, perché lì tutto o quasi è prostituzione e non nel senso che le diamo noi. Tu sai già che il 90 % almeno degli uomini in quel posto ci si trova per un motivo ben preciso, lo stesso che spinge migliaia di ninfette asiatiche ad intrattenerli amorevolmente ed il fatto che il tutto si svolga alla luce del sole, senza sfruttamento a vantaggio di terzi, senza costrizione (ma molto spesso per necessità, certo), fa sì che l'atmosfera non risulti affatto pesante o disarmonica, persino nella supertrasgressiva Walking Street, la via pedonale ad altissima concentrazione di go-go bar, dove anche i travestiti locali, i katoeys, si danno da fare per guadagnarsi la pagnotta.
E' a Pattaya nord che il turismo "per bene" concentra le famiglie in semplice villeggiatura, oppure nella vicina spiaggia di Jomtien, 3 Km. più a sud, dove la pulizia delle acque è di un livello accettabile e dove si può stare tranquillamente distesi su una sdraio all'ombra delle palme, sorseggiando latte di cocco con lo sguardo rivolto all'orizzonte, intento a chiederti cosa cazzo hai fatto per tutto il tempo precedente della tua vita e se davvero sei convinto di averlo impiegato bene, questo tempo.
Quando arrivai, in tarda mattinata, Ao era fuori a fare spese, la attesi nel piccolo ma raffinato albergo di E. che nel frattempo era rientrato in Italia. Quando fece ritorno, non sembrava particolarmente entusiasta di vedermi: un semplice bacio sulla guancia ed un abbraccio neanche troppo caloroso. Ricondussi questo atteggiamento alla tipica avversione thai per le smancerie in pubblico (raro vedere una coppia che si bacia in strada), ma ben presto mi resi conto che Ao ne aveva architettata un'altra delle sue. Una volta saliti in stanza, provai a rompere il ghiaccio abbracciandola di nuovo, ma lei, anziché sciogliersi, si divincolò con calma, mi fece mettere seduto vicino a sè e mi mostrò un taccuino su cui aveva ingegnosamente fatto dei rudimentali calcoli matematici, il cui intento era quello di dimostrare come ci avessi messo troppo per arrivare a Pattaya, tenendo conto del tempo che (secondo lei) avrei dovuto impiegare per scendere dall'aereo, prendere un taxi sino al bus terminal, salire su una corriera, giungere a Pattaya, prendere un furgoncino ed arrivare alfine in albergo. Secondo i suoi rigidi parametri accusavo un ritardo sospetto.
Alla fine della sua dimostrazione scientifica, inizialmente solo seccata, poi sempre più iraconda (anche a causa della meraviglia da me manifestata, perso com'ero nel mio stupore), Ao cominciò a chiedermi:
"Where you go (went)?" ("Dove sei stato?")
Avete capito? Quella pazza scatenata mi stava facendo il quarto grado perché a suo dire mi sarei preso una mezz'ora di libertà per compiere chissà quali oscenità alla faccia sua…roba da matti.
Gli ci volle la solita mezza giornata per sbollire l'arrabbiatura, al termine della quale (ormai c'ero abituato) si riaffacciò prontamente il nostro consueto feeling che ci portava a vivere insieme momenti spensierati e, a volte, indimenticabili. La sua lunaticità caratteriale non intaccava minimamente la serenità che provavo in ogni istante delle giornata, che si passeggiasse per lo shopping, che ci si sedesse a mangiare nei food center dei grandi centri commerciali, che ci si stendesse in spiaggia (rigorosamente all'ombra) o su una poltrona di un modernissimo cinema. Sì, pure al cinema mi piaceva andare con lei, anche se non ci capivo una mazza di quello che dicevano in thai o in inglese (d'altra parte per comprendere la trama di un film d'azione non è che ci voglia poi una scienza infusa). Inoltre trvo che il thai sia una lingua armonica e melodiosa da ascoltarsi.
Il programma del viaggio prevedeva qualche giorno da trascorrere a Ko Chang, un'isola grande più o meno quanto Samui, che spunta dalle acque del Golfo di Thailandia, andando verso il confine con la Cambogia. Ne avevo sentito parlare come di un posto incontaminato dal turismo di massa, l'ideale per passare qualche giorno in compagnia della propria bella, lontano da suoni fracassoni e dalle luci multicolori. Un tempo, dicono, anche Samui era così, oggi mantiene ancora intatto il suo fascino, ma tra vent'anni, forse…
Dopo qualche ora di viaggio in pullman nella notte ed un veloce travaso su di un furgoncino che ci portò a Trat, dormimmo in una squallida pensioncina in attesa del mattutino imbarco sul traghetto.
Sull'isola ci sistemammo nella spiaggia principale, Hat Sai Khao, dove non mi feci certo mancare l'oramai indispensabile (per me) bungalow sulla spiaggia, dalla verandina del quale mi godevo ogni giorno l'incantevole spettacolo del sole che andava a tuffarsi nel mare, pochi istanti prima che la mia signora fosse pronta per recarci a mangiare in uno dei tanti deliziosi ristorantini sulla spiaggia, gustando ogni volta sapori diversi e stordenti, per poi camminare a piedi scalzi sino a raggiungere quei localini sulla riva che ti richiamano con la loro ipnotica musica ambient, offrendoti la possibilità di sdraiarti su larghi tappeti e soffici cuscinoni a giacere sulla sabbia, mentre la luce soffusa di una candela illumina quel tanto che bastava per aggiungere splendore al suo volto radioso di bambola orientale.
…Svejate a scemooooo…!!!!!
Di giorno ci avventuravamo alla scoperta dell'isola con il motorino che avevamo affittato: effettivamente, oltre al pur piacevole relax, il posto offriva poco, spingendo il turista all'esplorazione del paesaggio circostante. All'interno dell'isola vi è una cascata facilmente raggiungibile, secondo me meno bella di quelle di Samui, ma pur sempre oggetto di sicura ammirazione da parte dei turisti. Qui Ao ebbe un'altra stranita, perché non attesi che lei finisse di parcheggiare il motorino per prendere i biglietti d'ingresso: se l'avessi attesa avrei evitato di pagare due biglietti da farang, visto che lei, thai, avrebbe pagato una cifra simbolica. Avevo dimostrato una certa stupidità, non tanto per il disavanzo economico (1/2 € contro 5), quanto perché non capivo che, pur non trovandomi certamente di fronte ad un obbligo, non è che ci facessi una gran figura a dimostrare di non curarmi più di tanto dei soldi, se poi non le consentivo di pensare affatto alla sua famiglia. Magari lei con quei 5 € risparmiati ci pagava una cena alla madre e al padre. Tenne il muso per un po', mi diede del farang coglione, ma poi tutto si mise, come al solito, facilmente a posto.
Dopo tre giorni di totale relax eravamo comunque leggermente stufi di quell'isolamento e decidemmo di rientrare a Pattaya, dove alloggiammo nuovamente all'albergo di E., divertendoci quando avevamo voglia di divertirci o tenendoci occupati … quando ne avevamo voglia, praticamente almeno un paio di volte al giorno. Saltuariamente, nella vita bisogna pur concedersi una vacanza dove non esiste più un'ora od un momento preciso per fare una cosa, all'insegna del disordine più assoluto, che ti permette di mangiare, bere, nuotare, passeggiare, trombare quando ne hai semplicemente voglia, a qualsiasi ora del giorno e della notte, in piena tranquillità e sicurezza, nel totale dominio del tempo a tua disposizione.
Ma la vita ti mette sempre la sveglia sul momento più bello del sogno e così eccoci pronti ad affrontare nuovamente l'imbarazzo di un nuovo distacco, nella piena consapevolezza, tuttavia, che questo fosse diverso dagli altri due, in quanto il primo era stato disilludente, il secondo entusiastico, mentre quest'ultimo (il terzo), si configurava come realista e pragmatico, perché questa volta una decisione seria andava presa. Così avevamo fatto negli ultimi due giorni, non facendoci mancare il tempo, tra un divertimento e l'altro, di parlare molto del nostro futuro e dei possibili sviluppi della nostra relazione.
Non ricordo esattamente quando e come mi uscì fuori (il pallino ce l'avevo nella testa da prima di partire), avevo sempre rinviato il momento in cui mi sarei deciso a tirare fuori quell'argomento, quella frase, quella proposta che tanto spesso fa palpitare il cuore e balbettare la voce di persone normalmente sicure, rendendole insolitamente esitanti:
"Ao, do you want marry me?" ("Ao, mi vuoi sposare?").
Sin da subito le feci capire che non ero così stupido da pensare che, dopo soli tre brevi periodi di due settimane vissuti insieme, fosse arrivato il momento giusto, che avessi la convinzione assoluta di aver trovato l'anima gemella, spiegandole che la vita è una cosa diversa da una vacanza vissuta insieme e che, una volta in Italia, lei avrebbe dovuto affrontare diversi problemi di ambientamento. Le rimarcai anche il fatto che io non ero Paperon de Paperoni e che non le potevo ceto garantire una vita all'insegna dello sfarzo.
Ma se questo era l'unico modo per riuscire nell'intento di farla venire, allora mi sarei assunto le mie responsabilità e chiedevo a lei di fare altrettanto.
Ao sembrò titubante, soprattutto non le andava giù quella definizione che io diedi all'eventuale nostra unione matrimoniale: "per finta", che voleva intendere, in piena buona fede, che io l'avrei lasciata libera di tornare quando avesse voluto, se proprio si fosse resa conto dell'impossibilità di una sua permanenza in Italia: freddo, cibo, lontananza dalla famiglia, possibile incompatibilità di carattere con il partner, quanti pericoli dietro l'angolo per una ragazza thailandese che tenta l'ambientamento in un Paese mai visto, lei che non ha mai messo becco fuori dal suo paese, lei che della cultura farang conosce solo ciò che vede negli atteggiamenti e nelle abitudini vacanziere o nei film d'importazione.
Ma la mia donna tendeva ad interpretare quel "per finta" alla maniera thai, ovvero che il marito la poteva mandare a fare in culo come e quando avesse preferito. Però, a suo dire, lei in quel preciso momento della sua vita aveva troppi problemi personali, troppa insoddisfazione, troppo bisogno d'affetto, per non considerare quell'opportunità come un segno del destino da non lasciarsi assolutamente sfuggire e alfine, dopo averci riflettuto un po', accettò.
Io credo che stesse anche facendo dei legittimi calcoli, quale donna non li fa prima di compiere il grande passo, ponderato e a lungo meditato o affrettato e sbrigativo che sia (come nel nostro caso). Proposte di matrimonio in passato non le erano mancate, ma di sicuro insoddisfacenti dal punto di vista sentimentale, provenienti una da un ricco thai (e lei di thai non ne voleva più sentir parlare), un'altra dal primo farang conosciuto, quell'americano danaroso che mi precedette di un paio di mesi e che lei riconosceva come persona amabile, ma davvero troppo in là con gli anni.
Con me molto probabilmente mediò, scegliendo un farang mediamente bello, giovane e benestante, considerando forse che non si può avere tutto dalla vita. In più, per sua stessa ammissione, il mio valore aggiunto era costituito dall'affettuosità che troppo spesso una donna thai non vede ricambiata e che invece io, nei rari casi in cui veramente mi prende la fissa per una donna, le concedevo a piene mani. Le donne thai adorano i nostri modi galanti, laddove invece dai loro uomini non possono ricevere altro, nella maggior parte dei casi, che corna, ubriacature e botte.
Vi lascio immaginare lo stato d'animo con il quale salii le scalette del boing che mi riportava a casa, immerso come ero nei miei pensieri che si rivolgevano non tanto ad una riflessione sulla bontà della mia, anzi nostra, decisione (visto che non mi sfiorava neanche lontanamente la sensazione di avere intrapreso un gioco troppo difficile), quanto alle strategie da seguire per sbrigare la faccenda nel più breve tempo possibile, forse anche nel timore inconscio di possibili ripensamenti, miei come suoi.
1.6 - Le pubblicazioni
In Italia avevo già cominciato a prendere le informazioni del caso prima ancora di partire e ripresi a farlo non appena rientrato, sia per quel che riguardava l'aspetto burocratico, sia per quel che si allacciava a possibili rischi e "controindicazioni" in cui sarei potuto incorrere. Mi recai in diverse stazioni di Polizia e Carabinieri, mi consultai con diversi amici avvocati, sembrava proprio, al di là delle inevitabili teoriche conseguenze legali in caso di divorzio, che non vi fosse memoria storica di separazioni con donne thailandesi a seguito delle quali il marito si fosse trovato poi costretto a dover provvedere al sostentamento dell'ex consorte, passandole i famigerati "alimenti".
Lo stesso E. mi confermò, poco prima di sposarmi, che in caso di fallimento me la sarei cavata con una piccola "liquidazione", un una tantum di qualche milione di lire senza più nulla a pretendere per il futuro.
La ragione di tutto ciò risiede in un'analisi di facile comprensione: una ragazza thai, ammesso che sia a conoscenza del mestiere di avvocato, non si avventurerebbe mai in una guerra legale a migliaia di Km. di distanza, con la prospettiva di affrontare ingenti spese legali senza avere neanche la certezza di spuntarla. Insomma, non si ha a che fare con una est-europea che con un'ora e mezza di volo ti può piombare a casa accompagnata dai carabinieri, impugnando un decreto ingiuntivo di pagamento dell'assegno familiare. Ancora una volta, per la mentalità thai vige il principio del "meglio un uovo oggi che la gallina domani". Differente situazione si prospetterebbe se la ragazza avesse desiderio di rimanere in Italia ma, a separazione avvenuta, ben poche thai esigono il rispetto di questo loro teorico diritto.
In poche parole il gioco valeva la candela, il rischio era calcolato e d'altra parte, per giocarsi le proprie chance di raggiungere la felicità, qualche rischio occorre pure correrlo. A fronte di tutte queste considerazioni, mi sposai ovviamente in separazione dei beni, il minimo della precauzione da prendersi in simili casi.
Mi affidai nuovamente alla "supervisione" di E. Ne ho conosciuti diversi che hanno scelto il fai da te e si sono ritrovati a fare dei viaggi a vuoto per la mancanza di questo o quell'altro documento da farsi in Italia o in Thailandia. Andare a spiegare per telefono in inglese ad una thailandese quello che forse non hai capito molto bene nemmeno tu nella tua lingua riguardo ciò che serve per contrarre matrimonio, era un rischio che non mi potevo permettere di correre. Non mi andavo a sposare dietro l'angolo, tutto doveva funzionare come un meccanismo perfetto, incastrando ferie matrimoniali e tempi necessari per la presentazione dei documenti all'Ambasciata, appuntamento al Comune, traduzione, legalizzazione, richiesta di visto prenotazioni aeree. E già, perché tra tutti i cazzi con cui bisognava combattere, ci si aggiungeva anche l'impuntatura di Ao, la quale continuava a ripetermi al telefono che lei non ci pensava nemmeno a mettere piede sull'aereo se non in mia compagnia. Se non fossimo riusciti ad ottenere per tempo il suo visto, secondo lei sarei dovuto rientrare in Italia da solo per poi andare a riprenderla in seguito. L'avrei voluta uccidere prima ancora di sposarla (e forse avrei fatto bene). Soprattutto mi dava enormemente fastidio che lei ancora non si fidasse di me, perché la sua testardaggine era dovuta solo in parte alla paura dell'aereo e al fatto di non sapere come fare in aeroporto, in realtà lei temeva qualche inganno da parte mia, perché nella sua testa bacata un mercante di donne per portarle in Europa poteva anche arrivare al punto di sposarle…
L'ottenimento di tutti i documenti necessari per sposarmi si rivelò un autentico stillicidio di arrabbiature da ulcera duodenale, giunte a seguito degli interminabili impicci burocratici tipici dell'Italia: non mi bastavano i tempi di attesa per quella gigantesca cazzata che sono le pubblicazioni di matrimonio, perché le stesse neanche le potevo fare fino, almeno fino a quando non avessi ottenuto la certificazione del cambio di residenza dal Comune di Roma a quello di Pomezia, per la qual cosa, mi dissero, occorrevano minimo dai tre ai quattro mesi. Cose che accadono solo in Italia. Facendo valere le mie ragioni, riuscii ad ottenere dagli uffici competenti la delega per effettuare di persona alcuni giri di consegna e ritiro documenti, sforzo che mi permise di fare in due giorni (giuro) ciò che burocraticamente avrebbe necessitato di diversi mesi. Solo per andare da un ufficio all'altro del Comune di Pomezia, distanti duecento metri l'uno dall'altro, alcuni documenti ci avrebbero impiegato, tra preparazione, protocolli di invio, firme, ufficio postale, smistamento, recapito, protocollo di arrivo, lavoro, protocollo di rinvio, ufficio postale, ecc., almeno venti giorni di tempo. Io ci impiegai mezza giornata…i pregi del nostro belpaese.
Rischiando l'infarto tra un contrattempo e l'altro (leggasi fantozziani arrivi di corsa all'ufficio di competenza alle 12.01 per scoprire che l'orario di chiusura era alle 12.00, oppure che quel giorno era sciopero…) riuscii miracolosamente a portare a compimento anche le pratiche occorrenti per il matrimonio.
Nei vari giri fatti, all'Ambasciata Thailandese di Via Nomentana conobbi Tiziano, un simpaticone di Terni, che provò a convincermi della non necessarietà del matrimonio, consigliandomi di insistere a far valere i miei diritti per il visto turistico, dicendomi di andare alla Farnesina a chiedere chiarimenti. In effetti neanche alla Farnesina riuscirono a mostrarmi il provvedimento di legge che abrogava la precedente normativa, vale a dire quella che consentiva l'ingresso sul nostro territorio con semplice invito. Ottenni solo l'immancabile e non richiesta reprimenda della funzionaria di turno, la quale mi spiegò maternamente come funziona il mondo, con tutte queste donne cattive che si vogliono approfittare dei bei giovani maschi occidentali. Ma continuare a recriminare mi avrebbe accomunato a Don Chisciotte contro i mulini a vento, in più i tempi erano cambiati da quando il buon Tiziano era riuscito a far venire la sua donna thai con semplice visto turistico. I rubinetti, impropriamente o meno, venivano chiusi sempre di più, evidentemente i funzionari delle varie ambasciate, di certo arringati e fomentati in modo adeguato dagli scagnozzi del neovincitore Bossi, stavano già mettendo in pratica anticipatamente i provvedimenti restrittivi che nessuna legge all'epoca vigente consentiva ancora di adoperare. Da quando mi sono imbarcato in questa storia ho conosciuto molti sventurati che, come me, le stavano tentando tutte. Due soli ce l'hanno fatta: un ragazzo di Montecatini (ma la sua donna lavorava veramente presso la propria famiglia, peraltro abbastanza benestante) ed uno di Treviso (lo rincontreremo), il primo al quale chiesi consiglio via internet su come fare, il quale ci riuscì in extremis prima del "serrate i ranghi" governativo.
Lo stress di quei giorni fu tale che, sommandolo alle arrabbiature sul lavoro e nella pallavolo, cominciai ad avvertire un diffuso prurito in tutto il corpo, con dei vistosi rossori sulla cute, disturbo che mi spinse a farmi visitare da un dermatologo. Questi, non appena mi vide spogliato, disse subito:
"Lei si arrabbia troppo".
Non potei fare altro che annuire. Mi prescrisse allora la cura, chiedendomi dei motivi delle mie preoccupazioni e rancori. Non potrò mai dimenticare la comicità della scena che ne seguì: alla mia spiegazione inerente il matrimonio in vista, il dottore si cominciò ad assentare con lo sguardo e a fare considerazioni personali ad alta voce:
"Eh già, il matrimonio, e che dire di me che dopo 25 anni di matrimonio mi sono visto pervenire ieri la lettera dell'avvocato da parte di mia moglie?"
Insomma, per farla breve, mi ero recato in un ambulatorio per un consulto medico durato non più di due minuti, ma dopo mezz'ora mi trovavo ancora lì a cercare di consolare quel pover'uomo, distrutto da quell'inaspettata novità, mentre la gente fuori dalla porta cominciava a spazientirsi per il protrarsi dell'attesa, chiedendosi quale strana malattia avesse mai quell'individuo entrato prima di loro (il sottoscritto) da necessitare una visita così lunga. Quasi quasi mi potevo permettere di andare allo sportello dei ticket a chiedere indietro i soldi, compensando la visita dermatologica di cui avevo usufruito con la consulenza psicologica che avevo invece fornito…
Ero davvero giunto al limite della tensione sopportabile, con i nervi a fior di pelle, anche perché contestualmente dovevo provvedere a sistemare la casa appena comprata, dove, tanto per cambiare, cominciavano a presentarsi svariati problemi (vedi caldaia non funzionante, mobili da acquistare, ecc.).
Quella gran cima di mia madre, che avevo accuratamente lasciato all'oscuro delle mie intenzioni per non doverci discutere 24 ore al giorno, come suo solito non fu minimamente capace di comprendere lo stato d'animo del figlio, anzi, non diminuì o addirittura aumentò il carico di rotture di coglioni di cui già normalmente era prodiga protagonista. Un giorno attendevo telefonate urgenti ed importanti che non arrivavano mai, quando mi accorsi che la paranoica, per godersi il suo sonnellino pomeridiano, pur avvertita della mia esigenza, se ne era puntualmente fottuta, staccando il filo del telefono per non essere disturbata, Quando me ne accorsi sbriciolai qualche oggetto nelle mie vicinanze per sfogarmi, lei reagì scaraventandomi a tutta forza un posacenere in faccia e colpendomi appena sopra l'occhio. Mi accasciai due minuti a terra a cercare di vincere il dolore e poi veramente mia madre non rischiò mai più di quella volta di finire fuori dalla finestra.
Me ne andai di casa ripromettendomi di non metterci mai più piede, mi stavo costruendo la mia vita ed avrei tagliato completamente i ponti con il mio passato familiare, fatto di una madre da tempo trasformatasi in un'insopportabile nevrotica e di una sorella che per me rappresentava da anni solamente il pericolo di vedere sparire qualcosa di mia proprietà da investire per l'acquisto della dose quotidiana. L'unico rimpianto era costituito da Emanuel, il mio fratello all'epoca tredicenne.
La mia nuova abitazione era quasi del tutto arredata ed anticipai quindi solamente di qualche giorno il mio trasferimento, che sanciva la realizzazione della mia decennale aspirazione: lo scapolato indipendente, uno stato civile che mi sarei comunque goduto per non più di un mese.
Mi feci rivedere dai miei solo dopo un mese circa, in occasione del battesimo di mia nipote, rivolgendo appena la parola a mia madre e a mia sorella. Lo feci soprattutto per Emanuel.
Con gli amici ne avevo invece parlato molto di questa mia folle decisione, alcuni di loro fra i più cari ne restarono disorientati, quasi sconvolti, anche perché si trovavano a subire l'urto di un medesimo evento, quello di Pierfrancesco che, sempre per superare i problemi burocratici legati ai visti (ma la parte dell'ospite non gradito la faceva in questo caso lui), si accingeva a sua volta a sposarsi con Yukiko, la ragazza giapponese che da un anno occupava tutti i suoi pensieri. Per gli amici si trattava di un doppio shock, perché si sa, dopo che ci si sposa i rapporti con gli amici cambiano anche se in partenza non lo si vuole: non ci si frequenta più come prima e con le finalità di prima, cambiano lo stile di vita, le esigenze primarie, ecc.
Inoltre non è che le nostre scelte, ognuna per motivi diversi, non presentassero dei punti interrogativi, tali da suscitare una certa preoccupazione nelle persone a cui stavamo a cuore. Ma ogni tentativo di dissuasione risultò vano, nel mio caso come in quello del novello kamikaze.
A tutti era chiaro come questo evento dovesse essere considerato principalmente come un fidanzamento un po' più ufficiale della norma, per cui non organizzai alcuna cerimonia né pretesi regali, ma a sorpresa un piccolo addio al celibato mi fu organizzato, da due tra i peggiori elementi con i quali condivido una fraterna amicizia di vecchia data, il dott. Bauer e il Ciccioriccio, guarda caso. Mi portarono in un posticino vicino casa (averlo saputo prima) di conoscenza del Ciccioriccio, il quale, dopo averci raccontato dieci giorni prima la cazzata di un fantomatico rimorchio di una rumena da favola in una discoteca inn, aveva pensato bene di andare a celebrare i miei imminenti fiori d'arancio in un piccolo club privèe in cui quasi tutte le spogliarelliste erano, guarda combinazione, di nazionalità rumena. Ma lui si prodigò a ribadire che la sua recente conquista l'aveva conosciuta in un altro posto e che non c'entrava niente con quell'ambiente, raccontandoci anche che Cristo era morto di freddo…
Come da copione, mi ritrovai quasi nudo sul palco insieme ad una tipa un po' bassetta ma con un culo fuori dal comune (infatti la residenza non ce l'aveva a Roma), di quelle piccolette che quando hai finito le ripieghi e te le metti in tasca per ritirarle fuori all'occorrenza. La principessina, alla mia richiesta di rassicurazione soffiatagli nell'orecchio:
"Tanto le mutande mica me le levi, vero?" fece seguire, con lo sguardo meravigliato per la mia indecente richiesta, la repentina messa a nudo del mio fisico scultoreo, per il godimento ilare di un pubblico esclusivamente maschile (che emozione), calandomi le mutande a mostrare un pistolino che dalla vergogna sembrava persino essersi ritratto nel guscio. Il mio senso del pudore fu maltrattato al punto tale che finii letteralmente con una mano davanti e una di dietro, suscitando i vomiti dalle risa con cui si stavano sbellicando i due rinoceronti sbragati sulle poltroncine.
Ne seguì lo scontato spettacolino, con lei che mi spalmava panna dappertutto, che lavorava di lingua e di corpo, ma niente, il mio lombrichino (che evidentemente ha bisogno della privacy), non dava proprio segni di vita. Se vi stesse prendendo da ridere, provateci voi allora, a ritrovarvi al centro dell'attenzione in un modo simile.
La delicatissima concluse lo show così commentando l'informazione arrivatale dai miei amici, riguardo il mio imminente matrimonio:
"Questo è l'amore…!!!"
Una massima pronunciata mentre spalancava da seduta le gambe a mostrare per l'ultima volta ai presenti quella piccola cassaforte privata di cui, bontà loro, tutte le donne sono dotate dalla nascita.
Forse aveva ragione lei…
La messa alla berlina del sottoscritto la si dovette ovviamente ad una trovata del Ciccioriccio (mortacci sua), che poco prima aveva avvicinato la tipa chiedendole il mio coinvolgimento. Va anche detto che, passato l'imbarazzo del momento, venuta poi lei a sedersi sul nostro divanetto a scambiare quattro chiacchiere, un pensierino a caricarla lo facemmo pure, ma poi decidemmo che poteva anche bastare così, visti anche gli onerosi costi da sostenere per l'operazione.
Un'altra assurdità fuori dal mondo che mi capitò poco prima di sposarmi fu la lettera che pervenne a casa di mia madre e a me indirizzata. Calligrafia femminile ignota che mi manda la curiosità alle stelle, apertura della busta, testo:
"Ciao Marco, ti ricordi di me? Sono Alina, la ragazza cubana, ci siamo conosciuti cinque anni fa a Trinidad…".
Rovistando nell'archivio della memoria, mi ricordai che in effetti un giorno in spiaggia mi intrattenni per un'oretta a chiacchierare con una graziosa morettina di sedici anni che vedevo incuriosita ed attratta (lo capii dalle sette - otto volte con le quali mi chiese l'ora nell'arco di venti minuti). Mi chiese l'indirizzo per uno scambio di cartoline e la cosa finì lì.
Questa scapestrata, che adesso è mia amica, sposò tre anni dopo un italiano, l'esperienza si rivelò negativa, si separò dopo meno di un anno e trovò un altro compagno. La cosa più assurda è che, non so bene quando, a sentir lei, all'epoca ancora invaghita del sottoscritto, mi sarebbe venuta anche a cercare a Roma a mia insaputa, senza però riuscire a rintracciarmi. Da non crederci: una persona proveniente dall'altro capo del mondo che tu hai conosciuto per poche ore diversi anni prima ti sta cercando mentre tu sei all'oscuro di tutto. Alle volte ti rendi conto che esiste davvero un universo parallelo, che non si trova in un'altra dimensione, bensì è tangibile e reale ed è fatto di tutte le cose che ti riguardano ma che tu non conosci.
Velocemente arrivò il giorno della partenza. Tutto era pronto per innescare un meccanismo perfetto, a partire dalla vendetta morale nei confronti di mia madre. Indimenticabile lo scarno e telegrafico saluto che le riservai:
"Ciao mamma, io domani parto per la Thailandia e mi sposo".
Comunicato così, a freddo, concisamente e asetticamente. Per una impicciona senza eguali come lei è sempre stata, il non essere stata messa al corrente di una cosa di così grande importanza riguardante il figlio, dovette essere uno smacco davvero troppo grande, anche se lì per lì, forse perchè scioccata dalla notizia improvvisa, non lo volle dare a vedere, mostrando una certa indifferenza. Comunque sia non ebbe tempo a sufficienza per organizzare una replica, una contromossa, una qualunque richiesta di chiarimento, che la porta di casa già si era chiusa lentamente alle mie spalle. Ma il giorno dopo non si diede pace con le telefonate, puntualmente ignorate da parte mia. Le concessi solamente di consegnarmi un piccolo regalo per la famiglia di Ao, unitamente ad una lettera che avrei dovuto far tradurre e consegnare alla madre della mia futura sposa.
1.7 - "Finchè morte non vi separi"
Quando il volo della Thai lasciò la pista di decollo di Fiumicino, provai dentro di me la netta sensazione di non poter più tornare indietro, a meno che non ci fosse stato il classico colpo di scena, al quale ero anche in parte preparato: una ulteriore richiesta di denaro da parte della famiglia di lei.
Avevo già malvolentieri accondisceso al dover sganciare, a rischio di fondo perduto, 40.000 bath (due milioni) per i preparativi della festa, portavo adesso con me altri 20.000 bath in contanti con cui avremmo saldato il ristorante, oltre alla congrua somma con cui liquidare E. per i servizi resi e da rendere. Sono certo che i soldi inviati in precedenza furono considerati come dote dalla famiglia di Ao e che i festeggiamenti furono invece pagati quasi esclusivamente con il denaro da me portato. Accettai questa "imposizione" non del tutto allegramente, perché avevo spiegato in mille modi ad Ao che ci sposavamo solo per aggirare i problemi burocratici per il visto, e che, una volta constatata la sua adattabilità alla permanenza in Italia, allora e solo allora sarei stato intenzionato ad organizzare una bellissima festa, da matrimonio "vero". Oltretutto non è che navigassi nell'oro, a causa del moltiplicarsi delle spese impreviste. Ma non ci fu verso:
"Mamma ha detto che se non facciamo la festa io non mi sposo".
Questa era stata la definitiva posizione della famiglia ed io non potei che accettare, anche perché la somma richiesta era tutto sommato ragionevole (comunque non mi parlarono mai apertamente di dote, ma solo di festa) e poi l'ufficializzazione della cosa la vedevo anche come un modo per tranquillizzare la famiglia, che, dopo tutto, vedeva partire la ragazza con un semi-sconosciuto. Un impegno economico da parte mia a sostenere i costi di uno sposalizio in piena regola poteva certamente allontanare gli eventuali cattivi pensieri al mio riguardo, aumentando la fiducia nelle mie reali buone intenzioni.
All'arrivo presso la dimora costruita dal padre lungo la statale che taglia i campi nella zona di Don Sak, la sola vista del genitore, ancora intento a tirare su il bagno (la cui opera completò con chissà quale contributo economico) mi fece accapponare la pelle. Prendere atto di persona che colui il quale mi era già stato presentato come un pericoloso criminale (almeno in passato) aveva tutte le sembianze di un tigrotto di Mompracem, atletico, muscoloso, con lo stesso sguardo truce e le identiche capacità omicide dei compari di Sandokan, mi fece subito dubitare delle mie capacità di opposizione di fronte ad un'eventuale rialzo della posta per ottenere la mano della figlia (o figliastra). Fortunatamente tutto questo non accadde ed anzi il mio futuro suocero si rivelò persona calma e rilassata, anche piuttosto cordiale, per quanto si curò di portare prima a termine il suo lavoro, piuttosto che precipitarsi a salutare e a conoscere il futuro genero.
La casa era modesta, ma accogliente e spaziosa, due grandi locali senza pavimentazione adiacenti l'uno all'altro ed un piccolo retro dove vi era la cucina, una scala portava alla mansarda posante su assi di legno, con un palo "maestro" al centro che reggeva tutta la struttura, sul quale correvano i fili elettrici provenienti da un allaccio sicuramente abusivo. Tutt'intorno all'abitazione era stato coltivato un piccolo orto che forniva vari tipi di frutta e vegetali. La mattina per lavarmi dovevo comunque fare un centinaio di metri verso i campi, dove era stata allestita una toilet naturistica, con l'acqua tirata su con il secchio da un pozzo ricavato nel terreno. Va bene il caldo dei tropici, ma la doccia, anzi la secchiata fredda di primo mattino non è certo il modo migliore per risvegliarsi…
Abbiamo però fatto un balzo troppo in avanti, dal momento che alcuni giorni prima mi ero unito in matrimonio civilmente (la cosa che per le mie finalità più contava) presso un ufficio comunale di Bangkok.
Un'unione maledetta da subito, visto l'attacco di dissenteria che mi prese dopo solo un istante da che ero sceso dal taxi giunto a destinazione di fronte all'ufficio comunale. Inizialmente attribuii quello che si presentava come un malessere passeggero alla tensione dell'evento, allo stress vissuto sino a quel momento, ma i primi cinque minuti passati sulla tazza del cesso mi fecero prontamente ricredere, a seguito della nuova e differente versione del film "Waterworld", di cui divenni protagonista unico.
Chissà cosa pensarono i funzionari locali nel vedermi bianco smunto in volto per tutto il tempo della trafila che precedette le firme, intento più a guardare verso il fondo del corridoio per vedere se il bagno si era liberato, piuttosto che a seguire la spunta dei documenti operata dall'addetta che ci avrebbe maritati.
Ma la cosa più bella fu l'atteggiamento assunto da Ao che, malfidata com'era, pensò subito ad un mio collasso determinato dalla paura del matrimonio, come se ne odiassi talmente l'idea da sentirmi male all'eccesso. Come facilmente prevedibile, attribuì il mio pessimo stato fisico ad una crisi di rigetto psicologico da matrimonio imminente.
Mi trovavo tra l'incudine e il martello: diretti in taxi a fare le legalizzazioni agli uffici competenti, oltre all'insopportabile dolore di stomaco e all'irrefrenabile senso di nausea, mi dovetti anche sorbire i suoi improperi e i suoi strattonamenti, mentre la sua vocina delicata mi urlava nelle orecchie:
"What you have???" (Che cos'hai???).
Fortuna che E. era con noi e che mi fece portare all'ospedale più vicino, dove mi diedero le consuete cure per la solita intossicazione alimentare (probabilmente pesce non buono). Constatata la reale causa del mio stato di salute, Ao cominciò a calmarsi, anche perché cominciavo a sentirmi meglio e forse lei iniziava a ricordarsi di quanto E. le aveva tradotto da me detto poco prima, mentre giacevo esanime sul sedile posteriore del taxi:
"Se non la pianti, come me ripijo te pisto come l'uva già al primo giorno da sposati…"
Usciti dall'ospedale rimontammo sul taxi per andare a depositare le traduzioni presso un'agenzia affidabile (se toppi una sola parola rifai tutto da capo) ed allora Ao si rese conto (senza naturalmente ammetterlo) del suo errore e cominciò ad accudirmi dolcemente.
Che dire, una giornata davvero indimenticabile.
Mi ripresi abbastanza in fretta da questo contrattempo salutistico e nel giro di due giorni ci eravamo già imbarcati sul pullman diretto a Suratthani, per poi dirigerci verso Don Sak, dove la famiglia ci aspettava per il matrimonio con rito buddista.
Sergio, un amico di Pesaro conosciuto su internet ed impelagatosi nella mia stessa situazione (è giunto a sua volta alla medesima conclusione ed il suo matrimonio sembra procedere abbastanza bene) mi diede alcune informazioni al riguardo ricavate da qualche sito, con particolare riferimento alla spinosa questione del sinsot, la dote matrimoniale, che approfondiremo ulteriormente nella sezione forumistica:
"Nel matrimonio tradizionale thailandese generalmente accade che un conoscente intimo dello sposo richieda la mano della sposa al padre di questa, poi iniziano le trattative. Queste riguardano il denaro che dovrà essere presentato alla famiglia come dono: tali tradizioni sono alquanto diverse da quelle occidentali. Spesso accade che vi siano delle discordanze sull'ammontare della cifra da regalare in segno di riconoscimento per l'educazione impartita alla sposa. Alle volte vi sono delle incomprensioni causate dalle diversità culturali fra thai e stranieri: le famiglie thailandesi pensano che tutti gli stranieri siano benestanti e per tale motivo la richiesta di denaro alle volte è davvero alta.
Durante la cerimonia nuziale il denaro è mostrato agli ospiti: in alcuni casi quest'usanza viene rispettata solamente per salvare la dignità della famiglia della sposa ed al termine della cerimonia il denaro viene restituito agli sposi.
Per gli stranieri il valore richiesto può superare facilmente 100,000 bath in contanti e gioielli (2.500 €), generalmente si tratta di collane d'oro: in Thailandia l'oro è misurato in bath, stesso nome della moneta locale ma con significato diverso. I thailandesi apprezzano l'oro più delle banconote poiché pensano che in periodi di crisi l'oro può essere facilmente venduto e non si svaluta come invece accade per la moneta corrente.
La data del matrimonio non è mai casuale, ma deve essere fissata in base alla posizione delle stelle. Il gesto di esibire il denaro dimostra che la sposa ha contratto matrimonio con un uomo ricco che le garantirà un futuro sereno.
Nella società thailandese due persone sono considerate sposate anche nel caso che convivano senza aver firmato alcun documento legale.
Le donne spesso chiamano lo sposo faen (fidanzato) piuttosto che sami (marito), in privato è diffuso il vezzeggiativo thi rak (caro).
Nella cerimonia tradizionale gli sposi devono attraversare due porte, la porta d'argento e la porta d'oro: queste sono situate sulla strada che conduce alla casa della sposa. Queste due porte sono simbolizzate da un nastro teso da due bambini: per aprire tale porta lo sposo deve consegnare un dono (soldi) ai bambini, e naturalmente esso è di valore diverso per le due porte.
Una processione guidata dallo sposo e dai suoi familiari porta doni e cibo alla casa della sposa, musiche accompagnano tutta la cerimonia.
Il numero degli ospiti in un matrimonio thai è sempre un certo mistero: è difficile stabilire il numero esatto poiché alcuni invitati potrebbero non presentarsi mentre persone sconosciute si autoinvitano. Difficilmente gli sposi conoscono tutti gli invitati reciproci. In Thailandia nessuno rifiuta un invito a nozze per non dimostrarsi maleducato e perdere la faccia, piuttosto si accetta l'invito pur sapendo che non ci si presenterà alla cerimonia. Questo fatto spesso crea disappunto per gli stranieri poiché abituati ad organizzare la festa in base al numero degli invitati.
Durante la cerimonia gli sposi sono inginocchiati ed un nastro unisce il capo dello sposo a quello della sposa, tenendo le mani giunte nel tipico gesto di saluto WAI, essi ricevono acqua benedetta e benedizioni da parte di tutti gli ospiti.
Lo sposo generalmente indossa un tradizionale abito bianco, la sposa un abito nuziale che non necessariamente deve essere bianco.
Tutti gli invitati offrono dei regali alla coppia, spesso denaro o altri doni utili.
Come in Occidente, gli sposi regalano dei piccoli souvenir (bomboniere) con la data del matrimonio incisa a tutti gli invitati.
La sera viene organizzato un buffet con musica e balli: gli sposi vanno di tavolo in tavolo ringraziando gli ospiti e porgendo loro un wai rispettoso.
Un amico intimo invita gli sposi a tenere un breve discorso per ringraziare tutti quanti ed un anziano s'impegna a pronunciare loro un discorso di augurio, generalmente è il personaggio che riveste la più alta carica sociale tra gli invitati.
Nel mio caso la cerimonia si rivelò di più breve durata, nel corso della stessa ci trovammo vicini l'uno all'altra, inginocchiati su di un fianco e pronti ad inchinarci a mani giunte, quando necessario, davanti ad una statua del Buddha posta a terra tra due vasi di fiori. Seguì poi la benedizione ricevuta da parte dei membri più influenti della famiglia, i quali bagnarono un ramoscello di non so bene quale pianta in un vaso di acqua benedetta e ce lo passarono sul capo, pronunciando parole beneauguranti.
Fui particolarmente colpito dal fatto che nel corso di questa cerimonia presenziarono solo donne, il perché non l'ho mai saputo né mai l'ho chiesto.
A suggellare l'avvenuto sposalizio (che feci riprendere con la mia telecamera) vi fu il tradizionale scambio degli anelli tra lo sposo e la sposa. Io infilai all'anulare di Ao un anello in oro con brillantini, mentre lei fece altrettanto con una più classica e spartana fede in oro. L'acquisto mi costò circa 14.000 bath in tutto (circa 350 €), ma il valore del suo anello era sicuramente superiore al mio, perché col cavolo che si era accontentata di una semplice fede nuziale come si usa qui da noi e altrettanto col cavolo che intendeva attenersi alla consuetudine dell'anello uguale per entrambi gli sposi.
Io mi ero già indebitato abbastanza (ne riparleremo) per avere intenzione di spendere altri soldi per l'acquisto di due anelli speciali per un matrimonio che, di fondo, per me rimaneva "finto".
Ao era bellissima: al mattino, quando mi svegliai e scesi dalla mansarda dove dormivamo, la prima visione che ebbi fu lei già truccata ed agghindata, con indosso un vestito viola fasciato in vita che lasciava scoperte le sue spalle femminili, mentre, bella come non mai, godeva delle amorevoli attenzioni delle altre donne. I capelli raccolti e laccati evidenziavano ancor più i suoi delicati lineamenti ed io non potei fare a meno di pensare che davvero, se tutto fosse andato come mi auguravo, sarei stato un uomo fortunato a vivere al fianco di una donna di tale grazia, pure a modo suo selvatica e indomabile.
Quelli appena descritti erano il vestito e l'acconciatura per la cerimonia religiosa del mattino. Per l'occasione io vestivo con un elegantissimo abito in doppio petto che, oltre ad essere per me sotto dimensionato (l'avevo trovato in loco già rimediato da lei e certamente un maschio thailandese di 1,76 non porta a spasso 78 Kg. di muscoli come il sottoscritto) era anche di stoffa pesante. Ma di provare a levarmi anche solo la giacca, onde rischiare di collassare per il caldo, neanche a parlarne, perché il vestito era stato affittato e se qualcuno se ne fosse fregato anche un solo pezzo, toccava ripagarlo per intero come nuovo. Roba da matti: poteva accadere che qualcuno si mettesse a fregare qualcosa allo sposo o alla sposa.
Quando nel primo pomeriggio Ao tornò dal salone di bellezza, truccata e agghindata per la serata con cena al ristorante, notai che qualcosa non andava. Indossava un candido vestito bianco, corredato di un paio di raffinati guanti velati; anche il trucco e l'acconciatura erano nuovi e lei si lamentava proprio di questo, della pesantezza del trucco. In effetti non amava truccarsi, ne era un po' insofferente ed il ritrovarsi a quelle temperature con mezzo etto di fondo tinta sul viso, non contribuiva certo ad una miglior sopportazione da parte sua. Ma il problema credo fosse un altro. Dal salone tornò infatti a bordo di un macchinone non dico di lusso, ma che la maggioranza dei thailandesi, specie in quelle zone, se lo può solo sognare. La proprietaria ed autista era la sorella maggiore, proveniente da Hat Yai, grosso centro commerciale e località di divertimento a sud della Thailandia, vicino al confine malese. Della gentildonna Ao me ne aveva già parlato a suo tempo, descrivendomela come una donna saggia ed avveduta, se non altro per averci saputo fare con gli uomini, dal momento che, pur non sposata, aveva trovato il modo di farsi mantenere a vita da qualche ricco coglione thai, che l'aveva dotata, tra le altre cose, di un bell'appartamento, oltre che della macchina in questione.
A dire la verità, Madame Bovary non era neanche un granchè, ma le maniere spigliate, lo sguardo da furba, l'abbigliamento elegante e disinvolto facevano intendere che si aveva a che fare con una che la sapeva davvero lunga, in tutti i sensi. Ao era innervosita, quasi scostante, io pensai che l'avvicinarsi della cena, con l'arrivo degli invitati, la stesse preoccupando più del dovuto, nel timore che non tutti i commensali convocati si sarebbero presentati, cosa che sarebbe stata di inaccettabile smacco. Se erano veramente queste, le sue si rivelarono alla fine delle preoccupazioni infondate (e non credo comunque che di ciò si trattasse).
Ad ogni modo, durante la cena tutto filò liscio, gli invitati arrivarono alla spicciolata e presero posto come da disposizione preordinata. Mi colpì il fatto che, salvo rare eccezioni, le tavolate erano di soli uomini o di sole donne. L'eleganza degli ospiti, a parte qualche ragazza vestita con buon gusto, non era di altissimo livello, come del resto quella del posto, non certo un ristorante di lusso, paragonabile piuttosto ad una nostra trattoria di campagna. Il mangiare fu comunque soddisfacente in qualità e quantità. Passai gran parte del tempo in piedi a tenere occupati gli ospiti (una settantina di persone circa), alle volte anche da solo, mentre Ao rimaneva ad attendere sull'uscio gli ultimi ritardatari, seduta vicino ad un banchetto sul quale era posto un vaso ricolmo di graziosi fiori.
Nell'intrattenerli, non spiccicando io una parola di thai e loro una di inglese, mi limitavo a fargli intendere a gesti di non bere troppo, che primo sarebbero finiti in qualche fosso, secondo mi sarebbe toccato di pagare gli extra. Ma tutti gli intervenuti erano sicuramente delle brave persone, glielo si leggeva in volto, di quelle che si spaccano le ossa da mattina a sera per guadagnarsi la giornata, magari più le donne degli uomini, ma in sostanza si trattava di brava gente, cordiale e simpatica, gioviale come solo le persone che vivono fuori dai grandi centri abitati sanno essere.
Verso la fine della serata, tra un intrattenimento canoro e l'altro offerto dalle varie sgallettate che si alternavano sul palco (sul quale mi toccò pure improvvisare un discorso) e dalla stessa Ao (che in fatto di voce se la cava più che egregiamente), io e la mia novella sposa cominciammo a girare tra i tavoli per consegnare l'omaggio di una sorta di confetto confezionato, per riceverne in cambio, come vuole la tradizione, un biglietto augurale gentilmente poggiato su di un vassoio che una damigella d'onore reggeva, seguendoci passo passo. Io pronunciavo ogni volta in un thai alquanto sgrammaticato una frase di circostanza imparata a memoria, scattavamo una foto-ricordo insieme (anche qui feci filmare il tutto con la telecamera che mi ero portato dall'Italia) e ci spostavamo verso un altro tavolo.
Col cavolo, però, che ero a conoscenza del fatto che all'interno dei bigliettini si trovavano delle banconote, inseritevi in luogo del regalo. Alla fine del conteggio risultò una "colletta" da circa 500 €. Indovinate un poco quale via presero quei soldi, sempre con la scusa della necessità di denaro (io invece, secondo loro, ne avevo una fabbrica).
La serata si concluse felicemente, gli ospiti se ne andarono poco alla volta e anche la nostra allegra comitiva fece ritorno a casa sull'ammiraglia della sorella, la quale venne di proposito a riprenderci, visto che della serata non aveva volutamente fatto parte. Nell'accompagnarci al ristorante nel pomeriggio, aveva infatti discusso con Ao, sino quasi a venire alle mani. Me ne dispiacque molto e pensai che la cosa fosse stata determinata dall'incontrollato e, a volte, indisponente nervosismo di Ao, sempre portata a polemizzare capricciosamente per futili motivi.
Ma, una volta rincasati, il problema esplose in modo ancora più vistoso e mia moglie e mia cognata litigarono ad alta voce. Ao aveva trovato pane per i suoi denti: pur istintiva e feroce perdeva il confronto con quell'autentica belva nello sguardo e, probabilmente, nelle parole, che dovevano essere sicuramente taglienti e toccanti almeno quanto erano tuonanti e autoritarie. Ao scoppiò in lacrime, senza rinunciare ad urlare le sue ragioni, che io non comprendevo. La cosa andò avanti per un'ora circa con le due contendenti che non smettevano di beccarsi, separate solo dalla parete che divideva le due stanze, l'una seduta a terra tra i parenti, con il suo sorriso sornione e beffardo, altezzosamente sicura di sé, l'altra (Ao) accovacciata sull'uscio dell'altra stanza con le lacrime che non smettevano di rigargli il volto, consolata dal fratello minore che lei adorava e dalla sorella (o sorellastra) minore. Il mio imbarazzo era evidente, come quello degli altri amici e parenti presenti e a poco valsero le rassicurazioni del mio neo-suocero. La cosa mi aveva alquanto scosso, anche perché non capivo quale fosse l'argomento del contendere.
Mesi dopo Ao mi disse che si discuteva di me, delle mie possibilità economiche, evidentemente la furbastra aveva intuito che non c'era molta trippa per gatti e sino all'ultimo voleva esprimere il suo parere negativo su di un'operazione non eccessivamente fruttuosa dal punto di vista economico per i bilanci familiari. A dire il vero questa fu la versione a posteriori di Ao, fornita nell'ambito di una delle tante discussioni sui soldi che ci videro protagonisti, con la quale volle probabilmente mostrarmi come la sua integrità morale fosse altissima, tanto che l'aveva portata a non ascoltare i pareri discordi della sorella, pur di venire a vivere con me (come se poi avesse deciso di sposare un pezzente).
La concitazione di quei giorni fu tale che giuro che non ricordo con esattezza se ci concedemmo un paio di giorni a Samui o meno, sta di fatto che dovemmo fare pronto rientro a Bangkok - Pattaya per portare a compimento il piano, ovvero ottenere il visto e contestualmente confermare la prenotazione aerea. Qualche piccola immancabile complicazione burocratica si presentò, ma grazie a Dio funzionò tutto come un orologio svizzero.
Ce l'avevo fatta, avevo compiuto un autentico miracolo organizzativo, portando a termine la risoluzione di mille piccoli problemi, alla faccia di clausole, opzioni, coincidenze, necessità di cui tener conto e che ero riuscito ad incastrare alla perfezione…non riuscivo a crederci.
E. tornò in Italia poco prima di noi, lo saldai e nessuna nuvola si profilava all'orizzonte. Per il futuro mi aveva più volte messo in guardia sulla necessità di trasformarmi in una sorta di domatore di cavalli, con la mia abilità che avrebbe avuto una parte preponderante nell'opera di addomesticamento di un "animale" sì imbizzarrito, ma che poteva comunque essere domato, nel momento stesso in cui avessi trovato il modo giusto di rapportarmi a lui.
"Adesso sta a te, Marco…" mi ripeteva sovente E., manifestando un certo ottimismo sulla buona riuscita del nostro rapporto. Non scorderò mai però la frase con cui mi salutò prima di lasciarci, beffardamente sorniona nel suo essere presagio, pur scherzosamente, di un avvenire non certo senza spine:
"Adesso sono cazzi tuoi".
Così, laconicamente e senza spazio per equivoci, ridendo sotto i baffi.
Le problematiche superate non mi impedirono di godermi i miei momenti di spensierata felicità, ero stanco ma camminavo letteralmente ad un metro da terra al fianco del mio angelo. Sapevo delle difficoltà che ci avrebbero atteso in Italia, ma non mi spaventavano, mi sentivo oramai in grado di spaccare in due il mondo, mi credevo un invincibile eroe della mitologia greca. Una minima preoccupazione per l'imminente imbarco c'era, il timore che saltasse fuori il solito contrattempo burocratico dell'ultima ora mi impediva ancora di vendere la pelle dell'orso, volevo vedere Ao varcare quella maledetta frontiera aeroportuale prima di lanciarla in aria per la felicità, ma in sostanza mi sentivo sicuro di me: l'impresa, dopo estenuanti sacrifici, era alfine compiuta!
Seduto sul sedile dell'aereo che staccava le ruote del carrello dalla pista di decollo del Don Muang, non mi sembrava vero di vederla al mio fianco, mentre scorgevo l'orizzonte e mi interrogavo su quale sarebbe potuto essere il nostro futuro insieme, farcito di incredibili aspettative come di amletiche incertezze.
CAP. 2 - LA DISILLUSIONE
"…Metto la testa a posto, vado avanti,
rigo dritto, scelgo la vita…Già adesso non vedo l'ora,
diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia,
il maxi televisore del cazzo, la lavatrice, la macchina,
il c.d. e l'apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso,
polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie,
salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia,
figli, a spasso nel parco, orario di ufficio, bravo a golf,
l'auto lavata, tanti maglioni, Natale in famiglia, pensione privata,
esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai,
in attesa del giorno in cui morirai…"
dal film "Trainspotting"
2.1 - Vittoria!
Ad atterraggio effettuato ci mettemmo in fila al controllo passaporti non senza una certa palpitazione. Avevo vinto la partita, ma non avevo ancora mostrato il trofeo al pubblico acclamante. Lo potei fare con mio sommo gaudio solo dopo l'agognato timbro apposto sul visto d'ingresso di Ao, documento che avrei dovuto far commutare in permesso di soggiorno valido un anno entro una settimana dal suo ingresso in territorio italiano.
Per la verità la folla plaudente si riduceva al semplice Ciccioriccio, che avevo d'ufficio convocato a Fiumicino per far sì che il primo volto che Ao vedesse fosse quello di una persona conosciuta. La accolse calorosamente e ci fece salire a bordo della sua macchina. La prima tappa fu a casa di mia madre, alla quale la presentai dicendole:
"Mamma, questa è Ao".
La suocera, visibilmente emozionata, la prese subito a cuore, in qualità di nuora in primis e poi anche come riproposizione su scala maggiorata della sua personale esperienza, perché venire negli anni '60 da Verona a Roma forse non era la stessa cosa che trasferirsi dalla Thailandia in Italia, ma un certo margine di rischio di trovarsi completamente smarrita sicuramente anche mia madre lo corse all'epoca.
I primi dieci giorni volarono letteralmente: troppe erano le cose a cui pensare e da organizzare, troppe le sue reazioni al cambiamento di vita da analizzare e studiare, al fine di renderle l'adattamento il più facile possibile. Ao, ovviamente, non aveva mai messo piede fuori dalla Thailandia, non aveva mai vissuto l'esperienza di sentirsi diversa in un ambiente completamente differente per stile e costume di vita, io ero attentissimo a carpire ogni sua minima manifestazione di apprezzamento o rifiuto di ogni cosa.
Come era facilmente intuibile, il problema iniziale non fu certo il freddo (arrivò ad estate appena iniziata), piuttosto il cibo. Senza troppa prosa, posso tranquillamente dire che non le piaceva niente. Soprattutto il problema aumentava per strada, perché a casa ci eravamo organizzati sin da subito con cibo thailandese acquistabile al mercato di Piazza Vittorio (per il fatto di vivere a Roma si poteva ritenere una privilegiata anche in questo), ma ad ogni sosta in un bar o in una tavola calda era perfettamente inutile che io ordinassi per me: bastava aspettare un minuto che lei risputasse il primo boccone di qualsiasi consumazione avesse preso, per dovere essere obbligato poi a finirla io. E poi che testardaggine dimostrata anche sul cibo: capisco che la cucina thailandese sta all'Asia come quella italiana sta all'Europa, ma rifiutare anche solo di assaggiare alcuni cibi nostrani, niente affatto incuriosita dalla nostra fama di miglior cucina del mondo, mi sembrava veramente eccessivo da parte sua.
Un piccolo rifugio in tal senso lo trovai in una pizzeria al taglio gestita da musulmani vicino al mio ufficio, che garantiva di mettere sotto i denti qualcosa di sufficientemente piccante e saporito (buonissimo il kebab), perché Ao non si dava pace se non buttava su ogni tipo di cibo del peperoncino nella stessa quantità in cui io mettevo del parmigiano sulla pasta.
Ma era tutto molto divertente, al dì là del problema nutrizionale lei sembrava serena, anche se un po' stanca e disorientata per il fuso orario. Stava sempre con me, anche nei primi giorni in cui dovetti rientrare al lavoro Approfittando del periodo estivo, la facevo salire in stanza, mangiava con me alla mensa, ogni tanto andava a fare una passeggiata da sola. Piano piano era previsto che si sarebbe progressivamente scollata, l'avrei infatti iscritta a scuola di italiano, le avrei trovato qualche amica, magari thai, avrei insomma fatto in modo che si creasse la sua vita.
Nei primi giorni in cui la dovetti lasciare da sola a casa, essendo libero da impegni pallavolistici riuscivo però a rincasare abbastanza presto. Al mio ritorno le si accendevano gli occhi e non facevo in tempo a levarmi la giacca che già mi aveva cinto le braccia al collo, elettrizzata alle volte dalla tenue pioggerellina estiva che cadeva nel nostro piccolo giardinetto. Praticamente ogni dì, presomi giusto il tempo di farmi una doccia, salivamo in macchina per fare un giro nei dintorni. La mia casa si trova sul litorale romano, in una zona un po' isolata, dove lei non aveva la possibilità di scendere in strada a guardare le vetrine. Per concederle qualche ora di svago ritenevo doveroso da parte mia portarla a vedere e a conoscere quel che di bello c'è nei paraggi, transitando così a margine della bellissima macchia mediterranea che contraddistingue la spiaggia di Capocotta andando verso Ostia, o spingendoci a sud sino ad Anzio per goderci il tramonto dal porticciolo o a Nettuno per una passeggiata nel caratteristico borgo medioevale.
Insomma, era cominciato il periodo di rodaggio…
2.2 - Gli artigli della tigre
Ahimè…era anche previsto che la responsabilizzassi sul denaro, affidandogli una certa cifra in consegna per gestire l'economia familiare, così come era in programma che le comprassi un motorino per i suoi spostamenti e il decoder per vedere TVthai5.
Non mi diede il tempo di fare nulla. Dopo solo un paio di settimane, neanche il tempo di adattarsi allo sconvolgimento dettato dalla convivenza e da una vita da riorganizzare insieme e di comune accordo, che già Ao aveva indossato l'armatura ed impugnato l'ascia (neanche tanto metaforicamente), cominciando ad avanzare con forza le sue pretese economiche, dopo avermi giudicato un cialtrone per essermi permesso di avergli saltuariamente messo in mano solo 10 - 20 €, che io in verità consideravo niente di più che un semplice modo di farle conoscere il nostro denaro poco alla volta, in attesa del momento in cui avrei cominciato a farla distaccare da me e renderla indipendente. Furono i suoi modi arroganti ed aggressivi che mi allarmarono, non tanto la richiesta in sé. Credo che sin da questa prima discussione Ao prese il vizio di venirmi sotto impugnando un coltello da cucina nascosto dietro la schiena, non credo tanto per minacciarmi, quanto, forse, nel timore di una mia reazione fisica ai suoi improperi, segno evidente di quale fosse la sua abitudine a trattare con l'uomo thai, notoriamente violento e manesco con le proprie donne.
Le mie paranoie erano semmai fatte di tanti piccoli incastri. Sono consapevole che quello che mi accingo a rivelare susciterà obbrobrio e disgusto, se non rabbia e disprezzo, figuratevi se non furono i miei stessi sentimenti, che però seppi controllare con lucida calma, alla luce di ciò che sapevo su situazioni simili e sul modo di rapportarcisi.
Che io nello sposare Ao avessi vinto la "concorrenza" di altri pretendenti, forse prendendoli sul tempo, potevo supporlo o addirittura darlo per scontato, ma mai avrei pensato che lei mi avrebbe potuto cornificare una settimana prima di sposarci. Più di ogni altra cosa mi spiazzò il modo in cui lo venni a sapere, pochi giorni dopo il nostro arrivo in Italia, cosa che mi creò ulteriori paranoie nel tentativo di spiegarmene da solo il perché. Un bel dì, infatti, Ao mi chiese di leggere la sua posta elettronica scritta in inglese e, per nulla spaventata dal fatto di avere notato una e-mail proveniente dal suo compagno di letto tedesco, restò impassibile di fronte alla mia traduzione del testo, che non corrispose certo all'originale, altrimenti le avrei dovuto dire di quanto il galantuomo mostrasse il suo apprezzamento per la serata di divertimento passata con lei.
Cazzarola, se la mia compagna mi becca una e-mail che potrebbe contenere chissà quali frasi compromettenti per me, io faccio di tutto per non fargliela leggere, anzi, per principio la posta elettronica non la apro mai con lei presente. Ao, invece, sembrava quasi aspettarsi qualcosa da quell'e-mail, qualcosa che io non avrei solamente potuto, ma anzi avrei dovuto leggere.
Mi tenni tutto dentro facendo finta di niente, salvo chiamare E. per sapere se lui era al corrente di qualche cosa. Perdio, 'sta gran bastarda aveva mandato una e-mail al tedesco la mattina stessa che era arrivata a Pattaya all'alba, era stato il suo primo pensiero della giornata, il giorno stesso che io sarei arrivato in tarda mattinata. Che faccia da culo, e lui le aveva risposto, a sua volta con il travertino in faccia, permettendosi di parlar male degli italiani e sconsigliandola di sposarmi. Gli mandai un'e-mail chiedendogli semplici chiarimenti, senza aggredirlo (ma se un giorno lo becco…), il pezzo di merda (lo definisco tale perché sapeva benissimo che Ao era prossima alle nozze) non ebbe neanche il coraggio di rispondere.
Contattai E. che mi disse di non saperne nulla e mi consigliò di non prendermela, che tanto fanno tutte così, e di pensare solo ad inquadrarla, di non far caso alla loro contorta mentalità, per capire la quale sarei finito sicuramente al manicomio. Quella mentalità che li vuole legati in tutto e per tutto al presente, a ciò che sta avvenendo in quel preciso momento, senza pensare al domani, nei soldi come negli affetti, per cui se oggi lei ti dice che ti ama, non ti sta mentendo, non è colpa sua se nel giro di un paio di settimane ama qualcun altro: non sta mentendo a nessuno dei due uomini, nel momento in cui sta con te lei è sincera…ma che mischia sto dicendo, mi direte voi, vero?
Mi ero appena sposato, se non lo fossi stato me ne sarei sbattuto al cazzo della diversa mentalità e delle mille aspettative tradite di molte delle ragazze che, come Ao, desiderano sposare un farang e gli si dedicano completamente, salvo poi finire ingannate e disilluse, generando spesso in loro il desiderio di rifarsi con qualcun altro. Io mica le avevo semplicemente promesso di sposarla, io ero concretamente andato a sposarla di lì a pochi giorni, cazzo! Non mi ero limitato a delle vane promesse, lei non aveva alcun motivo per tenere il piede in due staffe, temendo un mio inganno, ammesso e non concesso che quello fosse il suo intento. A sentir lei, quando più in là nel tempo le sbattei sul grugno le sue responsabilità morali del caso, non solo non si sentì in colpa, ma anzi contrattaccò con vigore, sostenendo che la sua era stata una vendetta per i miei numerosi (e fantomatici) tradimenti. La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso sarebbe stata una mia versione contraddittoria al telefono di come avevo trascorso una serata. E già, perché per lei il fatto di non trovarmi a casa, quando mi chiamava dalla Thailandia (spesso faceva controlli nel cuore della notte svegliandomi di soprassalto), stava a significare che io mi stavo allegramente sollazzando nel letto di qualche mia amica, non poteva mica essere che mi stavo concedendo una birra con gli amici o che stavo tardando a rientrare dalla palestra, avendo sempre e solamente lei nella mia mente? Guai, inoltre, a non ricordarmi esattamente le versioni fornitele il giorno prima, perché eventuali contraddizioni costituivano per lei la prova concreta e tangibile del mio tradimento.
Non mi convinsi mai più di tanto della sua spiegazione, anche se la sua volontà di farmi leggere l'e-mail compromettente, unita alla sua impareggiabile gelosia, aveva in effetti tutto il sapore della cinica vendetta da ostentare alla vittima. Ma anche se così fosse stato, a che cosa andavo incontro? Ad un futuro al fianco di una moglie che se mi chiamava in ufficio e non mi trovava, dava per scontato che io mi ero appartato con la segreteria e si precipitava a sua volta giù dal fornaio o dal fruttivendolo?
Come non far coincidere, poi, i miei aprioristici dubbi sulla sua reale intenzione di adattarsi in Italia, con questa storia di tradimento e con quell'altra e-mail scritta a giugno ad un'amica, dove diceva testualmente:
"Devo (?!) andare in Italia per un po', ci vediamo tra sei mesi".
Come non pensare ad una "missione a tempo" precostituita, ben lontana nelle intenzioni dalla volontà di vivere a lungo in Italia?
Tornando al money, le promisi che, come da me già ampiamente previsto, avrebbe avuto in dotazione un mensile con cui gestire le spese familiari. Un grave errore lo commisi nella cifra assegnatale in partenza, perché i 500 € sui quali ci eravamo "accordati", considerando tutte le nostre spese, erano davvero troppi, pur ritenendoci inserita una piccola cifra che lei avrebbe di sicuro destinato alla famiglia, con il sottoscritto che avrebbe tacitamente fatto finta di niente. Infatti, da quando cominciò a godere del contante in mano da amministrare. puntualmente si adoperò a cogitare spese non sostenute, badando bene a non scegliere la marca di detersivo o di pasta più costosa.
Non avevo mai avuto prima di allora esperienze particolarmente dirette sul costo della vita, ma non potevo neanche stare a preoccuparmi di ogni cosa che dicevo in materia di denaro, come se ciò avesse avuto il valore di una firma su un rinnovo contrattuale che io ero impossibilitato a disattendere.
Ma il peggio doveva ancora venire.
Uno dei primi ed insopportabili capricci da parte sua a sfondo pecuniario, ebbe luogo il giorno in cui era prevista la sua prima lezione di italiano. L'avrei iscritta a settembre (come poi feci) alla scuola statale di Pomezia, con lezioni pomeridiane, completamente gratuita e sicuramente di maggiore validità ed efficacia, ma si era a luglio e mi rendevo conto che lei si stava cominciando ad annoiare durante il giorno. La frequentazione scolastica, utile già di per sé, l'avrebbe tenuta impegnata e le avrebbe permesso di conoscere persone che, avendo un interesse in comune, avrebbero potuto costituire per lei delle ottime amicizie. Mi impiccai per riuscire ad ottenere quel che cercavo in piena estate, ma alla fine mi accordai con un centro linguistico sito a Viale Marconi.
Per questo assaggino scolastico mi sarei sobbarcato una ulteriore spesa di 400 € per due sole settimane di lezione. Il caso volle che, dieci minuti prima di uscire dall'ufficio per accompagnarla alla scuola privata, mi piombò in ufficio un sindacalista che io ed il mio collega aspettavamo da mesi per discutere di questioni lavorative molto delicate ed importanti. Chiamai Ao che mi attendeva in macchina al parcheggio, dicendole che avrei tardato. In realtà avrei tardato di quel tanto che comunque non avrebbe comportato un ritardo per l'inizio della lezione, semplicemente avrei dovuto rinunciare a fare dei giri previsti, tra i quali, purtroppo, si aggiunse all'ultimo la sosta ad un bancomat per il suo primo "rifornimento". Sì, perché il demonio aveva cominciato a torturarmi con quella serie interminabile di piccoli contrattempi fantozziani che per circa un anno mi hanno tormentato l'esistenza. In otto anni lavorativi, non mi era mai capitato di non riuscire a prelevare in nessuno dei tre ATM presenti all'interno della mia azienda, tutti e tre contemporaneamente fuori servizio. Il tempo stringeva e non mi sembrava certo il caso di far tardi alla prima lezione e mi precipitai quindi alla scuola, passando a ripetizione semafori rossi ed infuriandomi per la solita mancanza di parcheggi. Ad un certo punto dissi ad Ao di scendere e di cominciare a salire in aula (le presentazioni con l'insegnante le avevamo già fatte alcuni giorni prima). Lei, che aveva smesso di proferire verbo già da un quarto d'ora, con gli occhi lancianti fulmini e saette, si rifiutò categoricamente. Le rinnovai con calma l'invito e lei ancor più decisamente disse di no, aggiungendo che se non le avessi dato i soldi che si aspettava, non avrebbe avuto alcuna intenzione di scendere dalla macchina. Su di giri come già ero per la concitazione delle cose, aspettai qualche attimo prima di riprovare a convincerla, avrei già dovuto prenderla a schiaffi solo per la pretesa in sé e per il tempo ed i modi usati, ma la rassicurai dicendole la cosa più ovvia che una persona raziocinante avrebbe già pensato da sola e cioè che mentre lei stava a lezione io avrei provveduto al parcheggio, al prelevamento cash e l'avrei raggiunta nel giro di venti minuti. Non se ne parlava nemmeno, lei (parole sue) non intendeva essere lasciata da sola in una città sconosciuta senza una lira in mano. Soldi in tasca ne aveva già e ad ogni modo doveva andare a scuola, non fare giri turistici o effettuare compere, ma la sua capacità di prendere per il culo gli altri stava raggiungendo l'apice.
Una volta trovato parcheggio, mentre i minuti correvano impietosamente, non so proprio come feci a fare le manovre necessarie senza distruggere le due autovetture davanti e di dietro, vista la scarsa ponderatezza esibita nei miei movimenti. Scendemmo dalla macchina e per fortuna intravidi un bancomat proprio sotto il portone dell'edificio del centro linguistico, trassi un sospiro di sollievo, infilai la preziosa carta, per vedere comparire poi la fatidica scritta: "Prelievo fuori servizio, si vuole procedere con gli altri servizi?"
Conclusione tratta da Ao:
"Io non salgo".
Era veramente troppo, cominciai ad urlare come un forsennato ma niente la poteva smuovere, anzi, gli occhi le si iniettavano sempre più di sangue, finchè mi convinsi di andare a fare una passeggiata per sbollire la collera montante. Al mio ritorno, dopo circa mezz'ora, lei era ancora lì appoggiata alla mia macchina senza fare una piega. Aprii lo sportello, risalii in fretta e rincasammo senza dirci una parola sino al giorno dopo.
Mi sforzai di non dare peso alla cosa, sapevo che avrei dovuto avere molta pazienza, essere fermo e deciso ma dolce e comprensivo al tempo stesso. Il tempo, ero convinto, avrebbe fatto la sua parte.
Sicuro, infatti dopo solo un'altra settimana arrivammo alle mani. Questa volta la questione del contendere era legata al suo compleanno, che cadeva il 28 luglio. Già da qualche giorno Ao fantasticava sul regalo che le sarebbe piaciuto ricevere (nel frattempo era stata rifornita dal sottoscritto di ogni genere di capo d'abbigliamento a puro titolo di piacere). Particolarmente era andata in fissa per un orologio da 500 € che aveva visto in una vetrina. Io tralasciai di farle presente tutto quello che già avevo speso e stavo spendendo per lei, mi limitai a farle presente che io stesso un orologio di quel valore non l'avevo mai posseduto. La discussione andò avanti per un paio di giorni, senza eccessi o forzature, ma quando si trattò di uscire di casa per definire l'acquisto, la marea si alzò all'improvviso. Ao cominciò a rinfacciarmi urlando di non fare niente per lei, di non avere cura delle sue necessità, di essere un pezzente, disprezzando la mia casa e la mia famiglia.
Mi ero completamente annullato per starle dietro e per non farle mancare niente, l'avevo levata dall'alternativa tra la baracca o il bar, avevo fatto per lei enormi sacrifici economici che non vedevo in alcun modo riconosciuti. Inoltre lei veniva da una famiglia di delinquenti e fannulloni e aveva il coraggio di rivolgersi a me, che dopo tutto resto il Prof. Marco Conte Santucci, in quel modo sfrontato ed arrogante. Come osava, come si permetteva?
Non ci vidi più, la colpii al volto con uno schiaffo che era poco più che un buffetto educativo, cosa di cui mi pentii immediatamente perché mai avrei pensato di arrivare a tanto. Lei reagì con una veemenza inaspettata, scagliandosi addosso a me come una furia nel tentativo di graffiarmi al volto e alle braccia con quegli artigli lunghi ed affilati che aveva al posto delle unghie. La immobilizzai prontamente gettandola sul letto, senza però riuscire ad evitare di ritrovarmi volto, collo e braccia deturpati come se avessi avuto a che fare con un animale selvatico. Sconvolto per ciò che avevo fatto alla donna che ancora amavo, restai avvinghiato a lei sino a quando non la vidi tornata in sé, chiedendole scusa per avere usato le mani, ma continuando a domandarmi quale mai fosse lo stato di equilibrio mentale della donna che avevo preso per moglie, tale da indurla a quella spropositata reazione, segno indiscutibile di violenze e prevaricazioni subite in passato.
Era mattino e, promettendoci reciprocamente di dimenticare al più presto l'accaduto, decidemmo, come se niente fosse stato, di rilassarci un poco e di recarci nel pomeriggio a fare questo maledetto acquisto.
Ancora una volta la fortuna ci mise del suo, facendomi trovare inspiegabilmente chiusa un oreficeria di mia conoscenza, dove avrei sicuramente trovato qualcosa di suo gradimento ma di costo decisamente più contenuto.
Prendendo poco sul serio le mie promesse, Ao si intestardì nuovamente sulla prima scelta, litigammo lungo tutto il tragitto che ci portò a Piazza Vittorio per i soliti acquisti di cibo esotico ed anche durante la camminata, quando, stanco di starla a sentire, mi decisi, ad allungare il passo per fare ritorno alla macchina. L'attesi al posto di guida, lei salì a bordo apparentemente non turbata, mi chiese con tono di voce pacato:
"Che fai, non mi aspetti?"
"No!" le risposi seccamente, intento ad inserire la retromarcia, per ricevere un attimo dopo in risposta un diretto alla tempia che per poco non mi mandava al tappeto. Giusto il tempo di riprendermi dalla sorpresa e decidere se l'avrei ammazzata a calci o a pugni, che solo lo spazio limitato dell'abitacolo poté impedirmi di dar seguito alle mie intenzioni, mentre lei mi riduceva a brandelli la camicia e provava a staccarmi a morsi la mano, mollando la presa non a causa degli sganassoni che le arrivavano sul volto, ma per provare ad ingoiare la copia del certificato medico che mi ero preventivamente fatto rilasciare dal Pronto Soccorso del Sant'Eugenio dopo la colluttazione della mattina. Urlai ad un negoziante affacciatosi nel frattempo di chiamare la Polizia, che non tardò ad arrivare, caricandoci entrambi su una volante e portandoci al Commissariato di zona.
Fu lì che cominciai per la prima volta, dopo solo un mese della sua permanenza, a pensare di avere fatto una grossa cazzata a sposarla, augurandomi di sbagliarmi, per quanto sollecitato dagli agenti intervenuti a rispedirla indietro con un bel calcio in culo e tanti saluti. Il graduato che prese atto dell'accaduto mi notificò la solita alternativa: se l'avessi denunciata avrebbero proceduto, se avessi fatto un semplice esposto niente sarebbe accaduto. Lasciai perdere dopo un consulto telefonico con il mio avvocato di fiducia, che conosceva tutta la storia dal principio e con il quale mi ero consigliato prima di fare il passo del matrimonio.
L'adrenalina e la tensione accumulate in tanti giorni di tensione erano alfine esplose tutte in una volta, producendo, come spesso accade dopo una simile sfuriata, una successiva crisi di nervi che mi tolse ogni energia e fece scaturire un irrefrenabile pianto di rabbia.
I miei pensieri viaggiavano su due binari paralleli e nessuno di questi portava ad una buona destinazione: da un lato continuavo a gettare benzina sul fuoco dei dubbi sulla sua malafede preterintenzionale, dall'altro non potevo fare a meno di tirare le prime somme sui suoi comportamenti, pur sforzandomi ancora di associarli al suo pregresso difficile e non ad un diabolico piano precostituito.
La sua impareggiabile gelosia aveva intanto già fatto capolino dopo solo una settimana dal suo arrivo, quando mi venne a trovare a Roma il mio amico Enrico, da qualche anno trasferitosi a Milano per lavorare in alcune riviste di moda, che era peraltro interessato a far fare dei servizi fotografici a scopo pubblicitario ad Ao, che di viso è veramente una bambolina con gli occhi a mandorla (quando non ringhia). La serata quasi finì a borsettate in faccia per strada, perché il mio amico ebbe l'ardire di presentarsi all'appuntamento, fissato vicino la Basilica di S. Paolo fuori le mura, accompagnato da due sue conoscenze di sesso femminile. Come scrissi a degli amici in internet, nella testa di mia moglie si chiarì ben presto il suo concetto di amicizia come lo intenderemmo noi in Italia: una di quelle due ragazze, se lei non fosse stata in mia compagnia, era per me.
Il morbo si riaffacciò in occasione della minifesta che avevo organizzato per il suo compleanno, che non rinunciai a fare malgrado la rissa di qualche giorno prima, soprattutto con l'intento di farle rompere il ghiaccio con i miei amici più cari. Sino ad allora le era andato a genio solo Fabio il quale, forse forte della sua fisicità che gli garantisce una particolare sicurezza e spigliatezza, ad una cena tra amici la bombardò di attenzioni e domande, sino ad ottenerne la disponibilità al dialogo, mentre lei in precedenza si era sempre limitata a rispondere agli interlocutori con semplici sì e no che non contribuivano certo ad incoraggiare la conversazione, specie con persone fondamentalmente più timide e meno estroverse di Fabio. Ad un'altra cena, questa volta con Gianfry e signora, Ao ebbe la pretesa che io mi alzassi dal tavolo per andare a chiedere ragione ad una tizia che lei sosteneva la stesse guardando con aria di disprezzo.
Insomma, sembrava facesse di tutto per crearmi problemi quando stavo in compagnia degli gli amici, come a volermene allontanare, un po' per gelosia, un po', dico io, perché se i soldi cominciavano a scarseggiare, era meglio spenderli per un bel giacchetto di pelle, piuttosto che per trascorrere del tempo con delle persone delle quali a lei non fregava un emerito cazzo.
Questa mancanza di vita sociale era la cosa che più cominciava a preoccuparmi: avevo sempre più netta l'impressione che non le interessasse farsi delle amiche, aumentando i miei timori che lei fosse venuta solo ad ingrassare un pochino, a fare incetta di regali e a riscuotere la prevista liquidazione post-separazione (dopo avere già incassato i soldi del matrimonio). Non mostrava interesse a legarsi con nessuno, neanche con la ragazza thai di Tiziano a Terni. Mi stupii, un giorno, del suo senso di superiorità manifestato nei confronti dei thai che una volta al mese si ritrovano al laghetto dell'Eur, da lei malgiudicati come laotiani (non capii se con ciò voleva intendere thai di scarso livello sociale e culturale o se proprio di diversa nazionalità). In ogni caso si trattava di un giudizio non corrispondente a verità, tant'è che ci capitò anche di incontrarvi personale dell'Ambasciata, come peraltro io già sapevo.
E poi manco fosse la principessa sul pisello, da potersi permettere di disprezzare qualcuno, in ogni caso se io vado a vivere all'altro capo del mondo, se voglio frequentare dei connazionali per non sentire troppo la nostalgia di casa, non mi metto certo a sottilizzare sulla loro estrazione sociale. Ma lei voleva davvero viverci a lungo in Italia?
Certo i miei amici ci mettevano del loro nell'innalzare un muro di indifferenza. Particolarmente Alberto sembrava non capire che se io mi fossi trovato a scegliere tra loro e mia moglie, non avrei avuto dubbi in proposito, eppure lui continuava a presentarsi agli appuntamenti con i suoi soliti tre quarti d'ora di ritardo o a pretendere di incontrarsi da mezzanotte in poi, quando gli avevo detto mille volte che Ao odiava attendere (anch'io per la verità) o che a quell'ora tarda già sbadigliava.
Come da copione, il giorno del party, dopo circa un'ora di attesa a casa di mia madre (dove era prevista la festa), Ao si spazientì e volle andare a casa nostra. Dopo un po' pervenne la telefonata di Alberto che annunciava il loro arrivo imminente.
Quando giunsero alla mia abitazione, temevo che Ao non si sarebbe nemmeno degnata di uscire dalla sua stanza, invece si unì agli ospiti e finalmente riuscii a trascorrere un paio di ore serenamente felice in compagnia sia degli amici che di mia moglie, con i quali, complice forse il vino, lei sembrava finalmente bendisposta ad aprirsi. Ero così su di giri che mi dimenticai che stavo indossando una camicia a maniche lunghe e una cravatta in piena estate, allo scopo di nascondere i graffi sulle braccia e sul collo ai miei amici (per il volto mi giustificai con una caduta in un roveto), pensando che i panni sporchi si debbano lavare in famiglia ed essendo convinto che con il tempo sarei riuscito a domare quest'animale selvatico.
Ero orgoglioso di mostrarla in pubblico, ma lei si era convinta che io fossi interessato solo alla frequentazione di altre persone trascurandola, non ad esibire il mio gioiello di cui andavo fiero (ancora per poco).
La mia illusione svanì poco dopo che se ne andarono, perché Ao tirò fuori l'immancabile jolly, cominciando a sostenere a voce sempre più alta che io avevo dedicato troppo attenzioni a Cici, la sorella di Alberto, un'amica che erano quasi due anni che non vedevo e che era appena rientrata dall'Inghilterra. Ci vollero le urla disperate a squarciagola del vicino alle due di notte, per farle capire che forse stava rompendo un po' troppo i coglioni.
D'altra parte non potevo non tener conto delle valutazioni da fare quando si prende in esame l'aspetto gelosia in una donna thai: se gli unici esempi maschili da lei visti sono i loro uomini che alle dieci di mattina scopano una ed alle due di pomeriggio se ne fanno un'altra, campioni di quello sport nazionale dove vince chi ne mette di più in cinta per poi abbandonarle, se l'alternativa sono i farang di cui ne vede nove su dieci andare a mignotte dalla mattina alla sera, che idea dell'universo uomo in genere si potrà mai fare?
Sapevo bene a cosa andavo incontro in una relazione con una donna thai in tema di gelosia, ma non credevo di arrivare a questi livelli. Nella sezione forumistica troverete fiumi di argomentazioni sul modo di intendere la gelosia delle donne thai, ma voglio anticipare sin da ora, aprendo una breve parentesi, una discussione tra alcuni amici perché davvero leggerete parole che avrei potuto scrivere io e che testimoniano di realtà pazzesche, talmente pazzesche da sembrare macchinazioni finalizzate a qualcosa.
Franco Ramasco
Penso che per cercare di capire, bisogna fare una netta distinzione, fra la gelosia di una thai e quella in generale della donna occidentale che, scaturisce da concezioni culturali e di tradizioni molto diverse.
Una nostra conterranea che subisce un tradimento, di solito si sente offesa nella sua dignità di donna anche se il marito si è magari concesso una scappatella per una sola volta, la sua reazione è basata essenzialmente sulla rottura del rapporto di fiducia che ha infranto quelle regole morali di rispetto stabilite dalla nostra educazione.
Per una thai l'aspetto morale del tradimento è molto labile se non del tutto inesistente, la loro gelosia è imperniata sopratutto sulla paura di perdere il proprio uomo, se riconosciamo che l'uomo thai è tendenzialmente poligamo, possiamo capire il perchè la gelosia sfoci spesso in violenza fisica, molto raramente verso l'uomo, ma principalmente rivolto alla rivale perchè solo lei è ritenuta colpevole di portargli via l'uomo.
In Thailandia mi è capitato di assistere più di una volta a veri combattimenti fra donne, mentre l'uomo conteso, assisteva tranquillamente come se la faccenda non lo riguardasse.
Sono convinto che le corna in senso lato diano fastidio anche alle thai, ma vivendo nel loro contesto sono disposte o costrette ad accettarle, l'importante è che l'uomo torni sempre a casa.
Diverso è il discorso una volta che vengono in Italia, la paura di essere abbandonate diventa terrore, per ovvi fattori contingenti, da qui nascono le illogiche reazioni che spesse volte non riusciamo a spiegarci.
Comunque è mia opinione prettamente personale che quando il rapporto di coppia sfocia in violenza fisica, si può superare solo facendo una seria autocritica sugli errori commessi che l'hanno generata.
Gianluca
L'esternazione istintiva, anzi quasi animalesca, delle proprie emozioni fa parte senz'altro del carattere delle donne thai, tra le tante anche la gelosia.
Devo dire che è un aspetto che io apprezzo tantissimo anche se spesso le reazioni sono talmente eccessive ed incomprensibili che richiedono una gran dose di pazienza per poterle affrontare.
Botte? Mah, forse il mio metro e 95 la frena, ma nei suoi occhi...
Essere consapevoli di questa loro sincerità e trovarsi di fronte ad un sorprendente sorriso è una fonte di orgoglio e gioia enorme.
Queste, generalizzando, sono le grandi contraddizioni del carattere delle thai che le rendono speciali. Ho scritto speciali perchè non sta a me dire se migliori o peggiori e non ne sarei neanche in grado.
Franco
Non c'è niente di più falso caro Gianluca. Come giustamente dicevi anche tu, una thai è un delizioso animale istintivo ed emozionale e quando si arrabbia non c'è niente che la può fermare. Neanche la paura di brutte conseguenze per lei. E nemmeno la paura di farti seriamente del male. Poi ovviamente si pentirà anche lei ma in quel momento non riesce a pensarci e frenarsi. Meno che meno la tua forza fisica, quindi.
E poi sei sicuro che la piccola dolce thai sia così debole? Allora è evidente che non ti sei mai difeso da una donna thai.
Io ricordo solo che sorridevo e le tenevo i polsi a fatica e poi ridevo ancora e spingevo con tutto il corpo e poi non ridevo proprio più e lei mi gettava a terra e menava ed io a fatica mi rialzavo e cercavo di bloccarla e lei si divincolava come un'indiavolata menandomi ancora come una pazza con tutto ciò che le capitava in mano, hahaha. Ma non c'era niente da ridere a dire la verità. Una volta aveva in mano un coltellaccio che mi fece rabbrividire e non ti racconto cosa successe, nulla per fortuna, un'altra volta spaccò con il corpo una vetrata.
La cosa che mi sbalordiva è che dimostrava molta più forza di quella che aveva o che io credevo che avesse.
Non so dove la trovava davvero quella incredibile forza. Forse solo una donna sa trovare. O un animale femminile e potente che si difende con tutta se stessa dalla paura di rimanere sola. Proprio come dice Franco Ramasco.
Ricordo 23 anni fa quando chiedevo a mia moglie di aiutarmi a spostare mobili pesantissimi e mi faceva anche pena guardandola così piccolina, lei invece mi diceva nel suo inglese stentato: "make me angry!" cioè: "Fammi arrabbiare!"
E così, ti giuro riusciva a spostare quintali!
Gianluca
La notte di capodanno di due anni fa è iniziata con una cenettina molto semplice e poi abbiamo iniziato a girare per i baretti di Kata per fare gli auguri alle sue amiche. Non ero ancora innamorato e probabilmente neanche lei ma stavamo bene insieme divertendoci a volte spensieratamente e a volte cercando di conoscerci meglio.
Tornando a quella notte ad un certo punto verso le due ci siamo persi di vista per una mezzoretta, io incontro una sua amica e aspettando di ritrovare la mia compagna le offro una birra. Finita la Singha provo a ritornare dove ci eravamo lasciati e la trovo.
Le vado incontro e la mia faccia prima si riempie di un sorriso forse un po' imbecille e poi con un ceffone potentissimo. Ti giuro che sto ridendo da solo adesso che scrivo la mia storia.
La prima sberla era per me talmente assurda che non mi sono neanche reso conto di averla ricevuta ma poi la seconda mi ha svegliato ed ho ancora il mio pensiero di quel momento impresso nella memoria. "Che cazzo sta facendo!"
Istintivamente l'ho spinta indietro e qui un po' la tua teoria va a pallini perchè senza volerlo e senza metterci troppa forza le ho fatto fare un bel volo.
A questo punto è scappata via distruggendo tutto quello che aveva nella sua borsa telefonino, macchina fotografica, i suoi trucchi insomma tutto.
La mia reazione è stata uno shock tremendo, perchè non riuscivo a capirci niente. Cosa stava facendo, perchè, cosa le aveva fatto trasformare una bella serata in una tragedia, sono arrivato addirittura a pensare che fosse una messa in scena per incastrarmi in qualche maniera.
Invece no, vedendomi con la sua amica per lei ero tornato ad essere il solito farang che va in Thailandia solo per scopare e che per il quale ogni occasione è buona ed ogni lasciata è persa.
La conclusione di questa storia non la posso ancora raccontare e spero di non poterlo mai fare perchè tra poco ci sposiamo.
Non sono un masochista, ma credo che da quella sberla e dal suo pianto successivo ho iniziato a pensare che il nostro rapporto poteva essere qualcosa di più che una bella avventura.
Aveva iniziato a darmi fiducia, cosa quasi impossibile per lei ed aveva pensato, sbagliando, che l'avevo tradita e fatta passare per stupida, anche lei come me iniziava a provare qualcosa di più. Tutto questo l'ho capito col tempo riflettendo sulla sua reazione veramente violenta e istintiva.
Le dico spesso che se non fosse stato per quel ceffone forse me ne sarei tornato a casa e magari mi sarei dimenticato di lei.
Non so se adesso sarebbe ancora capace di essere manesca con me, però i suoi impulsivi e sinceri cambiamenti li ha ancora.
Anch'io sorrido quando leggo di storie di botte con ragazze thai e adesso caro Franco sai anche perchè.
Mario
…mi rendo conto che le sicurezze di una ragazza thai in Italia vanno potenziate, tenendo conto delle difficoltà sia culturali, sia linguistiche che ci sono in Italia rispetto al loro Paese nativo. Ma so anche che alcuni ragazzi si vedono costretti a rinunciare alle loro amicizie di tanti anni, anche se solo maschili e addirittura dopo un certo tempo ad entrare in un giro di compagnie ristretto a coppie misto italo-thai. In tutto questo non c'è nulla di male, anzi potrebbe essere un modo per conoscere nuove realtà, ma a volte può essere molto frustrante per chi non riesce a rinunciare alla partita al bar o a calcetto, mentre se lei va dall'amica a giocare a carte per noi la presunzione di tradimento e prevista?
Franco
Mario... mi fai ricordare quel periodo di 23 anni fa, quando mia moglie arrivò in Italia. Settimana dopo settimana io persi del tutto i contatti con i tanti amici che avevo ed i gruppi che frequentavo.
Politica, fotografia, musica, tutti gli ambienti che frequentavo anche solo maschili dopo un anno li avevo ormai persi definitivamente. Di sicuro molti ingenui che mi leggeranno reagiranno semplicisticamente dicendo: "Male! Perchè lo hai fatto?" la risposta è troppo complessa e mi viene solo da sorridere... e penso alla frase di Gianluca che condivido in pieno.
Ha 27 anni mia figlia e mi ricorda moltissimo mia moglie quando 23 anni fa era gelosa come lei. Ora mia moglie non lo è più. Incredibile ma vero, è cambiata del tutto. Ha perso quel sangue caliente e non solo quello. Anche il sorriso direi.
Tornando a mia figlia... mi racconta di storie infinite di pugni e scazzottate, di musi e bronci per giorni che lei tiene verso il suo ragazzo solo perché è arrivato a casa 10 minuti dopo rispetto al solito... oppure perché lei ha trovato un numero di telefono sulla sua agenda e di cui lui non ricorda più nulla ma è probabile sia di un cliente della ditta... e discussioni e litigi di ore ed ore e pianti e botte e richieste ossessive di spiegazioni e desideri morbosi di indagare su tutto... ma alla fine lei resta sicura che lui ha un'amante e nemmeno le prove la fanno recedere dal suo pianto straziante. Perchè, poverina, soffre davvero. Il sangue è sangue. Il sangue thai, dico.
…Le thai riescono a tirar fuori anche dall'uomo più timido e santo quel lato oscuro che ognuno di noi ha, almeno per imparare a difenderci! Hahaha!
Ma non la vedo neanch'io necessariamente come un difetto, questa violenza delle thai che a volte, come tu dici, si rivolge anche verso se stesse. Almeno se questa violenza non porta a conseguenze gravi. Quindi comunque si deve cercare di tenere a freno il sangue caliente delle thai, peraltro genuino e prezioso in altri momenti.
Franco Ramasco
In verità un fatto di violenza mi è capitato ma riguarda un fratello della mia donna, un giorno che eravamo in casa della madre, ero spaparanzato all'ombra su una comoda amaca, avendo finito le sigarette sono andato in soggiorno dove il fratello teneva la mia compagna per la gola, lei con la borsetta stretta al petto si difendeva a calci, ho acchiappato l'energumeno con l'intenzione di dargli una buona sistemata, ma dopo due sberle mi sono fermato per la mancanza di qualsiasi reazione da parte sua, l'ho lasciato scappare e per il resto della giornata non l'ho più visto, la scena per quanto breve non era potuta sfuggire al resto della famiglia, con una tranquillità solo apparente, mi sono seduto spalle al muro attendendo gli eventi, la mia donna piangeva e mi accarezzava le mani, sua madre con il solito sorriso e cortesia mi ha portato una birra versandola nel bicchiere, verso sera siamo andati via, come al solito.
Siamo ritornati dopo tre giorni, l'unica novità è stato un vero saluto da parte dello strangolatore, prima dell'episodio si limitava a un cenno con la testa.
Devo dedurre che per vivere in pace in un contesto primitivo, bisogna forse dimostrare di essere il capobranco?
Franco
Domanda difficile la tua. Io credo semplicemente che i thai siano creature aliene. Aliene per modo di dire perché in realtà più naturali e animali di noi. Spesso i luoghi comuni non ci azzeccano nella complessità del carattere dei thai. Più dolci e più sereni di noi? Meno violenti ed aggressivi? Sì, probabile e in genere è davvero così. Ma a volte si comportano inaspettatamente all'opposto mettendoci in crisi. In verità io non credo ci siano poi tutte queste contraddizioni. Loro sono semplicemente più spontanei ed istintivi. Nel bene e nel male. Più autentici nel manifestare la gioia e il sorriso e l'amore e la gelosia e la rabbia, tutto. A volte esagerano come noi stessi facciamo. Non per frustrazioni represse ma per libertà di comportamento. Sui soldi e sulla violenza credo davvero che l'uomo farang se è un eventuale compagno debba prendere le redini e controllare gli eccessi qualora questi diventino davvero pericolosi. E le nostre donne thai da noi uomini questo si aspettano.
Certo però è vero che l'humus thai è più animale e a volte più violento. Forse l'uomo thai è più macho, è molto probabile. Ma la cosa strana è che la donna thai pur apprezzando la dolcezza e ragionevolezza del nuovo compagno farang a volte sente la nostalgia di ruoli maschili più spontanei e meno condizionati, frenati. Spesso mia moglie mi richiedeva reazioni rabbiose e ce la metteva tutta per riuscirci. E ci riuscì davvero ad ottenerle, pur da un pacifista come me. Nella gran parte dei casi la ringrazio di quanto mi ha insegnato. Mi ha permesso di riscoprirmi e accettare di più me stesso.
Ma i primi tempi alcune sue provocazioni mi fecero andare in letteralmente crisi perché ritenevo estranee da me ed inaccettabili culturalmente. E infatti non sono mai diventato un violento.
Tu, Franco Ramasco, dici di esser stato fortunato, è vero, anche le thai hanno caratteri diversi e background culturali diversi, ma il substrato è lo stesso e la storia che ci racconti della famiglia di lei, lo dimostra. A mio parere perfino il bicchiere di birra della suocera dimostra una diversa "accettazione" di te dopo quel momento. Lei voleva calmarti certamente, ma voleva anche ringraziarti per il tuo comportamento da uomo. Infatti mentre ti leggevo mi aspettavo due sole possibili reazioni dalla famiglia: o indifferenza in quanto il fatto per loro è certamente meno grave che per noi, o nuova (e totale) accettazione dell'inaspettato comportamento di quello strano essere farang dai modi sempre controllati e pacati, cioè tu! Come se improvvisamente ti vedessero un vero uomo normale e finalmente come uno di loro. Umano e vivo!
Certo è possibile che il fratello che ti salutava molto più convinto di prima possa essere interpretato come una gola offerta al capo branco ma anche come rispetto e stima. Con totale convinzione e senza un velo di rabbia o sofferta sconfitta.
Certo il vincitore eri tu.
Franco Ramasco
Caro Franco, hai caratterizzato perfettamente l'episodio che ho raccontato, infatti molti degli atteggiamenti dei thai nei nostri confronti sono il frutto di una errata valutazione di chi siamo veramente.
Possiamo tranquillamente affermare che la disinformazione è bilaterale, se ci escludiamo noi addetti ai lavori che, bene o male, siamo riusciti a formarci una visione più reale della Thailandia, in Italia tale Paese viene spesso associato al sesso e alla droga, se è vero che viviamo in un'epoca iperinformata e anche vero che subiamo, spesso passivamente, una disinformazione talvolta addirittura oscena, ricorderai i post su questo forum su una trasmissione di Rai 3 in cui descrivevano la Thailandia solo nella loro fantasia.
Se non ci sforziamo di capire gli altri difficilmente possiamo avere le possibilità di farci capire, per quanto sciocco possa apparire questo teorema, è il risultato da cui scaturiscono tutte le incomprensioni.
Caronte
un paio di precisazioni...
1. Come già accennato in passato, mia moglie è di una famiglia benestante e ricopre un'elevata posizione manageriale in una grossa corporate
2. Viviamo in Thailandia e quindi per lei non è un problema di sopravvivenza, ma lo è per me! Ahahaha
3. Anyway, la sua sicurezza e serenità nell'affrontare la vita di ogni giorno è dovuta al suo background sociale e culturale e gestire uno staff di 30 dipendenti e relazionarsi con le più grosse realtà industriali del mondo la costringe ad avere due palle grosse così!
4. Le rarissime volte in cui mia moglie perde la pazienza, si sfoga mettendo in riga tutta la family, partendo dal papà, passando alla mamma per arrivare a me, almeno i gatti non li tocca! Ehehehe
5. Nessun dubbio sul fatto che le donne thai siano fortemente emotive e passionali, di bello c'è che si sfogano subito e non covano vendette tremende nel corso degli anni: 5 minuti di sfuriata e poi è di nuovo baci e abbracci, al contrario delle occidentali che meditano vendetta e come un cancro ti consumano fino a darti il colpo di grazia quando meno te lo aspetti...
Franco
Grazie Caronte. In effetti la tua risposta è esaustiva. Ora è chiaro. Mi piace però che ci fai capire che lei è donna thai e resta thai al 100% pur con quelle "palle" di cui dici.
In altro sito ove si parlava di donne italiane noiose in quanto emancipate o coinvolte in attività extra familiari o manageriali, io sostenevo che in quanto a questo la Thailandia non è certo da meno sia per quantità che qualità. Di donne emancipate dico. Ma sostenevo pure che mi sembrava riduttivo vedere la crisi della coppia farang derivante da una generica emancipazione femminile. Il discorso è ben più complesso e articolato.
E per sostenere questo affermavo che infatti la donna thai anche quando è in carriera non perde del tutto la sua passionalità e meno che meno la sua tipica femminilità orientale. Parlando di tua moglie lo stai confermando, mi pare.
Non avevo ancora concluso la storia dell'orologio: gliene regalai uno molto bello dal costo "contenuto" (credo 170 € circa) che a conti fatti le piacque forse più di quello prediletto. Ma lei era fatta così, incapace di aspettare o valutare le cose, voleva tutto e subito.
Questa era la parte grandguignolesca del rapporto, poi c'era quella più patinata, che la sua indole, come quella di tutte le thailandesi, non mancava di offrire. La loro dolcezza, la loro innata ed spiccata femminilità che si manifesta camminando per strada o abbracciati sul divano di casa davanti alla televisione, metteva in luce il lato migliore della sua personalità, quello che ti augureresti non sparisse mai per lasciare il posto alla tigre della Malesia, da domare con decisione e fermezza.
Il problema è che avevo cominciato a condurre uno stile di vita nell'ambito del quale aprivo gli occhi la mattina e chiedevo a me stesso:
"Oggi cosa succederà?"
Ora, l'avventura e l'imprevisto possono anche piacere in un contesto vacanziero, ma nella vita di tutti i giorni un uomo occidentale ha bisogno di serenità, non gli serve a niente passare una giornata meravigliosa, alternandola con una da ritenersi frutto di una colpa avuta in una vita passata, per quanto negativa e foriera di problemi si è rivelata.
Qualcuno sostiene che questo è ciò che comporta, più o meno, una relazione con una thai, prendere o lasciare, ma prendere tutto o lasciare tutto, anche i momenti meravigliosi che queste donne ti fanno trascorrere. Come a dire che se tu provassi a cambiarle sotto l'aspetto negativo, le snatureresti anche sotto quello positivo, loro sono fatte così, punto e basta.
In questa teoria credo si forzi un po' la mano, perché al di la thailandesità in sé, il problema principale di Ao era il suo carattere e la sua personalità, oltre che una buona dose di indubbia malafede.
A proposito, pur non avendo creduto in precedenza a ciò che le avevo raccontato riguardo il suo soprannome, Ao (che si pronuncia come acqua in francese, ovvero O') si rese ben presto conto che girare per le vie di Roma con quel nome l'avrebbe portata a girarsi più volte verso tutte quelle persone che lei stessa si sarebbe meravigliata di conoscere. A me sarebbe piaciuto Sao e l'avrei trovato anche più logico, essendo l'abbreviazione di Saowalak, ma a lei non piaceva. Optammo allora di comune accordo per l'altro suo soprannome, molto abusato dalle ragazze thai, Ann. Da questo momento in poi, di conseguenza, nel racconto continuerò a chiamarla come nella vita reale che vivemmo, ossia Ann.
L'estate volgeva ormai al termine, ma non le mie preoccupazioni economiche (che non sto qui ad elencare) per i continui contrattempi che alimentavano il mio personale stillicidio mentale.
2.3 - Le ladyvolleyball
Ai primi di settembre, come consuetudine, cominciai a dedicare tempo e fatica alla mia seconda attività, quella di allenatore di pallavolo. Solo il caso volle che, diversi mesi prima di sposarmi, avessi operato una scelta professionale che mi vedeva "costretto" ad abbandonare la squadra femminile, per dedicarmi esclusivamente ai maschi della stessa Polisportiva. Si trattava di una scommessa personale: pur essendo entrambe le squadre di buon livello, era maturata in me la convinzione che riguardo il team femminile non avessi più niente da chiedere o da dare in termini di stimoli (sportivi, solo sportivi, maiali!). La scelta si rivelò azzeccatissima per due differenti motivi: primo con i maschi alla fine vinsi il campionato di serie "D", secondo, allenando le donne, saremmo andati incontro a considerevoli rischi di omicidio perpetrato da Ann a mio danno o a quello delle ragazze, tutte, secondo lei, dedicatesi allo sport per farsi trombare dagli allenatori porconi i quali, peraltro, sempre per lo stesso motivo preferirebbero la pallavolo femminile a quella maschile.
Il guaio fu che io non credevo che le sue paranoie al riguardo potessero arrivare a tanto. Di conseguenza, su invito dei dirigenti della Società, mi presentai al raduno della squadra femminile per il passaggio delle consegne ufficiale al nuovo allenatore. Ci furono alcune di queste ragazze, solitamente abituate a salutarmi in maniera molto espansiva, che, messe in guardia sull'atteggiamento più consono da tenere attraverso una speciale catena telefonica, mi salutarono dandomi del lei, altre che non mi salutarono affatto, altre ancora che proprio non si presentarono.
Piccolo prologo: giorni prima aveva squillato il telefono a casa mia mentre ero al lavoro, Ann rispose ad una voce femminile che chiedeva di me. Dopo averla con ogni probabilità mandata affanculo, immediatamente mi chiamò in ufficio per esigere spiegazioni, urlando come una forsennata. Il minimo che potei fare fu di chiederle se sapeva il nome della "colpevole" e lei, ovviamente, interpretò la domanda come una volontà di sapere se mi avesse per caso cercato l'amante. Lasciai perdere e la vicenda si sgonfiò da sola. Oltre tutto l'allaccio telefonico l'avevo ottenuto da pochi mesi e neanche ricordavo a chi avessi già potuto dare il nuovo numero.
Fatto sta che man mano che le pallavoliste giungevano sul luogo del raduno, alcune di esse si dimostrarono furbescamente espansive con lei, altre, decisamente intimorite, un po' meno. Tra di queste la ragazza che, credo, per amicizia nei miei confronti, per attitudine ai rapporti umani, per disponibilità innata, sarebbe potuta diventare una delle migliori amiche di Ann, pronta ad aiutarla in tutto, nell'inserimento sociale come nelle cose pratiche della vita di tutti i giorni: Federica.
Invece fu sufficiente una mia sbadata ed inopportuna conferma ad Ann sul fatto che probabilmente la ragazza che mi aveva cercato telefonicamente a casa poteva essere lei (in effetti quel giorno, poco dopo la scenata telefonica di Ann, ricevetti una telefonata al cellulare da parte di questa ragazza), per trasformare quel raduno in una sorta di sfida all'O.K. Corral. Ann si avvicinò a me con occhi di fuoco, intimandomi di neanche avvicinarmi un solo istante alla mia "amante" o di incrociarne lo sguardo. La tensione era ormai salita alle stelle e capii in fretta che, purtroppo, l'ambiente femminile che maggiormente pensavo l'avrebbe potuta accogliere ed amare, era già stato da lei trasformato in una fucina di sgualdrine, fonte di ogni tentazione. Parafrasando il termine "ladybar" usato in Thailandia per identificare le simpaticissime assistenti sociali dei baretti, le mie ex-giocatrici divennero da quel momento le famigerate "ladyvolleyball".
La cosa bella fu che, secondo Ann, praticamente io quelle ragazze me le ero sicuramente passate tutte o ero comunque in procinto di farlo, mentre una delle poche che a sua detta io mai avrei preso in considerazione, era proprio quella per la quale la follia l'avrei invece davvero fatta (una affascinante psicologa che adesso, nel leggermi, diventerà rossa dalla vergogna e per lo stupore). Una sorta di sesto senso alla rovescia. Ann sembrava avere un gusto innato per rovinarsi la vita da sola: prima la scenata al mio amico della moda (sua possibile fonte di guadagno), adesso l'odio per una potenziale amica del cuore.
"Because she has everything big!!!" mi urlava per motivare quella che secondo lei era la mia passione per questa ragazza, riferendosi all'abbondanza corporea del soggetto.
La morale fu che l'universo della pallavolo femminile da quel giorno divenne per me un terribile tabù, aggravato dalle periodiche "visite" alle partite dei ragazzi (che rimanevano pur sempre loro amici) da parte di queste concubine in maglietta e pantaloncini, con in prima fila, naturalmente, la mia "amante".
Tali presenze erano viste da Ann come delle autentiche provocazioni nei suoi confronti, che facevano sì che io non potessi avvicinare un mio giocatore se nel frattempo lui si trovava vicino ad uno di questi demoni in gonnella, o che mi trovassi alle volte a dovere abbandonare repentinamente lo stanzino dei direttori di gara, dove stavamo espletando i controlli di routine dei documenti, perché richiamato dalle sue urla, timorosa che mi fossi appartato con la mia "amante". Chi conosce il mio temperamento particolarmente focoso, cosmiano e trapattoniano in panchina, si può facilmente rendere conto di quale fosse lo stato d'animo con il quale arrivavo al fischio d'inizio.
Se l'estate appena trascorsa era stata contraddistinta dalle scenate esposte in precedenza, i momenti di serenità erano stati altrettanto copiosi. Il periodo che andò da settembre sino a Natale segnò invece la vera degenerazione del rapporto.
Devo avere un bel fegato per sforzarmi di ricordare minuziosamente, per far passare attraverso la mia mente con dovizia di particolari tutti quei momenti in cui mi chiesi quale male avessi mai fatto in questa o in un'altra vita, per meritarmi tutto ciò che mi stava succedendo. Non accetto l'ipocrisia di chi guadagna dai 3.000 € in su al mese ed ostenta al mondo intero quanto funzioni a meraviglia il rapporto di coppia con la propria amabile mogliettina. Provassero, questi soggetti, ad affrontare le impreviste difficoltà economiche cui ha dovuto far fronte il sottoscritto e poi dessero conferma delle loro convinzioni. Sapevo che il primo anno di matrimonio sarebbe stato, se non proprio duro, quantomeno non una passeggiata: avevo da finire di saldare i debiti con gli amici i cui prestiti mi avevano consentito di organizzare l'operazione, dovevo finire di pagare alcune rate di mobili acquistati per la casa, soprattutto dovevo pensare a fornire alla creatura che mi ero messo in casa tutto ciò che concretamente le serviva nella vita di tutti i giorni, a partire da un guardaroba adeguato per l'inverno imminente, per finire con l'acquisto dell'indispensabile decoder e antenna parabolica per captare TVThai5, passando per l'acquisto di un motorino (con relativa assicurazione di 400 € da saldarsi in un'unica soluzione) che le occorreva per i suoi spostamenti e per rendersi un minimo indipendente da me. Piccola parentesi: ovviamente scelsi la compagnia di assicurazione con l'impiegata più carina, tanto per far infuriare ancora Ann quando, nel compilare il modulo di sottoscrizione, diedi come riferimento telefonico il mio numero di cellulare invece di quello di casa. Porca troia, se le davo quello di casa si sarebbe incazzata uguale, ma allora cosa diavolo dovevo fare?
Si erano poi rese necessarie diverse visite mediche per Ann, nonché le conseguenti cure con annesso l'acquisto di medicinali, a causa dei suoi comprovati ritardi del ciclo mestruale. A proposito di questa storia, non potete avere idea di quale altra fonte di distruttivo stress si rivelarono quelle ore in attesa della risposta del test di gravidanza. Quell'incosciente di Ann un bel giorno, tutta inalberata, mi disse che erano ben due mesi che non le venivano le mestruazioni. Per poco non mi andava di traverso il boccone quando me lo disse a tavola per cena. Conoscendo la sua approssimazione le chiesi di fare bene mente locale e di dirmi la data esatta di quando le erano venute l'ultima volta. Un uomo può essere sicuro del fatto suo quanto vuole, può dare per scontato che certe eventualità non si pongono neanche, una volta considerate le accortezze e le precauzioni prese, ma ostentare tranquillità assoluta dopo avere constatato, a conti meglio rifatti, che i mesi di ritardo erano ben tre e non due, sarebbe stata una dimostrazione di freddezza davvero glaciale. Cercando di tranquillizzarla facemmo i controlli del caso, con il test delle urine e con quello del sangue, i quali scongiurarono l'eventualità di una gravidanza. Una volta tirato un sospiro di sollievo, si trattava però di capire le motivazioni di questi squilibri ormonali di Ann e cominciammo così il giro delle consulenze mediche, che sancirono, oltre ad una sua predisposizione uterina a questa asincronia biologica, la presenza di un problema di carattere ambientale, legato alla diversa dieta alimentare e alle sicure turbative ed incertezze presenti nella testa di Ann, tutti fattori che non avevano di certo contribuito alla regolarità del ciclo, strettamente legata alla tranquillità psicologica del soggetto.
Mi sarei levato il sangue pur di risolvere qualunque problema di salute di mia moglie. Non fu necessario arrivare sino a questo punto ma le continue visite alle farmacie e agli ambulatori non contribuivano di certo a risanare il bilancio familiare. In teoria non avrei avuto nulla da temere da questo punto di vista, almeno sino a quando non prese l'avvio la corrida delle sfighe che mi vedeva come il protagonista al centro dell'arena, sempre pronto ad essere martoriato da continui e imprevisti esborsi di denaro per riparare una volta la macchina, una volta la caldaia, poi di nuovo la macchina, ecc.
Dei problemi nel rapporto con Ann agli amici ne avevo solo accennato, convinto come ero che con buona volontà ed un po' di fortuna li avremmo superati, ma non potei fare a meno di chiedere alle volte dei soldi in prestito per arrivare a fine mese, con tutto che mi facevo un sedere grosso tanto tra lavoro in ufficio e in palestra. E' un'amarissima sensazione che molte persone dovrebbero provare, quella di trovarsi costretti a citofonare a casa di un'amico, sperando di trovarlo, per chiedergli un prestito per comprarsi da mangiare, perché se fai un altro prelievo con il bancomat o con la carta di credito c'è il rischio che te lo bloccano.
Dovrebbero provarla soprattutto quegli uomini che a fine mese si ritrovano, senza neanche sapere perché, degli stipendi che solo la metà a me sarebbe bastata, quando io mi ritrovavo da anni nella mia azienda, senza un motivo plausibile, a dovermi accontentare dello stipendio di una segretaria, pur svolgendo mansioni ampiamente superiori al mio inquadramento.
Vedere attorno a te degli autentici incapaci godere di ogni forma di agio e di benessere mentre tu non sai più cosa altro inventarti per sbarcare il lunario ed allontanare quella sfiga che sembra perseguitarti e non mollarti più, ti cambia dentro, ti trasforma, ti fa diventare più cattivo, più realista, meno disincantato sulle cose.
Un grande supporto me lo diede una cara amica, Giada, commissionandomi un lavoro al computer per il quale ci accordammo sui 1.500 €. Quei 100 € al mese che mi passava alle volte erano veramente una manna dal cielo, per non parlare del suo spontaneo sovvenzionamento di creme e prodotti farmaceutici (di cui Ann necessitava) che periodicamente mi regalava senza particolare sforzo, omaggio della farmacia presso la quale lavorava il suo ragazzo e futuro sposo.
Era nel frattempo giunto per Ann il momento di cominciare la scuola, riponevo in questa novità gran parte delle mie speranze, compiaciuto del bell'ambiente e della disponibilità, della cordialità e della dolcezza dell'insegnante, un'ex maestra di scuola elementare che aveva deciso di intraprendere questa nuova strada. Insieme strutturammo un calendario scolastico che prevedeva che Ann si recasse alla scuola a Pomezia tre volte alla settimana, per stare alcune ore in un folto gruppo di persone molto più avanti di lei nella conoscenza dell'italiano ed altre ore da sola con l'insegnante (che si chiamava Anna come lei), per delle lezioni personalizzate, alle quali inizialmente partecipai anche io. In effetti la presenza di Ann alle lezioni comunitarie serviva essenzialmente per socializzare un po', per farla sentire inserita in un ambiente familiare nell'ambito del quale instaurare magari un giorno dei legami affettivi.
Per me questo era molto importante, visto che i primi due ambienti candidati ad essere per lei i principali punti di riferimento erano già saltati: quello pallavolistico per gelosia sessuale, quello delle mie amicizie per gelosia tempo - monetaria, non avendo lei alcun interesse a stringere amicizia con i miei amici e temendo anzi che la loro frequentazione si rivelasse unicamente come un modo di "buttar soldi" per una birra in compagnia. Quante volte, all'inizio del rapporto in Italia, felice di poter condividere la mia gioia con le persone a me più care, mi vedevo rinfacciato da lei il fatto che uscissimo sempre per incontrare degli amici, come a voler dire che io non avessi interesse a stare solo con lei…dopo tutto quello che avevo fatto per portarla in Italia.
A posteriori ho saputo, confrontandomi con altre persone che avevano vissuto la mia stessa esperienza, che il terrore di essere abbandonate, unitamente alla gelosia senza freni, porta molte di queste ragazze ad isolare il proprio uomo dalle amicizie di prima, dalle sue precedenti abitudini e frequentazioni.
Oramai avevo completamente annullato la mia esistenza nel titanico sforzo di rendere possibile la nostra convivenza ed il suo inserimento in un contesto sociale per lei del tutto nuovo, sforzandomi di usare tutta la dolcezza che potevo, mista alla fermezza necessaria per non farle credere di potersi permettere ogni tipo di atteggiamento o di pretesa. Più volte considerai che mi trovavo nella situazione di essere marito e padre al tempo stesso, tale e tanta era la necessità di "rieducare" mia moglie alle nostre abitudini, al nostro modo di vivere e pensare, o almeno per fare in modo che lei lo capisse, se proprio non lo voleva accettare.
Ad ogni modo Ann manifestò ben presto l'intenzione di non voler frequentare, ritenendole per lei inutili (come in effetti erano) quelle lezioni, limitandosi a presenziare a quelle individuali, cui si aggiunse in seguito un simpaticone senegalese. Così facendo, per lei c'era inoltre il vantaggio di recarci a scuola insieme, attendendomi a casa senza essere costretta a prendere il motorino con il gran freddo che stava arrivando. Un tipico esempio di pigrizia. La morale era che non si trovava un'amica: o non le andava a genio nessuna o era gelosa di tutte. Quante volte sbagliai a presentarle alcune amiche single, riguardo le quali dovetti anche far finta di non sapere dove si trovasse l'abitazione, quando magari si trattava di amiche d'infanzia presso la cui casa ero stato decine di volte.
Persino Giada, che inizialmente le era piaciuta, non le andò più a genio da quando, poverina, mi confessò sconvolta, dopo Natale, che il suo matrimonio era saltato. Diventò così, agli occhi di Ann, un'altra temibile rivale, presso l'abitazione della quale presentarsi, come fece un giorno, impugnando minacciosamente un coltello da cucina che in teoria le doveva servire per sbucciare una mela (per sostenere questa tesi mangiò mele ininterrottamente per un'ora e mezzo). Persino l'atto di levarmi la fede durante gli allenamenti, per il fastidio avvertito nel colpire la palla, veniva da lei interpretato come espediente per segnalare all'universo femminile come io fossi un uomo libero.
In questo grigio contesto, devo dire che di grande aiuto si rivelò la mia splendida città, Roma, che incominciai sempre di più ad amare e a riscoprire, esplorandone gli angoli più nascosti come quelli più noti, dimostrandosi Ann sempre lieta di girare per questa città della quale (almeno questo) apprezzava l'arte, la cultura, le piazze, lo stare insieme al cielo aperto dei suoi vari e differenti abitanti.
Via del Corso, Piazza Navona, Piazza Venezia, Fontana di Trevi, Villa Borghese con il suo laghetto incantato e tutte le altre meraviglie della capitale, costituivano innumerevoli occasioni per trascorrere piacevolissimi pomeriggi domenicali, senza essere costretto a sborsare soldi se non per un pezzo di pizza al taglio o un acquisto ad una bancarella. Da questo punto di vista devo dire che non avevo nulla da rimproverare ad Ann, restia a truccarsi, non fumatrice, non desiderosa di cinema, ristoranti o quant'altro. Il problema vero erano i soldi in contanti da mettere al pizzo, che pretendeva con ferocia, non so se per i suoi progetti o se per la famiglia in Thailandia.
Sapevo che avrei potuto darle di più (in termini di benessere quotidiano), come d'altronde lei certamente si aspettava, per questo mi si riempiva il cuore di gioia nel vederla entusiasta e felice davanti ad un tipo di pizza che le piaceva o nello scherzare gioiosa nel tentativo di schizzarmi con l'acqua di una delle tante fontane del centro storico, facendomi dono del suo radioso sorriso.
Quei momenti felici e spensierati mi ripagavano per il momento dei sacrifici e degli sforzi fatti, mentalmente mi trovavo ancora nel mondo della realizzabilità dei progetti e non mi ero ancora convinto ad imputare esclusivamente alla malafede le follie di Ann; quindi le sue tenerezze, le sue dolcezze, quel suo essere donna come solo una thai sa essere, mi riempivano il cuore di gioia e di speranza. E' inutile cercare di spiegare o di convincere gli altri della diversità "antica" di queste donne, chi non le ha mai "provate" non lo capirà mai e si limiterà solo a dirti: "grazie al cazzo che sono così, offrono un servizio per avere qualcosa di ritorno…". Ne riparleremo.
Al risveglio mattutino godevo dell'inebriante profumo della sua pelle liscia e vellutata come una pesca, proprio quando i primi raggi di sole si facevano spazio tra le fitte trame della tenda a squarciare una cortina di triste malinconia se la sera prima avevamo litigato, o ad accendere ancor di più i cuori di due persone in cerca di reciproca comprensione, dopo che si erano amati intensamente poche ore prima. Gatta dalle continue fusa, incapace di prendere sonno se non avvinghiata al corpo nudo del suo uomo, obbligato a dormire sempre svestito per consentirle di meglio apprezzare l'erezione mattutina, che lei visibilmente adorava mentre si strofinava con il viso sul suo petto villoso.
Certo è che i momenti di maggior tensione cancellavano come un colpo di spugna l'incanto derivato dagli attimi migliori vissuti insieme, sino a far definire da uno dei miei vicini il mio rapporto con Ann come una bomba ad orologeria, sempre pronta ad esplodere in qualsiasi momento senza un'apparente ragione.
Non era necessario, per minare nel profondo il mio equilibrio nervoso, che succedesse sempre come quella volta che si chiuse a chiave in bagno dopo una litigata per ingurgitare tutto quello che di farmacologico trovava. Per fortuna non fu necessaria la lavanda gastrica all'ospedale, perché vomitò il tutto grazie alla consueta dose post-litigata di alcool che aveva bevuto prima dell'assunzione di farmaci. Me la cavai con una porta sfondata a calci da riparare e con l'ormai obbligatorio provvedimento di eliminare da casa o quantomeno nascondere coltelli, alcolici e medicinali.
Nel marasma mentale di quei giorni, non sono sinceramente in grado di collocare in una esatta successione temporale l'episodio nel quale la gonfiai come una zampogna, so solo che quando alcuni vicini di casa, allarmati dalle grida di aiuto di Ann, suonarono alla porta, mi trovarono che la stavo usando come uno strofinaccio per pulire le pareti di casa e gliela presentai ufficialmente:
"Vi presento mia moglie!"
Con uno di loro avevo giusto parlato in mattinata del mio rapporto con lei e dei suoi comportamenti, cercando di giustificarla per il fatto di non aver ancora socializzato con nessuno e di non degnarsi nemmeno di un saluto, nonostante che le avessi fatto fare conoscenza con tutti i vicini.
Credo che quella sera persi il lume della ragione per via del solito coltello puntatomi sotto il naso, non essendo probabilmente per lei la serata giusta per venirmi a provocare. La cosa più assurda fu che dal giorno dopo Ann si comportò come un cane bastonato, proprio come qualcuno esperto di donne thai aveva previsto, camminando letteralmente a quattro zampe per venire a chiedere scusa al padrone. Giuro, una sensazione che avevo provato in passato solo dopo avere impartito una lezione al mio adorato cane.
Che conclusione dovevo trarre da tutto questo, dalla sua remissività, dalla particolare affettuosità e sensualità nel rapporto sessuale da lei dimostrate nei giorni seguenti? Forse che era necessaria una periodica scarica di legnate per farle capire chi comandava? Bella prospettiva…
Questi erano i casi limite, ma le discussioni sui soldi erano sempre più frequenti nonostante, ripeto, non le facessi mancare niente, ma per lei gli accordi erano accordi. Era incredibile la morbosità da lei mostrata nella volontà di controllo della mia situazione finanziata. In un'occasione arrivò al punto di frugare nella spazzatura alla ricerca della ricevuta dell'ultimo prelievo bancomat da me eseguito, sostenendo poi che io in banca avevo ancora tot. soldi, mentre invece la cifra si riferiva si riferiva alla possibilità di prelievo residuo e non certo ad un estratto conto. Ma vaglielo a spiegare ad una che prima di sposarsi nel prendere visione del mio 730 non era stata capace di distinguere la mia retribuzione annua lorda da quella netta. Un giorno pretese pure di poter accedere al mio conto corrente, per verificare la sua teoria che io mantenessi delle amanti con bonifici periodici. Per porre fine alle sue continue polemiche la portai persino dal direttore della banca, con il quale ho un rapporto confidenziale, per farle confermare che io non avevo un euro da parte.
Dire che ero confuso è dire poco, non facevo in tempo ad essere convinto di avere messo il problema sulla strada della risoluzione, che subito Ann si ingegnava qualcosa di nuovo per ricondurmi alla triste realtà della sua inadattabilità alla convivenza. Se il problema non era la gelosia lo erano i soldi, se non erano i soldi lo era la gelosia. Come quella volta in cui, dopo una partita vinta, fuori dalla fraschetta a Frascati, con tutta la comitiva pallavolistica minimamente alticcia, provò per la prima volta un pericoloso avvicinamento fisico alla mia "amante" Federica, finendo poi in lacrime tra le braccia della psicologa che provò a fare da mediatrice con un inutile chiarimento tra le parti. Inutile innanzitutto perché non c'era niente da chiarire, in secondo luogo perché il giorno dopo Ann, che aveva a sua volta alzato il gomito la sera prima, già non si ricordava più di niente.
Era ormai evidente come il suo vero problema non fosse tanto la thailandesità come tale (comprese le eventuali messinscene miranti solo ad alzare le pretese di denaro), quanto la sua personalissima psicolabilità, frutto probabilmente di un'infanzia e di un'adolescenza trascorse tra il complesso di Cenerontola e tutti quegli odiosi obblighi cui è sottoposta dalla famiglia e per la famiglia ogni ragazza thai di estrazione sociale non particolarmente altolocata. Ann odiava come per rigetto ogni cosa che assomigliasse ad un'imposizione, anche se poi faceva esattamente come le era stato richiesto, ma non voleva dare a vedere che aveva abbassato la testa, orgogliosa e testarda come poche.
Un frutto variopintamente colorato e succoso, ma dal sapore forte ed aspro all'interno…
2.4 - La resa dei conti
Della gelosia abbiamo già parlato, resta da approfondire il delicato e controverso rapporto che hanno i thai con il denaro. Molti li considerano un popolo bambino, per l'incapacità quasi congenita che hanno di saper gestire oculatamente le proprie finanze. A ben guardare, in effetti, ai vertici dell'economia e della politica del Paese vi sono quasi esclusivamente sino - thai, vale a dire thai di etnia cinese, evidentemente più propensi agli affari e ad una evoluzione futuristica degli stessi.
Provocatoriamente alcuni "esperti" delle abitudini di vita thai invitano, per meglio rendersi conto del loro modo di concepire il denaro, a girare per le strade di Bangkok il 28 a sera: praticamente impossibile girare, perché il 27 è stato giorno di stipendio e allora via con lo spreco e lo sperpero. Il 29 di già è un problema rimediarsi da mangiare. Personalmente credo che questo sia un paradosso esagerato, ma una delle motivazioni che porta molti farang a rifiutarsi di provvedere al mantenimento delle famiglie delle proprie mogli o anche a fornire un semplice aiuto, è la consapevolezza che quasi certamente il proprio denaro non servirà a sfamare la famiglia per un mese (una famiglia magari composta di figli maschi che attendono pacificamente l'arrivo dei finanziamenti standosene in panciolle tutto il giorno), bensì a consentire un paio di serate a base di whisky, un altro paio a base di partite a carte e qualche bella giocata al lotto.
Non è, molto spesso, cattiveria o sfruttamento della situazione, si tratta più che altro di una particolare manifestazione della propria gioia di vivere, una singolare riattualizzazione della favola della cicala e della formica. Esiste una parola thai, sanuk, per identificare questo stile di vita tendente sempre a cercare il divertimento, il lato scherzoso ed appagante delle cose.
Quello che personalmente non potevo in ogni caso tollerare era l'atteggiamento da sindacalista con il quale, armata di block-notes, Ann mi veniva a fare ai primi del mese i conteggi di quanto, secondo lei, avrei dovuto "corrisponderle" per tener fede alla parola data dei famosi 500 € mensili. A lei poco importava di tutti i contrattempi avuti, dei soldi spesi per il suo motorino, per la sua televisione, per il telefonino, per i suoi vestiti, del fatto che, sostanzialmente, non le mancasse nulla, a lei importava principalmente il saldo.
Tante, troppe volte mi masturbai il cervello a cercare di capire se queste sue forzature fossero destinate ad assolvere l'onere dei contributi da inviare alla famiglia o se, invece, lei stesse semplicemente cercando di attuare un piano di accumulo di denaro per trasformare in realtà il suo sogno di cui molto mi aveva parlato, quello di aprire un bar in Thailandia, magari dopo avermi riccamente sfanculato una volta raggiunto l'obiettivo. La sostanza, comunque, per me non cambiava: lei si stava approfittando della situazione, della mia bontà e della mia disponibilità a chiarire con calma ogni questione, laddove lei era invece sempre pronta ad alzare la voce ogniqualvolta se ne presentasse l'occasione.
L'oscar della faccia tosta se lo guadagnò a Porta Portese, il grande mercato domenicale fra Trastevere e Testaccio, dove mi recai una domenica mattina con Pierfrancesco e sua moglie Yukiko. Non contenta di quanto già ottenuto in termini di abbigliamento, Ann pensò bene di pretendere l'ennesimo vestito per l'inverno, modico costo 75 €. Le feci presente, già piuttosto innervosito, che non mi sembrava ne avesse il bisogno e che poco prima le avevo messo in mano 200 €, aggiungendo che avrebbe dovuto cominciare a provvedere alle sue spese con i soldi del mensile, visto che ormai aveva l'armadio pieno di vestiti per l'inverno. Lì per lì sembrò non battere ciglio, provando a fare le fusa senza ottenere da me nulla più che un sorridente rifiuto.
Ma quando passammo davanti al banco dei giacchetti di pelle, di cui già ne aveva uno e che comunque non costituiscono il capo di abbigliamento più indicato per l'inverno italiano, il suo sguardo cominciò a cambiare, forse anche ingelositasi del fatto che Pierfrancesco ne stava facendo provare più di uno a Yukiko (salvo poi acquistarne nessuno). Mi cominciò a guardare quasi con odio, chiedendomi una volta per tutte se ero intenzionato o meno ad accollarmi la spesa del precedente acquisto, in modo tale che la settimana seguente, ottenuto da me il saldo che le spettava, sarebbe tornata per acquistare un altro capo in pelle.
Era davvero troppo. Pierfrancesco mi invitò alla calma che non faticai a mantenere, tanto oramai avevo già programmato la resa dei conti. Presi tempo e feci finta di acconsentire, oltretutto avevo in vista un pomeriggio già abbastanza caliente per via di una partita importante e sapevo bene, oramai, come una delle tattiche preferite di Ann fosse quella di stuzzicarmi proprio poco prima dei momenti per me di maggior tensione, convinta di farmi cedere in tal modo più facilmente.
Inoltre, spesso non rammentava la strada per andare da un luogo all'altro, ma come si ricordava perfettamente dove erano situati i bancomat B.N.L., come si affrettava a segnalarmi: "hai sbagliato strada" quando non ci passavo davanti il giorno in cui attendeva lo "stipendio".
Scelsi con cura il giorno in cui prenderla inaspettatamente in contropiede, senza che se lo aspettasse: avevo notato da tempo che lei sentiva quasi il bisogno di caricarsi, di ripassare il copione prima di ogni sua "performance". In queste situazioni, come un attore prima della recita o un atleta prima della gara, sembrava estraniarsi, non ascoltare ciò che le dicevo per diversi minuti. Ogni volta che notavo questo comportamento, seguiva poi la carica dei 101 da parte sua. Evidentemente era pilotata, sapevo anche da chi, dalla sorella e da una sua amica in Thailandia.
Il mio piano prevedeva una preventiva telefonata agli amici appostati nelle vicinanze di casa mia pochi istanti prima che io aprissi le danze. Loro avrebbero citofonato una decina di minuti dopo, giusto il tempo che io le sturassi le orecchie con un discorsetto, al quale temevo avrebbe reagito con la consueta violenza, verbale e fisica.
In realtà, quanto da me temuto non avvenne e quando i miei amici entrarono in casa, facendo finta di avermi fatto una visita a sorpresa, lei era chiusa in camera da letto a riflettere su quanto da me espostole poc'anzi.
In un travolgente crescendo rossiniano le avevo mostrato tutto il mio disappunto per il comportamento da lei tenuto in quei mesi, le avevo notificato che non si doveva più azzardare a farmi presenti gli arretrati, che d'ora in avanti la cifra che le avrei corrisposto sarebbe stata di 300 € (più che adeguata per le nostre necessità mensili) e che, mazzata finale, questo sarebbe accaduto solo in teoria, dal momento che il corrispondergli cifre elevate aveva come fine originario quello di responsabilizzarla e di darle modo di occupare la giornata con la spesa quotidiana, cosa che però lei si guardava bene dal fare, rendendo a quel punto l'acquisto del motorino una spesa del tutto superflua, ingigantendo la mia incazzatura. Pertanto, ritenendo ridicolo andare a fare la spesa sempre insieme, per poi attendere che fosse lei a tirare fuori i soldi per pagare (gli stessi che le avevo corrisposto magari un'ora prima), le feci presente che a partire da quel giorno a pagare ogni cosa ci avrei pensato io e che se proprio avesse dimostrato, per il futuro, un atteggiamento meno arrogante e strafottente in merito alle sue pretese economiche, allora non avrei avuto alcun problema a corrisponderle a fine mese un cinquanta € di sua totale disponibilità. Conclusi il tutto chiedendole di riflettere bene su questo:
"Vivi con me o lavori per me?"
La reazione attesa, come detto, non ci fu Lei era spiazzata, sorpresa, reagì sbattendosi dietro la porta della camera da letto, all'interno della quale cominciò a fumare continuamente (non aveva mai toccato una sigaretta prima di allora), sino a finire un intero pacchetto di MS che mia madre doveva aver lasciato a casa mia qualche giorno prima.
Dopo un paio di ore, mentre ero a colloquio con i miei amici per fare il punto sulla situazione. Ann uscì dalla stanza con lo sguardo duro come la pietra, evidentemente pronta ad affrontare il problema in maniera risoluta.
Al grido di: "I don't come free" ebbe inizio una squallida trattativa che nel suo andare avanti sembrava riferirsi all'acquisto di un paio di jeans al mercatino, ma che invece aveva come oggetto la vita di due persone. Difatti, dopo un'aspra arringa difensiva, Ann (sorprendendoci a sua volta) anticipò i tempi ed arrivò al dunque, esprimendo chiaramente la sua volontà di tornarsene in Thailandia, previa congrua liquidazione, sulla quale si aprì una contrattazione dove io ero il banditore e lei da una parte ed i miei amici dall'altra fungevano da astanti, uno al rialzo e l'altro al ribasso. Giuro che nonostante la drammaticità degli eventi, compresi quelli passati, quasi mi scappava dal ridere nel vedere le sue espressioni mimico facciali, degne del teatro di Edoardo De Filippo, accompagnare le sue assurde richieste, motivandole con l'esigenza di non poter tornare indietro senza una cifra adeguata in suo possesso, altrimenti:
"Cosa penseranno mai di me al paese?"
Era partita da 5.000 €, ci accordammo sui 2.500, il biglietto aereo e la garanzia che sarebbe stata trattata con i guanti sino al momento della partenza.
Tralasciando la disperazione originata dal vedere crollare in tal modo tutte le mie aspettative, ignorando il disgusto suscitato dallo squallore della trattativa, non mi sembrava vero di poter mettere la parola fine per sua stessa iniziativa ad una storia che cominciava a diventare davvero assurda e grottesca.
Tutto questo avvenne ai primi di dicembre, dopo appena sei mesi dal suo arrivo. All'inizio della convivenza, mi ero ripromesso di fare di tutto per far trascorrere almeno un anno prima di tratte i primi bilanci dell'esperienza e lo stesso avevo chiesto a lei, conscio delle numerose difficoltà alle quali saremmo andati incontro, ma si era arrivati oramai ad un punto di non ritorno.
2.5 - Natale
Il nuovo capitolo richiedeva una conoscenza dei passi burocratici da compiere sul modo più appropriato di muoversi in una simile situazione. E' a questo punto che entra in scena una figura che si rivelerà di grande appoggio morale per il sottoscritto, vale a dire quella di Sisto, un amico virtuale cui Sergio, l'amico di Pesaro, parlò di me, ottenendo la sua disponibilità a consigliarmi. Sisto aveva passato da poco il mio stesso travaglio, conclusosi però in modo più sbrigativo, essendosi la sua dolce metà thai dileguatasi nel nulla, cosa che gli aveva consentito di chiedere la separazione d'ufficio. Si dimostrò da subito, dall'alto dei suoi 63 anni, uomo di grande e paternalistica saggezza, cosa che gli permise di sostenermi moralmente nei miei momenti peggiori, oltre che indirizzarmi verso le scelte giuste in materia legale per l'esperienza fatta. Lo avevo contattato ancora prima della richiesta di Ann, perché avevo già preso in considerazione l'ipotesi della separazione e volevo essere pronto per ogni evenienza.
Senza dire niente a nessuno avevo già avuto un colloquio in materia anche con Marco, l'amico avvocato con il quale avevo cominciato a confidarmi e a consigliarmi sin da prima del matrimonio.
Ecco alcuni estratti dallo scambio di e-mail avuto con Sisto sino a Natale:
Tue, 3 Dec 2002 07:35:16 +0100
Ciao Marco, Sergio mi aveva avvertito della tua richiesta di help e sono pronto a farlo, ti premetto che non sono un legale, ho dalla mia un'esperienza vissuta e una buona conoscenza del nuovo diritto di famiglia approvato nel '75 e attualmente in vigore. Non mi giri nessun coltello nella piaga perchè la mia ex era un'autentica stronza e l'ho servita a dovere, attualmente convivo felicemente con un'altra thai da oltre un anno che è tutto l'opposto della precedente.
Per prima cosa devo sapere i motivi precisi di questa tua decisione, la data e il luogo dove avete contratto matrimonio, se tua moglie è in grado di capire ed esprimersi in italiano e se ha contatti con altre thai. Le procedure per la separazione possono essere due, la congiunta consensuale, abbastanza rapida e poco costosa, la giudiziale più lunga e costosa, tutte e 2 presentano vantaggi e svantaggi, è bene prima avere una visione generale della situazione e poi decidere.
Thu, 5 Dec 2002 06:48:03 +0100
Ciao Marco, la tua storia è molto simile alla mia e a quella di tante altre unioni Italo\Thai. Sono del parere che la colpa di questi fallimenti è dovuta maggiormente a nostre responsabilità, in pochi giorni ci illudiamo di aver capito tutto di un paese la cui storia, cultura e modo di vivere è lontanissima dalla nostra occidentale, spendendo in viaggio e breve soggiorno quello che è il reddito annuale di un contadino thai, ingeneriamo un processo informativo difficilmente reversibile, ci comportiamo da ricchi e come tali veniamo considerati. Ho sentito il dovere di fare questa premessa perchè sono fermamente convinto, malgrado l'esperienza negativa, che per un italiano l'unione con una thai è possibile e gratificante, prese per il verso giusto, rispetto alle nostre, sono donne eccezionali la cui dedizione al loro uomo è totale, se non ci vestiamo di umiltà cercando di capire i loro comportamenti che a noi sembrano assurdi e che per loro sono assolutamente normali, non potremo mai costruire un unione seria.
Da quanto mi esponi intravedo verità e bugie (ricordati che la bugia in Thailandia non è per niente disdicevole come da noi), ho buone dosi d'intuizioni ma non sono un indovino per cui dovrai essere tu a giudicare, tieni presente che generalmente sono ingenue e non dotate di grande acume.
Ritengo che la tua Ann sia stata imbeccata da qualcuno che gli ha detto che restando tua moglie ha tutto da guadagnare, aggiungi che per una thai tornare in Thailandia non ricca sarebbe un grosso scorno di fronte ai suoi e conoscenti. Gli avranno detto che la breve durata del matrimonio non gli consente di sperare di vedersi assegnato un mantenimento in sede di separazione, cosa che potrà ottenere più facilmente in futuro. Ora attenzione se la tua intenzione è quella di separarti perchè non ritieni possibile la convivenza sappi che oltre alla sua disponibilità di firmare la richiesta di separazione consensuale, ad evitare sorprese, ti occorre una dichiarazione, convalidata da un'interprete ufficiale, che fra di voi si è raggiunto un accordo economico "una tantum" e che oltre alle spese di viaggio per il rientro in Patria non ci saranno richieste per il futuro, questo ad evitare che in futuro dimostrando facilmente il suo stato d'indigenza, con l'appoggio di un legale (magari dell'ambasciata) non possa chiederti l'assegno di mantenimento.
C'è da valutare anche un'altra possibilità e cioè che lei non ha nessuna intenzione di rientrare in Thailandia, ricorda che essendo tua moglie ha un permesso di soggiorno che le consente anche attività lavorativa, può anche essere che l'abbiano consigliata su questo per soddisfare gli appetiti dei suoi il che sarebbe perfettamente normale, in Thailandia non essendoci ammortizzatori sociali si mettono al mondo figli per assicurarsi la vecchiaia.
Prima di conoscere le sue effettive intenzioni tralascerei qualsiasi incontro con la thai laureata, la cultura è un'arma.
Ti saluto. Sisto.
PS . Le thai sono molto gelose del loro uomo, la mia Goi, che ha 26 anni meno di me, lo è in modo viscerale.
Appare evidente come nell'animo del buon Sisto esistesse una certa speranza e convinzione che le cose si potessero sistemare. Un rafforzativo a questa tesi lo ricevetti dopo due - tre giorni dal comportamento di Ann, quando si avvicinò silenziosamente alle mie spalle mentre cenavo, mi cinse le braccia intorno al collo e, sciogliendosi in un pianto sommesso, mi sussurrò dolcemente e docilmente all'orecchio di non voler più tornare, di voler rimanere, pregandomi di non mandarla via e promettendomi che avrebbe fatto di tutto per cambiare.
Io, ormai disilluso su tutto, attribuii questo suo ripensamento ad una serie di doppiogiochi: forse il dover attendere almeno sei mesi dall'aver contratto matrimonio per motivi giuridici, forse il non avere avuto il benestare al rientro dalla famiglia, forse il non avere pronto un sostituto tedesco o inglese come magari qualche giorno prima si aspettava. Controllai i tabulati telefonici, ma le uniche telefonate le aveva fatte a casa sua, quindi scartai quest'ultima malignità. Per verificare le altre ipotesi feci qualcosa di scorretto, cominciando ad aprire e a far tradurre le lettere che Ann mi consegnava affinché le inviassi alla famiglia, ma i contenuti delle stesse non davano adito alle mie supposizioni.
Un episodio in particolare sembrò accreditare la sua buonafede: il pianto dirotto con il quale gettò le braccia al collo dell'insegnante di italiano, non reggendo la tensione psicologica di quel momento che lei aveva voluto impostare come un addio alla scuola, alle compagne, all'insegnante, dando il primo segnale che finalmente si era attaccata a qualcosa o a qualcuno. Di questo fatto me ne parlò la stessa Anna, l'insegnante, con la quale mi intrattenni a lungo in una conversazione nel corso della quale mi confessò di avere da tempo sospettato che ci fosse qualcosa che non andava nel nostro rapporto. Io le raccontai la storia dall'inizio e lei non potè fare a meno di confermarmi che nella testa della ragazza c'era qualcosa che non andava dal punto di vista psicologico, arrivando a definire i suoi comportamenti come qualcosa di vicino all'autistico, dal momento che in tutto quel tempo, a differenza di tutti gli altri alunni, Ann non era stata capace di dare inizio a nessuna amicizia, senza mai lasciarsi coinvolgere emotivamente o concedere eccessive confidenze a chicchessia. Ci lasciammo con la promessa che l'avrei tenuta aggiornata sull'evolversi della vicenda.
Io non avevo infatti potuto dare una risposta certa sulle mie intenzioni nè a lei nè tantomeno ad Ann, perché non mi si poteva certamente chiedere di decidere della mia vita in cinque minuti, soprattutto cambiando programmi con la stessa facilità con cui si può decidere il film da vedere al cinema.
Più di ogni altra cosa dubitavo ormai della mia capacità di sopportare ancora, disilluso e tradito come mi sentivo, tutte le difficoltà a cui inevitabilmente si va incontro quando ci si imbarca in un'avventura del genere.
Mi domandavo non tanto se sarei stato capace di credere alla sua buona fede, ad un suo reale desiderio di cambiamento, ma piuttosto se avrei potuto avere ancora la forza e la volontà di affrontare tutti i problemi come avevo fatto sino ad allora, con lo stesso spirito e la stessa tempra, adesso che su quel fuoco divampante che avevo in corpo era stata gettata una poderosa secchiata d'acqua.
Nel frattempo avevo informato dell'accaduto Sisto, che così mi rispose:
Sat, 7 Dec 2002 07:42:35 +0100
Ciao Marco, mi rendo conto delle tue perplessità e sono d'accordo che vivere in continuo stato di tensione con una persona di cui hai perso ogni fiducia è a dir poco deprimente.
Comunque poichè mi hai interpellato per avere consigli "tecnici" per uscire, con una separazione, da questa situazione, mi limiterò a prospettarti le varie eventualità che possono scaturire da questa tua decisione. Se poi ritieni opportuno raccontarmi l'intera storia e cioè come l'hai conosciuta, quanti anni ha lei e se ha figli, quanti ne hai tu ecc., mi posso fare un quadro più esatto dell'intera vicenda.
L'attaccamento morboso che ha nei tuoi confronti non è sufficiente a dimostrare un sincero pentimento, le thai sono istintivamente possessive, mentono con una disinvoltura a noi sconosciuta e, come in genere tutti gli orientali, raramente lasciano trasparire le loro vere emozioni. Non è neanche indicativo il dire agli amici "ci vediamo fra sei mesi": per la loro predisposizione a mentire e per il diverso concetto che hanno del tempo, ha lo stesso valore di quando noi diciamo a qualche conoscente, ci vediamo.
Nel mio caso diciamo che sono stato ... fortunato, siamo arrivati in Italia il 15 giugno 2001 si è resa subito conto che non ero il tipo da farmi spennare e che non ero affatto disposto a esaudire le sue post richieste, dopo una settimana le dovetti bloccare il telefono per non arricchire la Telecom, in conclusione il 9 luglio 2001 ebbe la felice idea di scomparire con i suoi effetti personali, presi la palla al balzo e dichiarai immediatamente la scomparsa alla Polizia di Stato, raccontarti gli sviluppi, i vari interventi dell'Ambasciata sarebbe troppo lungo, ho chiesto la separazione giudiziale che proprio in questi giorni è andata a sentenza, quindi la mia storia sotto gli aspetti conclusivi è molto diversa dalla tua, la mia allontanandosi e rendendosi irreperibile mi ha di molto facilitato il tutto.
E' vero che le thai non si avventurano in battaglie legali, ma attenzione se tornano in Thailandia gli sarebbe praticamente impossibile per l'alto costo promuovere una causa civile in Italia, notifiche, documentazione e atti tradotti e legalizzati, ma se resta in Italia la cosa cambia radicalmente, e poichè insisto nel ritenere che tua moglie è imbeccata da qualcuno, non necessariamente dall'Ambasciata, ti raccomando di prendere vivamente in considerazione questa possibilità.
Quindi a te conviene con una liquidazione una tantum che lei sia disposta a firmarti la consensuale e una dichiarazione di senza nulla a pretendere per presente e futuro.
Ti consiglio anche di considerare con pacatezza obbiettiva che il suo pentimento sia sincero, che il suo affetto nei tuoi confronti si è unito alla considerazione che con te farà una vita migliore che in Thailandia. Sarebbe un peccato se le cose fossero effettivamente così e perdere una donna che ti può dare molto. Il suo atteggiamento potrebbe essere scaturito da una sorta di prova dovuta a cattive informazioni circa il farang buono e fesso, una volta constatato il tuo carattere deciso potrebbe seguirti come un cagnolino, che d'altronde è il loro solito comportamento di fronte all'uomo thai.
Fammi sapere, ti saluto
Wed, 11 Dec 2002 07:53:44 +0100
Ciao Marco, con le informazioni che hai aggiunto penso di avere un quadro abbastanza preciso sulla situazione, mi manca per completarlo il sapere quali discorsi e quali accordi avete fatto prima e dopo il matrimonio circa la figlia di Ann. Ho l'impressione che tu abbia fatto gli stessi sbagli che ho fatto io con la prima, che consistono in generale nell'avere avuto la presunzione di capire in breve tempo una cultura e un modo di agire profondamente diverso dal nostro. Il contesto sociale in cui vive una donna thai è aberrante rispetto al nostro dove le donne, ormai sature di emancipazione, si avviano ad instaurare un feroce matriarcato in cui loro sono il simbolo e noi l'oggetto. Molte thai si vendono primo perchè è ritenuto un modo come un altro di guadagnarsi da vivere, secondo perchè la famiglia le spinge a farlo per poter sopperire alle proprie necessità, nulla a che vedere con il nostro concetto della prostituzione, conosco amici che hanno sposato ragazze dei go-go bar che si ritrovano donne eccezionalmente fedeli e madri esemplari. Non voglio entrare nel merito di quelle che saranno le tue decisioni, ma consentimi in virtù dei miei anni (63) e della mia esperienza di consigliarti di non chiudere una porta senza aver prima attentamente valutato cosa c'è oltre la stessa.
La gelosia di una thai è fatta anche di ombre, per l'uomo thai tradire la propria moglie è una regola e loro vedono potenziali nemiche dappertutto, questo spiega in parte la loro riluttanza ad allacciare amicizie, con mio enorme stupore la mia Goi quest'estate era gelosa della moglie di un mio caro amico che ha 70 anni, ai primi di ottobre è venuta a trovarci una coppia Italo/Thai da Napoli, ora dovrei ricambiare la visita, anche per esigenze di shopping, abito in un piccolo paese della Calabria, ebbene si è già messa in testa che voglio andare per la ragazza perchè è più giovane e carina, se dicessi queste cose ad un italiano che non ha mai avuto a che fare con una thai, pensi che mi crederebbe?
In conclusione voglio dirti, come se parlassi a mio figlio che ha 40 anni, dimentica i fantasmi del passato e pondera la possibilità che la ragazza sia effettivamente attaccata a te, il problema che devi superare, e in questo particolare momento sei in condizione di farlo, è quello di scardinare il cordone ombelicale che ancora la lega alla famiglia (di delinquenti). Non è facile, lo so, ma non impossibile, comincia a fregartene che il fratello vada in galera, cerca di farle capire che prima o poi ci andrà lo stesso e che non sono cazzi vostri, imponigli delle regole che deve rispettare se vuole ancora essere tua moglie, fagli capire che in Italia senza di te non è nessuna e che tu puoi facilmente rimandarla a casa senza darle una lira.
Ti saluto Sisto
Sat, 14 Dec 2002 11:58:36 +0100
Ciao Marco, mi avevi contattato per consigli legali, mi rendo conto, invece, che mi sto comportando come un consulente matrimoniale. Lungi da me il ficcare il naso nei tuoi affari, specialmente quelli di cuore, se lo faccio è perchè mi sembra d'intuire che adoperando buona volontà e raziocinio il tuo matrimonio si possa salvare. Forse la mia è presunzione e deriva dal fatto che io e mio figlio ci consideriamo, magari immeritatamente, consulenti esistenziali; lui a Torino (dove vive) tiene addirittura dei corsi a coppie in crisi e a single depressi. Non mi fraintendere, lo fa assolutamente gratis, per vivere fa il grafico, noi riteniamo che aiutare gli altri sia un modo di arricchirsi interiormente.
Scusa il preambolo e veniamo a voi, mi sembra che da parte tua ci siano dei preconcetti e delle paure che esistevano ancora prima che decidessi di sposarti e che evidentemente pensavi di superare rientrando nel tuo mondo. Non credo che non hai tenuto conto che una volta in Italia saresti andato incontro a problemi di adattamento e a richieste varie da parte sua, il comportamento di Ann che emerge da quanto mi scrivi è più o meno il comportamento che tutte le thai, mogli o no, hanno quando mettono piede in un Paese lontano dalla loro cultura. Una distorta informazione che hanno sul ricco mondo occidentale e l'ostentazione di apparente benessere delle nostre città contribuiscono a formare nella loro testa una visione distorta della realtà, la mancanza poi di poter comunicare se non con enorme difficoltà crea delle vere e proprie barriere.
Ora, tenendo conto che ti ha seguito malgrado i consigli della sorella zoccoletta (che è stata fortunata, perchè i thai di solito trattano malissimo le loro donne), significa che aveva del sentimento nei tuoi confronti e tuttora te lo dimostra ampiamente, provare lasciando da parte fisime e prese di posizione irrigidite non ti costa niente, tu hai il coltello dalla parte del manico e devi farglielo capire magari ricorrendo all'aiuto della connazionale di Songkhla, certo che ti devi onestamente interrogare se da parte tua esistono ancora quei sentimenti, seppure affievoliti, che ti hanno indotto al matrimonio.
Se ci sono, allora dagli tempo e comincia a dettarle le tue regole con dolcezza, fermezza e la pazienza che si deve avere con un bambino, imparala a farla crescere nella nostra società gradatamente e senza aspettarti miracoli, tieni conto che il loro rapporto con il denaro è molto diverso del nostro, un thai è capace di spendere in una sera quello che ha guadagnato in un mese senza porsi la domanda se il giorno dopo ha da mangiare, comincia ad assegnarle una piccola cifra mensile che potrà a suo piacimento adoperare per consumi personali o accumularli per mandarli ai suoi, insomma se son rose fioriranno.
Thu, 19 Dec 2002 07:46:30 +0100
Ciao Marco, certamente hai fatto una grossa cassata ad affidarle 500 E.= 20.000 baht, gli hai risvegliato l'avidità congenita, alla mia donna do 50 E. al mese, all'inizio diceva che li avrebbe accumulati per mandarli alla madre, poi quando si è resa conto che non gli compravo più niente di personale ci avrà ripensato sopra, se li gestisce oculatamente per le sue esigenze e a casa non ha mai mandato una lira. Può darsi veramente che Ann si è resa conto della realtà e sia rientrata nei ranghi, fai bene ad affrontare serenamente un periodo di prova, la verità verrà senz'altro a galla.
Auguro ad entrambi un felice Natale e un nuovo anno all'insegna della pace e tranquillità.
2.6 - Duello rusticano
Ann sembrava veramente felice del fatto che, comunque sia, ogni decisione definitiva fosse stata rinviata a dopo le feste, probabilmente convinta, nella sua manifesta approssimazione ad approcciare i problemi, che sarebbe riuscita a farmi cambiare idea e che tutto sarebbe ricominciato da capo come se niente fosse stato. Senza che ciò costituisse per me motivo di un affrettato ripensamento, notavo che si sforzava davvero di mettere in mostra solo i suoi lati positivi, vale a dire dolcezza e femminilità. L'unica condizione che pose, proseguendo nelle sue paranoie comportamentali, era quella che io non rivolgessi mai la parola alla mia "amante", perché altrimenti non avrebbe risposto delle sue azioni. Sembrerà incredibile, ma Ann passava buona parte dei suoi "compiti a casa" a scriversi frasi sconnesse in italiano, con le quali apostrofare nella maniera più adeguata quella colei che aveva eletto al rango di sua rivale mortale. Un pomeriggio, a casa, avevo quasi le lacrime agli occhi dal ridere nel sentirla ripetere a voce alta, come si trattasse di una poesia di Natale o di una recita scolastica, la seguente frase:
"Vuoi scopale mio malito? Se vuoi te lo plesto ma me lo devi chiedele".
Al debutto in sala, il copione fu molto più stringato ed immediato:
"Vaffanculo, puttana!"
La pazienza dimostrata dalla persona oggetto del suo odio non fu da poco, anche se qualche trasfertina al seguito dei miei ragazzi, pur suo elementare diritto, poteva pure risparmiarsela, per consentirmi di passare qualche minuto di tranquillità durante i lunghi tragitti, quando dovevo stare attento a non rivolgere neanche lo sguardo nella direzione della macchina in cui lei si trovava, magari in fase di sorpasso.
Una novità negativa fu costituita dalla notizia del fratello di Ann ricercato dalla Polizia a seguito di una colluttazione, nel corso della quale avrebbe inferto una coltellata al rivale. La cosa bella era che Ann non si preoccupava tanto di un eventuale arresto da parte degli agenti, quanto dell'eventuale ritrovamento del fratello da parte dei familiari della vittima, nel qual caso o sarebbe stato in grado di riparare col denaro all'offesa recata, oppure se la sarebbe vista davvero brutta. Cose da medioevo.
Molto probabilmente si trattava di un'invenzione, di un preambolo per giustificare la sua richiesta di denaro, quasi a discolparsi moralmente, visto che mettendo così le cose i soldi le sarebbero occorsi per salvare la pelle al fratello, il quale, oltretutto, si sarebbe messo nei guai proprio per difendere l'onorabilità di Ann, malgiudicata poco prima dall'accoltellato per avere sposato un farang. Ma guarda combinazione...
Questo stato di pace apparente fu vanificato dal seguente episodio, accaduto forse a seguito di una pianificazione di Ann su dettame dei suoi "consiglieri", che presumibilmente le avevano comunicato che i tempi per il suo rientro erano maturi. In occasione dell'ultima partita prima della sosta natalizia, nei minuti che precedevano l'inizio del match, Ann mi convinse con l'inganno a prestarle il mio cellulare, dicendomi che le occorreva per telefonare ad una sua amica di scuola di nazionalità rumena. In effetti ciò faceva parte di un accordo (io stesso avevo parlato con la ragazza in mattinata) e non faticai a dare il mio portatile ad Ann, felice che finalmente avesse trovato una persona con la quale parlare ed incontrarsi. D'altra parte il Nokia che le avevo fornito era sparito pochi giorni prima a casa di mia madre in occasione di una visita di mia sorella, per la quale provvederà Dio a farle capire la vigliaccheria di un furto simile in un contesto del genere.
Insomma, ci cascai con tutte le scarpe. Ann uscì dall'impianto sportivo e dopo un po' i telefonini di alcune delle ragazze presenti cominciarono a squillare uno dopo l'altro. Tutte ebbero la prontezza di riflessi di non rispondere, perché sul display compariva sistematicamente la scritta "Marco", solo che in qual frangente mi vedevano in panchina intento a seguire lo svolgersi della gara, non certo a fare telefonate. Quella pazzoide aveva sbloccato la tastiera, aveva avuto accesso alla rubrica ed aveva scoperto il mio più imperdonabile peccato, quello di non aver mantenuto la promessa fattale di eliminare tutti i numeri di telefono delle donne di mia conoscenza. Ormai era in grado di leggere in italiano e figuratevi l'attacco di bile che le prese, quando scoprì che di numeri di telefono catalogati con l'odiato nome Federica ne avevo ben tre (sarebbe stata fatica sprecata spiegarle che si trattava di tre differenti persone).
Ebbe solo il buon gusto di attendere la fine della partita per venirmi a chiedere spiegazioni dell'orribile misfatto in maniera non proprio cordiale. Io non le diedi importanza e, come consuetudine, mi intrattenni a fine partita a scambiare qualche impressione con gli addetti ai lavori.
Ann si allontanò furiosa fuori dall'impianto. Non potei a quel punto non concedere un minuto di attenzione a quanti tra giocatori, amici e accompagnatori vari, mi facevano presente come anche loro cominciassero ad averne abbastanza di questa situazione di continua tensione. Tra di loro si trovava anche la mia "amante". Fu proprio in quei due - tre secondi che le rivolsi la parola, che il fato riportò Ann all'interno della palestra, giusto in tempo per vedersi compiere sotto i suoi occhi tale immondo sacrilegio.
In un attimo, da lei credo sempre fortemente voluto e adesso finalmente realizzabile, provò a balzare alla gola dell'odiata meretrice, fermata prontamente dall'intervento di altre agguerrite donzelle. Certo che Ann di coraggio ne dimostrava parecchio, cercando lo scontro fisico, lei così esile e gracilina, con donnoni dal metro e settantasei in su, apparentemente incurante delle conseguenze. Ciò che mi preoccupava maggiormente era però la consapevolezza della sua malsana abitudine di tenere costantemente un coltellino nella sua borsetta o nelle tasche.
"Non si sa mai" mi disse un giorno, rispondendo alla mia richiesta di chiarimento sul perché di una tale necessità.
Alla fine della corrida, mi riferì di avere gettato il mio Nokia nel cestino, con relativa scheda telefonica contenente numeri di telefono per me molto importanti per il lavoro. Non ci credevo molto (le sarebbe stato sufficiente estrarre la scheda), pensai che stesse accumulando telefonini da rivendersi in Thailandia a qualche farang italiano, ma tornai all'impianto di S. Paolo per cercare nei cestini, ma niente da fare. Dovevo rassegnarmi a comprare un nuovo telefonino.
Ann sembrava davvero aver accusato il colpo a livello di tensione emotiva e ci ritrovammo in breve al Pronto Soccorso più vicino per il principio di svenimento che la colse.
Una volta a casa, come era prevedibile fu ancora una volta lei a prendere l'iniziativa, comunicandomi la sua intenzione di voler rientrare al più presto in Thailandia. Fui durissimo nel farle presente di pensarci molto bene, prima di rendersi protagonista dell'ennesimo lunatico capriccio, perché questa sarebbe stata l'ultima volta che le avrei consentito di farsi gioco della mia vita futura, di cambiare programmi sui nostri destini come fosse un gioco puerile.
Ann si dimostrò irremovibile e conseguente fu allora la mia prima richiesta di convocazione davanti all'avvocato (il mio amico Marco), che fissammo congiuntamente per dopo le feste.
A seguito dell'aggressione la volli punire, annunciandole la mia intenzione di non farle alcun regalo di Natale. Lei replicò con i fatti, sfilandomi, cosa che non si era mai azzardata a fare prima (facendole guadagnare la mia fiducia), 100 € di soppiatto dal portafoglio. Un episodio riguardo il quale feci finta di niente, ripromettendomi di non metterle più in mano un euro sino alla sua confessione.
Nel frattempo trascorremmo il Natale quasi serenamente e saltò anche fuori il mio telefonino. In prossimità dell'ultimo dell'anno avevo programmato di passare la serata ad una festa di amici. Non avevo voglia di festeggiare un bel niente, non avevo intenzione né possibilità di spendere soldi in locali e poi volevo stare con i miei amici più cari, tra i quali anche coloro che avevano presenziato alla contrattazione economica. Fu, forse, proprio la loro annunciata presenza che spinse Ann a rifiutare l'invito, minacciando ovviamente sconquassi nel caso io mi fossi recato da solo alla festa. Non battei ciglio, misi in conto anche questo, mandai giù l'ennesimo calice amaro, ma le annunciai il nuovo programma: cena a casa di mia madre e a ninna presto.
Quando già si preannunciava un'altra serata di tensione, la mattina del 30 dicembre mi squilla il telefono ed una voce distintamente riconoscibile come veneta mi saluta allegramente e mi interroga:
"Ciao, Marco, indovina chi sono?"
"Ueilà, ciao Giovanni!" risposi, convinto si trattasse di mio cugino di Verona.
"Ma no, sono Stefano di Treviso, sono qui a Roma con la mia donna, perché non ci vediamo?"
Si trattava di un amico conosciuto su Internet, il primo al quale all'epoca avevo scritto per avere consigli sul visto. Avevamo avuto uno scambio di e-mail, salvo poi perderci di vista, anzi di tastiera. Era venuto a Roma per un breve viaggio e per trascorrere il Capodanno.
Quando lo misi al corrente della mia situazione raffreddai di molto il suo entusiasmo, Stefano sembrava rammaricato di avermi "disturbato" nella mia pena, presentandosi con la sua dolce metà Pom, di Udon Thani, quasi ad ostentare invece la sua fortuna nell'avere instaurato un'ottima relazione. Non erano ancora sposati, benchè lei fosse da un anno in Italia, ma erano in procinto di farlo a breve.
Ann, nonostante la diversa provenienza geografica di Pom (circa 1.300 Km. tra Udon e Surat) legò subito con questa ragazza, per la prima volta notavo che era allegra e spensierata come in Thailandia, la vedevo dialogare a lungo, ridere, scherzare e divertirsi. Anche solo per doverosa ospitalità avevo già deciso di guidare Stefano e Pom per Roma, quindi trascorremmo insieme tutto il tempo a disposizione, raggiungendoli all'albergo dove alloggiavano nel quartiere Prati.
Praticamente sempre, io e Stefano ci scambiavamo le nostre reciproche impressioni (io mentii ad Ann, promettendole che mi sarei limitato a riferire che il nostro rapporto non andava bene senza scendere nei particolari) e le ragazze le loro. Passammo davvero dei bei momenti insieme, ma persino Stefano mi disse un giorno, avendo assistito ai comportamenti lunatici e capricciosi di Ann:
"Ma come fai a sopportarla?
L'ultimo dell'anno lo attendemmo, manco a dirlo, cenando al ristorante thai di Via Ozanam a Monteverde, per poi spostarci dopo la mezzanotte in un pub di Campo de'Fiori, dove per poco non dovetti dare una robusta sgrullata ad un personaggio particolarmente su di giri per la contemporanea presenza nel locale di due thailandesi carine e sorridenti.
Dopo un paio di giorni la coppia ci lasciò non senza un certo reciproco rammarico, facendo pronto rientro in provincia di Treviso.
2.7 - L'inferno
Da febbraio a maggio passai il periodo emotivamente più difficile, anche perché ricominciarono a moltiplicarsi i problemi personali con le assurde attese dell'altrettanto assurda burocrazia, alla quale, pur con tutte le istanze di sollecito, sembrava non interessare il fatto che mi trovassi a convivere con un imprevedibile soggetto psicolabile, il quale, oltre a costituire agli estremi un pericolo concreto per la mia e la sua incolumità, si poteva sempre rendere protagonista di ulteriori ripensamenti o di nuovi ricatti.
Viste le immancabili complicazioni e le lungaggini burocratiche, pensai anche di rispedirla in Thailandia già dopo la presentazione dell'istanza di separazione e senza attendere l'udienza. Così, solo per rifiatare un poco attendendone il rientro a data fissata, ma non era una buona strada da percorrere, perché Ann avrebbe così avuto tutto il tempo e la possibilità di riorganizzare le idee, fomentata e pilotata dalla sorella, finendo magari con il giocarmi qualche brutto tiro a sorpresa. In più avrei dovuto pagare un altro biglietto aereo andata-ritorno Bangkok-Roma.
Ancora una volta mi fu di grande aiuto Sisto. In realtà non è che non sapessi come muovermi, ma anche il cristiano che va domenicalmente a Messa conosce già il contenuto dell'omelia, eppure trova beneficio spirituale nel sentirsi confermare gli insegnamenti ricevuti. Così io trovavo nello scambio di e-mail con Sisto non solo uno sfogo con chi poteva veramente capire la situazione in cui mi trovavo, ma anche, al tempo stesso, un rafforzativo alle strategie da seguire.
Sun, 19 Jan 2003 07:23:33 +0100
Ciao Marco e buon anno anche a te, mi dispiace che il Natale non sia stato proficuo per un felice proseguo del matrimonio, la decisione di separarvi lascerà inevitabilmente l'amaro in bocca a tutti e due, lei si accorgerà ben presto che un marito non si trova tutti i giorni e ne verserà lacrime amare, a te resterà la nostalgia di una persona che, malgrado le pazzie commesse, è stata capace di darti quella dolcezza e tenerezza che solo una thai sa dare. Credimi, ne ho assaggiate di tutti i colori, ma quello che sa darti una thai non ha eguali al mondo.
Veniamo al motivo principale per cui mi hai contattato la prima volta, non mi dici se avete già presentato istanza congiunta di separazione presso la Cancelleria del Tribunale, questa prassi (a differenza del divorzio) non richiede obbligatoriamente l'assistenza di un legale. Ti consiglio vivamente di farvi rappresentare entrambi da un solo legale che ti consiglierà su come evitarti future sorprese. Ricordati che il coniuge più forte è sempre tenuto a provvedere alle necessità del coniuge più debole, se Ann resterà in Thailandia non si pone il problema, ma se istigata o chissà per quale ragione decidesse di ritornare in Italia, ti potrebbe senz'altro creare qualche difficoltà.
Avviate comunque le pratiche della separazione, ebbi bisogno di tradurre i documenti. La traduttrice consigliatami dall'Ambasciata Thai rappresentava ai miei occhi tutto quanto di buono mi ero augurato e mi aspettavo per Ann: bene inserita socialmente e nel lavoro, con due splendidi bambini, innamorata del suo Paese ma consapevole della fortuna avuta. Ann aveva imparato da sola un pur smozzicato inglese in meno di un anno: dalla prima volta in cui ci intendevamo più a monosillabi e a gesti che in altro modo, eravamo arrivati ad affrontare delle vere e proprie conversazioni di molteplice interesse. Credo che in poco tempo avrebbe potuto fare altrettanto con l'italiano.
Ottenute le traduzioni, ci recammo all'Ambasciata Thailandese per la legalizzazione dell'istanza di separazione. Qui ebbi la sventura di incrociare una sua connazionale che stava svolgendo le pratiche di matrimonio insieme al futuro marito italiano. Il tizio non era mai stato in Thailandia e l'aveva conosciuta in un'altra nazione europea, dove lei viveva da diversi anni dopo il divorzio dal primo marito. Questa thai rappresentava un esempio raro di donna che rimane in farangland dopo la separazione. Sapeva il fatto suo e costituiva, con i suoi possibili consigli, un grave pericolo per la mia posizione. Mise Ann al corrente dei suoi diritti (marci), le consigliò di non accontentarsi di poco, in parole povere rischiai di vedere stravolti i miei piani.
Ann provò la carta degli alimenti dopo le dritte della connazionale all'ambasciata: l'indomani mattina, mentre mi infilavo il cappotto per uscire di casa, mi chiese dove stessi andando. Stupito per la sua richiesta, le risposi:
"Come dove vado, lo sai, no? Vado al Tribunale di Velletri a consegnare l'istanza di separazione".
Puntuale, arrivò la novità che temevo. Con lo stesso tono cantilenante di un bambino che ripete una nenia, Ann mi disse:
"Ma io ho cambiato idea, non voglio più la separazione, se io torno adesso in Thailandia non ho un lavoro, come faccio a campare ogni mese?"
Quelle due parole alla fine della frase, ogni mese, pronunciate calcando il tono della voce, mi fecero capire tutto senza ulteriori richieste di spiegazioni e di chiarimenti. Neanche le risposi e mi recai a fare quanto previsto. La mia risposta Ann la trovò nei miei comportamenti: la misi letteralmente a pane e acqua, misi il blocco telefonico per impedirle di ricevere direttive, non le misi più un soldo in mano, cominciai ad essere scostante e scortese, senza rivolgerle la parola per giorni.
Dopo un primo assaggio di questo trattamento durato circa quattro giorni, le notificai aspramente:
"Questa è la vita che ti aspetta se vuoi rimanere qui"
Andammo avanti così altri cinque giorni e, come previsto, notai che Ann cominciava a sciogliersi, dando sempre più l'impressione di recedere dai suoi intenti bellicosi, sino a quando, evidentemente sprovvista di indicazioni sul modo di comportarsi in simili circostanze, si arrese. Così Sisto mi scriveva in quei tristi giorni:
Thu, 23 Jan 2003 07:09:58 +0100
Ciao Marco, la guerra è dichiarata è non ci sarà pace, l'unico augurio e di concluderla con un buon armistizio. Sono contento che ti avvali dell'assistenza dell'amico legale, in questi casi il fai da tè può essere pericoloso. Ti scrivo con la presunzione di darti ancora qualche buon consiglio. Non ti fare l'idea che le thai siano intelligenti, non lo sono affatto, è il tuo atteggiamento che gli da adito di apparire astuta, se lo era ti avrebbe tenuto come marito sopportando magari anche le corna, come sono abituate a fare al loro paese. In Thailandia non l'aspetta una bella vita avrà di che pentirsi amaramente (come ha fatto la mia ex che se potesse tornare indietro si lascerebbe tranquillamente calpestare), il tuo civile comportamento è preso da Ann come segno di debolezza, per cui cerca di approfittarne, non per astuzia ma per opportunismo. In questo sono brave, non ti dico di maltrattarla ci mancherebbe altro, benchè ci siano abituate dai loro uomini, ma non mostrarti molto tenero nei suoi confronti, rischieresti senz'altro che aumenti le sue pretese, falle capire che ti ha rotto i coglioni e che se insiste a non volere firmare avrà da te solo lo stretto necessario per vivere e che è il solo dovere che la legge t'impone. Per il biglietto aereo ti consiglio la semplice prenotazione, non puoi rischiare di acquistarlo per il giorno dell'udienza, qualche volta può capitare che l'impedimento del Presidente del Tribunale, aggiorni l'udienza in altra data, in questo caso non ti resterebbe il tempo per il rimborso.
Sun, 26 Jan 2003 07:16:21 +0100
Ciao Marco, che sia farina del suo sacco o che sia consigliata, a questo punto poco importa, lei è convinta di averti in pugno e di poter trarre il maggiore vantaggio economico dalla faccenda, quindi non aggravare gli errori che hai già commesso con oscure minacce ma agisci dandole un esempio di cosa gli aspetta se continua in questa sceneggiata, falle capire che il potere c'è l'hai tu e non lei, ignorala completamente, limitagli l'uso del telefono e prendi in considerazione l'idea, se continua con le minacce del coltello, di presentare un esposto alla Polizia di Stato, in cui senza alcuna vergogna descriverai l'ambiente in cui l'hai presa e che ti sei dovuto presto rendere conto che la sua intenzione è solo quella di spolparti. La convocheranno e le calmeranno i bollenti spiriti.
Farla tornare adesso in Thailandia è pericoloso, certamente alzerà le pretese per ritornare a firmare, questa serenità rischierebbe di costarti cara, non esiste la separazione d'ufficio, l'unica alternativa alla consensuale è quella giudiziale, dichiarare in quella sede la scomparsa di Ann andrebbe supportata da una dichiarazione/denuncia presentata in precedenza alle autorità, avendole comprato il biglietto sarebbe una falsa dichiarazione, che se scoperta ti procurerebbe una denuncia penale, quindi si paventerebbe l'ipotesi in sede giudiziale, di notifiche presso la sua residenza in Thailandia con le conseguenze che puoi immaginare. In concreto ti conviene stringere i denti e sopportare qualche mese d'inferno.
Sapevo che la mia non era una vittoria definitiva, ma volli sperimentare cosa sarebbe successo in caso di riattivazione della linea telefonica. A distanza di un giorno ebbi la conferma che aspettavo, perché non posso considerare una semplice coincidenza l'episodio che vado a raccontare: a seguito di una banale discussione, dove lei intendeva proibirmi di fare servizio d'ordine in un locale per racimolare qualche soldo (i costi di traduzioni e istanze erano stati, tanto per cambiare, decisamente esosi), mi vidi arrivare un diretto in bocca mentre guidavo, transitando sulla via di tutti i giorni e a lei ben conosciuta. Persi il lume della ragione: accostai, scesi, le aprii lo sportello, la tirai giù dalla macchina e, quando già avevo un collo piede caricato e pronto ad infrangersi sul suo bel musetto, mi resi conto di come stessi per cadere da emerito deficiente nella trappola tesa. Ci trovavamo infatti proprio davanti alla Criminalpool e già stavano dirigendosi verso di noi diversi poliziotti in divisa. L'intento di Ann era palese: provocarmi davanti alla polizia per determinare una mia reazione violenta con le conseguenze del caso. Non vi era alcun dubbio che la riattivazione del telefono aveva repentinamente portato i suoi frutti, perché di certo qualcuno aveva spiegato ad Ann che lei aveva firmato una separazione consensuale che non prevedeva alcuna elargizione mensile, ma solamente un una tantum senza nulla a pretendere per il futuro. Se voleva ottenere di più, avrebbe dovuto a questo punto ottenere una giudiziale a seguito di violenze subite e comprovate. E già, perché la legge ginecocratica in merito prevede che se tua moglie ti punta in faccia un coltello da cucina lungo venti centimetri, si tratta di "lite in famiglia", mentre se tu le metti le mai addosso passi guai enormi.
Mi fermai in tempo e non dovetti fare niente di più che riaccendere il computer ed aggiungere quest'altro episodio all'esposto che avevo già pronto da presentare ai Carabinieri, primo passo verso quella che poteva prospettarsi come una lunga e snervante guerra dei documenti.
Identificai poi i numeri che Ann chiamava e, a parte quelli in Thailandia, ce ne erano due in Italia che chiamai prontamente: uno era quello di Stefano a Treviso e quindi Ann parlava con Pom, l'altro era della tizia conosciuta all'Ambasciata Thai e che viveva al nord. Fui molto freddo nell'annunciare a queste donne che nel caso avessero dato o stessero dando "consigli sbagliati" ad Ann, avrebbero passato dei grossi guai, senza specificare di che genere, ma ricordandogli anche di avere molti amici e parenti al nord-est.
Per quel che riguarda Pom, sono certo che dava solo sostegno morale ad Ann, che era comunque spaventata malgrado l'apparente sicurezza ostentata. Inoltre Stefano non gradiva le loro conversazioni, temendo che Ann stessa potesse dare qualche dritta sbagliata alla sua donna. Spero che dopo sposati il loro rapporto sia continuato a filare liscio come l'olio, perché, non so se per riabilitarsi al confronto con le altre thai con una menzogna, ma Ann mi disse un giorno che Pom aspettava solo il momento di sposarsi, per avere Stefano in pugno ed alzare il tiro delle sue pretese (per il momento la ragassuola non se la passava affatto male).
Ma l'altra tipa era quanto di peggio mi sarebbe potuto capitare: esperta e cattiva, con lei al telefono fui molto duro. Non si fece più sentire. Le thai non temono tanto la legge, quanto le maniere spicce e anche con mia moglie notavo che i migliori risultati li ottenevo non quando chiamavo i Carabinieri o mi recavo al loro comando, bensì in quelle rare volte che mi imposi con la forza o quando Ann faceva la conoscenza di qualche mio amico dall'aspetto non del tutto rassicurante.
Dietro la sua parvenza di spietatezza, anche Ann aveva i nervi che cominciavano a cedere, ne ero al corrente per via delle lettere che scriveva alla famiglia e che io continuavo ad intercettare, ad aprire e a far tradurre. Queste non solo non testimoniavano, con mio sollievo, di ulteriori pianificazioni a mio danno, ma contenevano una sua viva preoccupazione per la sua stessa sorte, timorosa per le minacce di venderla a qualcuno che le avevo fatto giorni prima. Non era certo mia intenzione dare seguito a simili minacce ma, come detto più volte, ottenevo più risultati con metodi da Far West piuttosto che con scrupoli da Amnesty International o da Convenzione di Ginevra.
Mia madre è ancora sconvolta da quell'episodio in cui assistette ad Ann che si aggrappava alle grate di un palazzo per non farsi portare via nemmeno da lei, dopo avere preso violentemente a testate il parabrezza della mia macchina durante una crisi di nervi.
A proposito di mia madre, con lei Ann mostrava sempre un innato rispetto, ma non gradiva particolarmente la frequentazione di casa sua, finendo con il complicarmi ulteriormente la vita per la comodità logistica che ciò, invece, mi garantiva (si trova molto più vicina a Roma della mia abitazione che è sita sul litorale pontino). Con mio fratello Emanuel, al contrario, Ann si prendeva parecchio, condividendo forse lo stesso cervello da adolescente. Spesso Emanuel trascorreva delle mezze giornate insieme a noi e a lui questo sembrava piacere molto, ma guai se io mi azzardavo a lasciargli una piccola mancetta, perché dello stesso diritto avrebbe allora dovuto usufruire il fratello diciottenne di Ann in Thailandia. Verso mia sorella Elena, la mia mogliettina mostrava indifferenza, ma l'infantile gelosia della stessa nei suoi confronti, per non parlare del furto del cellulare, portò ben presto ad una situazione in cui l'incrocio delle due era da evitarsi assolutamente. Per amore di giusta vendetta, avrei dovuto un giorno lasciare da sole in una stanza a scannarsi le due donne che più mi avevano reso la vita impossibile…ma non lo feci.
Così Sisto commentò l'episodio del pugno in macchina:
Wed, 29 Jan 2003 06:51:19 +0100
Ciao Marco, non potevo certo immaginare che la situazione fosse degenerata a questo punto, ti do atto che hai dimostrato una pazienza eccezionale e ti confesso che al primo contatto avevo mal valutato le tue intenzioni, credevo che i tuoi problemi scaturissero dalla non accettazione del passato di Ann, te ne chiedo scusa. Nessuno è infallibile e non ho mai avuto la presunzione di esserlo, malgrado che qualcuno mi riconosca doti insolite di intuizione tanto da definirmi consulente esistenziale, ogni tanto prendo le mie brave cantonate.
Sei stato sfortunato, hai trovato la quintessenza delle stronze come ve ne sono poche, credimi conosco amici in rete e di persona che anche se hanno trovato la loro donna in certi ambienti vivono felicemente la loro storia, ti dico questo anche per incoraggiarti a non desistere, finita questa storia e leccate le ferite, non rinchiuderti in te stesso pensando che tutte le thai siano così, io ne sono la prova evidente, malgrado la prima delusione testardamente ho creduto che vivere con una thai fosse la scelta giusta, alla fine sono stato premiato. Ho trovato in Goi la vera thai che mi sta regalando momenti veramente felici tanto da pensare fra un paio d'anni di trasferirmi in Thailandia. Sia la prima che Goi le ho conosciute nel nord-est. La Thailandia è grande, se un domani ti dovessi decidere a ritentare, ti consiglio per correre meno rischi di provare a cercare al di fuori delle località turistiche.
No, niente sgrullate, passeresti dalla parte del torto e sarebbe da fessi, i contatti con l'Ambasciata possono risultare positivi, per esperienza so che non sono molto teneri con le connazionali che fanno le stronze, in loro c'è solo l'interesse a ipotetiche rimesse di valuta pregiata nel loro Paese, per cui non vedono di buon occhio le rotture di matrimonio. Stai certo che non muoveranno un dito per aiutarla, si prenderà solo dei cazziatoni. Convinciti che sei tu il padrone della situazione, le prove e le testimonianze che hai del suo comportamento rendono vani i suoi bluff, falle capire o falle spiegare che se tira troppo la corda rischia di tornarsene in Thailandia con una mano davanti e un'altra di dietro, come ha dovuto fare la mia ex con mia grande soddisfazione.
Ti ringrazio delle foto, fate veramente una bella coppia, peccato che le cose siano andate male, ricambio inviandoti una mia foto con Goi che feci in casa della madre nel Natale 2001.
Ciao e stai in gamba.
Dentro di me temevo di non farcela ad arrivare al traguardo, dubitavo che sarei stato in grado di reggere ancora a lungo la tensione nervosa derivata dallo stillicidio di continue provocazioni. Ann faceva in modo di stare sempre con me anche per pisciare, non potevo andare a spasso da solo, non potevo mangiare a mensa da solo, dovetti proibire all'usciere della palazzina dove lavoravo di farla salire in stanza. Sì, perché nei primissimi tempi Ann aveva trovato il modo di piazzarmi una bella scenata anche in ufficio, quando tra le foto della vacanza in cui l'avevo conosciuta e che avevo scannerizzato al computer, vide la foto della mia amica Chiara. Era gelosa anche di lei, sostenendo che quando la salutai alla loro partenza da Samui, mentre baciai sulla guancia tutti gli altri amici, lei l'avrei invece baciata sulla bocca. Una fantasia così ferocemente sostenuta, che un bel giorno mi spinse a chiamare Chiara per chiederle se per caso, magari ubriaco, l'avessi davvero fatto e non me lo ricordavo. Mi rispose dicendomi che se mi fossi permesso una cosa del genere mi avrebbe allentato un sonoro ceffone. Un'altra paranoia di Ann, come volevasi dimostrare, che non le impedì di sputtanarmi anche sul posto di lavoro, dove il mio grande amico Mimmo, con il suo fiuto infallibile, mi manifestò da subito i suoi dubbi su di Ann, malgrado con lei si dimostrasse un grande compagnone.
Di notte non dormivo neanche tranquillo, perché se era vero che sarebbe stata una sprovveduta a farmi accadere qualcosa, mi trovavo pur sempre ad avere a che fare con un soggetto che di lucidità pratica non è che ne avesse dimostrata molta sino ad allora.
La conferma ai miei timori venne dal tentativo di coltellata infertomi mentre parlavo al telefono con i carabinieri Questa volta l'argomento del contendere era la sua borsa, che lei teneva nell'armadio lucchettata a dovere sin da quando era giunta in Italia e che io avevo aperto a forza dopo averla convinta ad andarsi a fare una passeggiata. Solo che Ann mangiò la foglia e dopo due minuti rincasò, cogliendomi con le mani nel sacco. Io non potevo più tollerare una simile mancanza di fiducia nei miei confronti, oltretutto, nell'ormai dichiarata guerra delle diffidenze, mi ero convinto persino di trovarci dentro un piccolo bottino: la mia fede d'oro che nel frattempo avevo perso, un paio di cellulari, soldi in contanti ecc.
La discussione assunse subito toni molto accesi, lei impugnò immediatamente l'arma (che credevo di avere ben nascosto) e mi colpì di striscio alla mano che reggeva la cornetta.
"Venitela a prendere, ha appena provato ad accoltellarmi", dissi al telefono ai carabinieri, che giunsero a casa mia nel giro di cinque minuti. A questa cazzata Ann aggiunse quella di farsi trovare con la lama in mano dai carabinieri giunti a casa mia. Credevo di averla in pugno ma, in realtà, denunciandola per l'aggressione avrei solo complicato le cose, come ben spiegava Sisto in questa e-mail
Mon, 17 Feb 2003 07:55:16 +0100
Ciao Marco, la mia saggezza, bontà tua, serve a poco in una situazione precipitata in un vero e proprio duello, quando si arriva a confrontarsi con la fredda e lenta macchina della giustizia occorre lucidità e sangue freddo, evitando con cura di lasciarsi trascinare dai sentimenti istintivi quali l'odio e la vendetta, che rischierebbero di complicare ancora di più la tua situazione, per cui sulla base degli ultimi avvenimenti che mi descrivi mi limiterò a cercare di farne un'analisi. Firmare una denuncia per lesioni personali ai carabinieri non ti servirebbe granchè, trattandosi di un reato perseguibile su querela di parte, i carabinieri non possono fare altro che trasmettere la denuncia alla Procura che istruirà un processo, nessun magistrato ne convaliderebbe l'arresto, le conseguenze sarebbero che Ann avrebbe titolo a rimanere in Italia in attesa di giudizio e non avendo mezzi propri sarebbe a tuo carico. Diverso sarebbe il discorso se i carabinieri inoltrassero una denuncia d'ufficio per tentato omicidio, ma sappi che per arrivare a questo ti dovrebbe quasi ammazzare. Hai fatto benissimo a ignorare il tizio dell'Ambasciata Thai, non hanno nessun potere di accelerare i tempi per cui si tratta solo di un tentativo per prendere tempo, evita qualsiasi contatto con loro partendo dal principio che non faranno mai i tuoi interessi. Non mi spieghi se nell'istanza congiunta che hai presentato sono ben specificati gli accordi economici che avete definito all'atto della firma e se nella stessa è menzionata la sua intenzione a rientrare in patria dopo la ratifica da parte del Tribunale, trattandosi di una consensuale non credo che una memoria ne possa accelerare i tempi. Non penso neanche che con l'istanza che ha firmato possa avanzare ulteriori pretese, solo nel caso si dovesse presentare all'udienza con un proprio legale mettendo in discussione la volontarietà e la comprensibilità di quanto ha firmato potrebbe cambiare la situazione, in questo caso ti resterebbe solo la strada della giudiziale. Scusami, ma seguiti a parlarmi di separazione d'ufficio, mi piacerebbe sapere chi ti ha parlato di questa soluzione inesistente.
A questo punto non ti resta che aspettare la data di fissazione dell'udienza cercando per quanto sia possibile di stabilire una specie di armistizio. Fai bene a segnalare eventuali intemperanze di Ann ai carabinieri, ne faranno sempre un verbale che ti potrebbe essere utile in futuro se le cose si mettessero male.
Riassumendo cerco modestamente di trasmetterti un po' di saggezza: fai conto che hai subito un incidente stradale in cui ti sei fatto male e che per guarire sei rassegnato a rispettare i tempi di convalescenza, diamine sei giovane e tieni sempre presente che dopo ogni tempesta arriva il sereno.
Fri, 21 Feb 2003 07:52:25 +0100
Ciao Marco, è vero la querela di parte può essere rimessa, quello che mi preoccupa è che potrebbe sì spaventarla ma anche ingenerare, magari consigliata da qualcuno, una reazione di denunciarti a sua volta, per esempio di presunta violenza sessuale Ti dico questo perchè mi risulta un caso del genere, l'interessata in quel caso fu consigliata da un tizio dell'Ambasciata, la faccenda, che poteva diventare complicata, si risolse perchè la tizia fu sottoposta a immediata visita medica e non furono riscontrati segni di violenza, ma potrebbero aver affinato la tecnica. A giorni conoscerai la data di comparizione, l'attesa sarà indubbiamente snervante, ti sia di stimolo per superarla che ha firmato una consensuale in tutta legalità, per cui disconoscerla non solo apparirebbe singolare, ma darebbe al magistrato ulteriori prove che si tratta di una sanguisuga. Non credo che possa ricorrere ad una giudiziale, avrebbe bisogno dell'assistenza di un suo legale e si sa che senza soldi non si vanno ad impegolare in una lunga causa che richiede come minimo 4 / 5 udienze.
Sun, 23 Feb 2003 08:18:13 +0100
Le thai non hanno la nostra logica, la tua Ann era convinta di aver trovato il pollo da spennare a vita, quando gli hai mostrato i canini si è trovata davanti a una situazione non prevista in base al loro modo di ragionare e quindi, assolutamente disorientata, cerca di arrampicarsi sugli specchi. Se era furba e consigliata bene non avrebbe mai firmato la separazione e tu ti saresti trovato in casini ben peggiori, le loro capacità di logica e lucida reazione vanno paragonate a quelle di un bambino occidentale di 10 anni non troppo intelligente.
CONCLUSIONE
Qual è la morale, o le morali, che si possono trarre da questa triste storia? Ann, ne ero e ne sono tuttora convinto, non era ancora avviata verso il fenomeno della prostituzione, se non altro inteso alla nostra maniera, al limite aveva appena cominciato a scoprire la magia di quella scorciatoia scaccia - problemi costituita dalla frequentazione di farang, adeguandosi all'andazzo delle altre ragazze che bazzicano i posti turistici. Non andava affatto con tutti, avendo comunque sempre in vista un'unione duratura con un farang che le permettesse una vita agiata e tranquilla, per se e la sua famiglia. Con la scelta caduta su di me Ann voleva dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, soddisfacendo sia le esigenze economiche che quelle affettive, solo che le prime andarono parzialmente deluse sin dall'inizio e lei non ebbe la pazienza di aspettare, mostrandosi di carattere ampiamente volubile, capricciosa ed incapace di fare il minimo sforzo per provare a capire la cultura nella quale si era calata, rimanendo morbosamente legata agli usi e costumi thai, che vedono le figlie femmine afflitte dalla spada di Damocle del sostegno economico alla famiglia e costantemente ossessionate dall'idea di essere tradite dal proprio uomo.
Il suo "valore aggiunto", in senso negativo, è stata la sua eccessiva tendenza allo scontro, unitamente alla sua cronica incapacità a risolvere i problemi in modo razionale e costruttivo.
Diverse opinioni mi hanno fatto leggermente ricredere, senza portarmi per questo a riabilitarla, sul fatto che Ann avesse addirittura un piano precostituito che la portasse a sposarmi con l'idea di trarre il maggior profitto in vista di un pronto rientro in Patria, dando luogo a continue provocazioni per portarmi alla saturazione e rispedirla al mittente con congrua liquidazione. Questo, forse, è accaduto nella seconda parte della convivenza.
Ma, all'origine della storia, è credibile la teoria che se il suo scopo fosse stato esclusivamente quello di campare di rendita, sarebbe stato in effetti più facile e conveniente per lei rimanere a Ko Samui a promettere finto amore contemporaneamente a cinque - sei farang che l'avrebbero ingenuamente "mantenuta a distanza". Indubbiamente, però, una volta giunta in Italia ed aver constatato che io non corrispondevo esattamente a quell'idea di principe azzurro che lei si era idealizzata nella sua mente (perché qualche sacrificio doveva pur farlo e perché in ogni caso anche una volta che le cose si fossero sistemate, non sarebbe stata certo mia intenzione sgobbare per mantenere un branco di fannulloni), Ann cominciò a cercare di salvare il salvabile. Voleva troppo tutto insieme e troppo in fretta: l'amore, i soldi, la felicità.
Sembrerà strano, ma proprio oggi che ho terminato l'ultima revisione del testo ho ricevuto una sua e-mail dopo svariati mesi. Sembra che non se la passi troppo bene, anzi, cominciando ad intravedere un futuro incerto davanti a sé, dal punto di vista sia economico (il bar-massage che aveva aperto con un prestito della sorella l'ha già chiuso) che affettivo. In qualche sporadica conversazione telefonica mi disse tempo fa di essersi resa conto di avere commesso un grosso sbaglio, ritrovandosi alle volte chiusa in camera a piangere da sola…
A seguito di tutte queste vicissitudini raccontate ho perso la serenità e ho cominciato a comprendere il significato della parola invidia, un sentimento di cui non mi vergogno più, perchè iniziando a fare i conti in tasca agli altri, ho visto tante, troppe persone mettersi in tasca a fine mese stipendi due o tre volte superiori al mio senza che neanche loro capiscano in che cosa possano consistere le loro maggiori responsabilità, il loro presunto miglior cervello. Ho visto persone, pur liberi professionisti stimati e ben preparati, guadagnare in cinque minuti quello che io guadagno in un una settimana, mi sono ritrovato a privarmi persino di un caffè o di una pasticcino quando ne avevo voglia, non smettendo mai di maledire la sfortuna che mi perseguitava e trovava sempre il modo di farmi gettare al vento in un breve attimo tutti i sacrifici compiuti in precedenza. Ho visto l'euro abbassare del 30% il mio potere d'acquisto per poi sentir dire dai politici che era tutto a posto. Sì, per i commercianti, gli avvocati, i medici, i meccanici e tutti coloro i quali, se trovano un aumento nei costi dei loro consumi, non devono fare altro che alzare il prezzo dei loro servizi per lasciare tutto invariato o, persino guadagnarci.
A conti fatti, per me è stato forse un bene avere avuto sin da subito degli imprevisti problemi economici, perchè il riflesso di questi ultimi ha pesato solo sulle mie abitudini di vita e non su quelle di mia moglie, alla quale, lo ripeterò sino alla nausea, non ho mai fatto mancare nulla, se non lo "stipendio" mensile, almeno nel rispetto delle sue pretese. Ho però avuto in questo modo la possibilità di verificare di che pasta fosse fatta, perchè un uomo in lievi e temporanee difficoltà economiche si aspetterebbe sostegno morale dalla propria donna, non rivendicazioni e pretese aggiuntive, con rimarchevole e totale insensibilità di fronte agli sforzi e ai sacrifici compiuti dal proprio uomo.
Però mi sarebbe piaciuto poter scegliere e non essere, invece, obbligato a negare il "finanziamento" alla sua famiglia a causa delle mie difficoltà. Quante coppie occidentali, dietro l'ipocrita facciata dell'amore reciproco, hanno come fondamento dell'unione solo ed esclusivamente l'agiatezza economica dell'uomo, proporzionata alle "esigenze" della rispettabile e innamoratissima signora di turno?
Ho visto individui che non sarebbero degni di allacciarmi le scarpe guadagnare anche 3.000 € al mese solo perchè la sorte è stata con loro benevola (leggasi raccomandazioni e posti di privilegio). Io mi sarei accontentato di un paio di cento € in più al mese, quelli che adesso finalmente guadagno, avendo ottenuto dopo anni di inspiegabile attesa un inquadramento lavorativo che comincia ad equipararsi alle mie mansioni. Così, forse, il mio matrimonio si sarebbe potuto salvare, forse il tempo avrebbe messo a posto tante cose. Ma non ho resistito, sono stato travolto dagli eventi, con il risultato di aver visto crescere in me, abituato a spuntarla quasi sempre in ogni contesa, una grande e inconscia frustrazione per non avercela fatta, un amaro e ineliminabile senso di sconfitta.
La cosa che più mi indispone è ancora adesso la saccenza esibita da chi vorrebbe spiegare il mondo agli altri, anche se in vita sua non ha mai messo piede oltre il Tuscolo o Fiano Romano. Personaggi, amici, semplici conoscenti che danno per scontato quanto tu sia stato stupido e ingenuo, sbarbatello di primo pelo cui la mamma non ha insegnato che la moglie non ce la si va a prendere in certi posti, dove sono tutte puttane che si approfittano degli sprovveduti come te...
Tutta gente che studia molto, poi, che legge libri, che viaggia, che si informa, tutta gente, soprattutto tra gli uomini, che non ha mai fatto, non fa e non riceve corna dalla moglie o dalla fidanzata, che si è sposata solo per amore e che a puttane non ci è andata mai…ma vaffanculo, buffoni!!!
Sto ancora finendo di pagare il conto, morale e pecuniario, che la vita mi ha presentato per avere osato sfidare prometeicamente il destino, per avere sfiorato anche solo per un breve periodo, per pochi intensi attimi, la felicità, quella vera, fatta dell'amore per una donna e dell'armonia che senti dentro di te nel trovarti in certi luoghi in determinati momenti.
Al di là della morale personale, questo libro vuole anche costituire un'ambiziosa testimonianza dell'epopea che molti farang hanno scritto e stanno scrivendo con le loro pagine di vita vissuta, nel malinconico tentativo di inseguire l'agognata felicità, di dare un senso alle proprie aspirazioni e ai propri sogni, senza porsi troppe domande, senza fare troppi calcoli, nella personale convinzione che tutto quanto viene fatto per amore e con amore, vale sempre la pena di compierlo, in piena e totale fedeltà alla propria visione delle cose e del mondo, potendo alfine rispondere, a quanti dovessero chiedere spiegazione delle proprie scelte di vita: "Katam karanyam", ovvero, dal sanscrito, "E' stato fatto ciò che doveva essere fatto".
Perdonatemi se vi ho annoiato, io adesso comincio a sentirmi comunque molto meglio.
APPENDICE
Sent: Thursday, January 31, 2002 6:16 PM
Ciao, Sergio.
Sono Marco, 32 anni, di Roma. Ho casualmente letto il tuo indirizzo allegato alla lettera che hai spedito al sito sulla Thailandia. Ad oggi sto ancora impazzendo per trovare il modo di fare venire in Italia la mia ragazza (Saowalak) di Suratthani. Se anche tu stai facendo tentativi, puoi mandarmi una e-mail. Ci potremmo aggiornare sulle reciproche informazioni.
Ciao e a presto.
Mon, 4 Feb 2002 00:52:30 +0100
Ciao Marco.
Scusa se ti ho risposto con un po' di ritardo. Per quanto riguarda lo scambio di informazioni per me va benissimo.
Tornerò in Thailandia per la terza volta ad aprile con l'intento di ottenere un visto turistico per la mia ragazza. Non so cosa sai a proposito dei visti, comunque secondo me le soluzioni sono due: o un visto turistico o un visto per lavoro. In entrambe i casi ci sono molti problemi burocratici. Se hai qualche domanda fammela pure, cercherò di risponderti nel modo migliore.
Io mi sto tenendo in contatto con vari ragazzi che si trovano nella nostra situazione e ci stiamo dando una mano l'un l'altro. Mi piacerebbe che anche tu diventassi uno di loro. Tra breve pubblicherò su Internet una versione aggiornata del mio sito dove ci saranno anche varie storie di ragazzi che si sono innamorati di ragazze thai. Vorrei migliorare il mio sito ed allargarlo. Vorrei farlo diventare un sito che sia utile a tutti quelli che si trovano nella nostra situazione. Per questo vorrei aggiungere la maggiore quantità di informazioni sui visti per venire in Italia e soprattutto vorrei introdurre molte storie di persone che vivono o hanno vissuto un esperienza come la nostra. L'idea è un qualcosa di simile ha quella del nostro amico Ivan che nel suo sito ha introdotto il "libro delle testimonianze di relazioni con ragazze thai" (dove tu hai letto la mia testimonianza). Io vorrei creare qualcosa di più completo. Mi piacerebbe che le storie siano dettagliate, Una specie di diario dove si racconti l'evolversi della storia, dei sentimenti, dei dubbi, delle paure di ognuno di noi in modo che chi legge possa confrontarsi e sapere che quello che sta facendo non è sbagliato se è fatto con il cuore. Da quando ho iniziato questa storia quasi tutti i miei conoscenti mi hanno preso per stupido e pensano che quello che sto facendo sia sbagliato.
Fortunatamente ho conosciuto amici tramite Internet con cui discutere in maniera intelligente e non "razzista". Con il mio sito vorrei che chi lo consulta trovi un luogo che lo faccia sentire sicuro delle sue scelte perché non è lui lo stupido ma chi lo circonda e chi giudica negativamente le sue scelte. Per questo mi piacerebbe se decidessi di aiutarmi mandandomi il tuo racconto. Puoi scrivere quello che vuoi, io lo pubblicherò esattamente come l'hai scritto, ti chiederei soltanto di non essere conciso, ma di raccontare minuziosamente la tua storia. Inoltre sto valutando di riservare una zona del mio sito alle foto di coppie formate da un italiano e una ragazza thai. Per questo mi chiedevo se ti andava di farne parte. Praticamente la pagina sarà formato dalle foto (una per coppia dove sono ritratti entrambi), dai nomi delle persone ritratte e se richiesto dall'indirizzo E-Mail. Questi ultimi non verranno invece introdotti nella pagina dei racconti (se non sotto richiesta). Questo perché molte delle storie parleranno di relazioni con ragazze incontrate nei bar e non credo che a tutti faccia piacere far sapere certe cose. Nel sito di Ivan ci sono solo i racconti, nel mio invece introdurrò anche le foto e non voglio che si associ il racconto alla foto della ragazza. Questo varrà anche per il mio racconto. Sarà anonimo.
Fammi sapere cosa ne pensi. Scusa se mi sono soffermato troppo sul parlarti del mio sito. Per quanto riguarda i visti chiedimi pure ciò che vuoi, cercherò di risponderti in maniera esauriente e se necessario mi informerò con gli altro ragazzi che conosco (alcuni di loro sono riusciti ad ottenere il visto turistico). Nel frattempo ti do qualche dritta sui visti per lavoro. Molto non tengono in considerazione questo tipo di visti, ma se si hanno certi requisiti secondo me è il metodo migliore.
Il sito del ministero degli esteri completo per poter ottenere tutte le informazioni.
Questo è tutto. Scusa se non ti faccio un riassunto della situazione, ma preferisco che tu consulti personalmente tutte le informazioni che ho trovato. Le informazioni sono tante e molte scritte in un linguaggio burocratico, per cui ho paura di commettere errori nel riassumere il tutto.
L'ideale sarebbe assumerla come collaboratrice domestica presso la tua famiglia. Tutto questo è possibile solo se tu e la tua famiglia avete un buon reddito, in quanto, per ottenere il permesso di lavoro per una straniera, il futuro datore di lavoro deve dimostrare di poter garantire lo stipendio alla dipendente. Inoltre ricordati che se decidi di seguire questa strada dovrai pagare i contributi della ragazza di tasca tua per almeno due mesi, dopo di che puoi licenziarla. Lei potrà comunque rimanere in Italia fino alla scadenza del visto di soggiorno, dopo di che non so.
Per chiarimenti o discussioni a riguardo sono sempre disponibile.
A presto,Sergio.
Sono passati ormai due anni da questo scambio di e-mail, due anni incredibili nel corso dei quali di cose ne sono successe davvero tante. Prima io e poi Sergio ci siamo sposati, a lui sta andando ancora bene (e mi auguro di cuore che duri per sempre), per me è finita nel modo che ormai sapete. Ma è con enorme tenerezza che, a due anni di distanza, scorgo nei siti sulla Thailandia (che nel frattempo si sono moltiplicati) le stesse domande, le stesse risposte, lo stesso senso di impotenza di fronte ai cavilli della saurocrazia.
Ragazzi che forse, quando io già combattevo questa battaglia, alla Thailandia neanche ci pensavano, due anni dopo perpetuano questo passaggio del testimone, solo che la fiaccola olimpica che ci si passa di mano in mano non testimonia di un gioco divertente, perché in palio ci sono la serenità e i sentimenti delle persone.
Con somma reverenza, grazie ancora, esimia Ambasciata d'Italia in quel di Bangkok…
F I N E
Di COACH