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Conclusa la tre giorni
bangkokkina, era giunto il momento di dare il via a quella che
consideravo, non a torto, la parte più affascinante ed avventurosa
della vacanza, vale a dire la puntata nel profondo nord, con visita
a Chiang Mai e ai suoi meravigliosi wat, condita dall'emozione di un
trekking di tre giorni nelle foreste verso il confine birmano.
A dire la verità, l'immaginario collettivo viene molto più
solleticato a livello emozionale da una capatina nel famigerato
triangolo d'oro dell'eroina, dove la Thailandia confina con il Laos
e la Birmania, sopra Chiang Rai. Adesso la situazione sembra un
pochino più sotto controllo, ma, considerato anche il fatto di
trovarmi da solo, ritenni tale escursione un pochino pericolosa,
stando anche ai racconti riferenti di qualche schioppettata partita
non si sa se da militari, da narcotrafficanti o da chi altro.
Dovendo scegliere, optai allora per Chiang Mai e i suoi dintorni.
La città e tutta da godere, un'alternativa culturale a Bangkok (pur
diversa) come lo potrebbe essere, per importanza, una Firenze per
Roma. I vantaggi? Qui in tuk tuk ci giri sempre, tanto per capirci,
lo smog è di gran lunga inferiore, la tranquillità di vita maggiore,
una città di provincia, insomma, 300.000 abitanti circa contro i
sette milioni di Bangkok.
E' piacevolissimo girare a piedi nella città vecchia, lasciandosi
guidare dalla guida Mondadori sempre a portata di mano e dal proprio
intuito, alla ricerca dei numerosissimi wat, percentualmente persino
maggiori che a Bangkok.
A Chiang Mai alloggiai per soli 100 bath a notte (cinquemila lire)
in una guest house. Cari i miei stronzoni che vi penserete che solo
quel cialtrone del Santux potrebbe dormire in topaie da 5.000 lire (anzi,
aggiorniamoci, 2,58 €), sappiate che si tratta di comode stanze con
ventilatore, bagno (spartano) in camera, letto con lenzuola e
coperte. Voi andatavene pure in quei cazzi di fintissimi Club
Mediterranee ad illudervi di conoscere un posto sborsando l'ira di
Dio pur di avere i vostri inutili confort…
Al di là degli scherzi, credo che in una vacanza di un mese come
quella che feci io, sia più proficuo investire per una sistemazione
di livello superiore quando ci si accinge a villeggiare in qualche
località turistica balneare, ma se si tratta di avere solamente un
riparo per la notte, laddove gran parte della giornata la si
trascorre in giro a visitare, perché buttare soldi dalla finestra?
Un'altra delle magie della Thailandia? La constatazione che, in
vista della partenza per il trekking di tre giorni, mi conveniva
tenere riservata la stanza per tre giorni per lasciare il grosso dei
bagagli, piuttosto che trovare un luogo dove lasciarli custoditi.
Sul pulmino che ci avrebbe condotti al luogo di partenza
dell'escursione salirono due ragazze coreane (cessi), una coppia di
olandesi, due ragazze francesi (cessi), tre ragazzi inglesi (matti),
una ragazza tedesca (cesso), per formare così un gruppo altamente
eterogeneo di persone, di varia provenienza e di differente cultura,
ma aventi in comune il gusto di viaggiare e dell'avventura. Tanto
per cambiare, il fetuso che parlava inglese peggio di tutti ero io,
il solito italianuccio meschino, pronto ad accondiscendere con il
capo ad ogni accenno che essi facevano per coinvolgermi nelle loro
conversazioni o per chiedermi un parere in merito alle stesse, ma
era il massimo che potessi fare. Particolarmente quella bombardona
della tedesca mi attaccava dei soliloqui culturali sulla Thailandia
che secondo me avevano solamente lo scopo di spianarsi la strada
verso il maschio latino, tanto che io pensavo tra me e me: "Ma chi
l'ha sciolta?" ... Comunque simpatica.
Devo ammettere che questi trekking non sono poi così riposanti,
garantisco che alla fine della giornata ci si arriva alquanto
stanchi. Nel complesso si cammina anche per sette - otto ore al
giorno, portandosi dietro uno zaino che in pianura non pesa tanto,
ma che nei frequenti saliscendi del tragitto induce nella forte
tentazione di frullarlo via molto volentieri.
Come facesse parte di un copione prestabilito, un istante dopo
essere scesi dal pulmino che ci aveva trasportati sul luogo di
inizio escursione, comincio a piovere ininterrottamente, la tipica
pioggerellina da foresta pluviale, ore ed ore sotto la pioggia a
camminare in mezzo ad una sontuosa vegetazione. Nei tre giorni di
trekking si passa in mezzo a foreste dove la guida apre la strada
col machete affilato, si costeggia a passo da indossatrice enormi
risaie a terrazza (caratteristiche anche a Bali), si percorre un
tratto di fiume in piedi su di una zattera, cercando di non farsi
sbalzare fuori bordo all'atto di immergere in acqua un bastone lungo
tre metri per remare in mezzo a delle mini-rapide, si assapora il
gusto di una passeggiate a dorso di elefante…in poche parole si
apprezza la natura e l'appagante senso di libertà che da tutto ciò
deriva.
A
proposito, quel cazzaro della guida mi dovette per forza aver visto
in faccia, per decidere di farmi posizionare direttamente sulla
capoccia dell'elefante. Tutti gli altri escursionisti erano seduti
civilmente e comodamente sulle poltroncine adagiate con sicurezza
sul dorso dell'animale, il sottoscritto, invece, stava in precario
equilibrio a cavalcioni sulla testa di quel protosauro che faceva
sempre come minchia gli pareva, tanto i cazzottoni che gli mollavo
sulla testa manco li sentiva. Nel frattempo, mi sfregiavo l'interno
coscia delle mie delicate gambine appoggiate nude sui suoi pelacci
irti e graffianti, manco c'avesse avuto una spazzola per il rame sul
testone…come se non bastasse la tedesca si sentiva sicuramente
estasiata a presenziare sul retro del mio stesso vagone…
Una cacata galattica direte voi? Maddechè, un'esperienza
indimenticabile, favolosa, coinvolgente, immersi in una natura
esotica ed incontaminata. Ripeto e ribadisco: statevene pure sulla
sdraio del vostro albergo a 5 stelle, se la pensate diversamente.
Viaggiando, inoltre, si ha sempre l'occasione di incontrare tipi
bizzarri, viaggiatori come te, oppure locali. In questa occasione i
tre ragazzi inglesi, niente affatto spocchiosi come solo i sudditi
di sua maestà britannica sanno essere, si rivelarono un triste
prototipo dell'uomo moderno: sempre in fuga da qualche cosa. Questi
mattacchioni, in inglese o nel loro italiano da film comico (avevano
studiato lingue), mi spiegarono come si fossero appena laureati per
intraprendere il sogno della loro vita: il giro del mondo viaggiando:
Thailandia, Laos, Vietnam, Indonesia, Australia, Stati Uniti Messico,
Spagna e rientro (o qualcosa del genere), il tutto in un anno,
approfittando delle promozioni a miglia delle compagnie aeree.
Avevano lavorato per un anno intero per mettere da parte i soldi
necessari all'impresa, che si configurava come nient'altro che una
fuga da tutto, passato, presente e futuro: l'uno per rinviare (ad
oltranza) l'entrata nel mondo del lavoro nella ditta del padre,
l'altro per la sua imperante nausea nei confronti della società
civile, l'ultimo per dimenticare una cocente delusione amorosa. Mi
faceva molta tenerezza il più grande di loro (25 anni) quando si
confidava con me sulle sue delusioni amorose e mi chiedeva pareri e
consigli sui comportamenti da tenere con le ragazze thai conosciute
nei locali, manco c'avessi la faccia o l'aspetto del puttaniere di
professione.
Sulla via del ritorno il pulmino ci portò a vedere la montagna del
Doi Suthep, sulla cui sommità svetta sontuoso e maestoso il tempio
omonimo, uno dei reliquiari buddisti più importanti della Thailandia
del nord, per raggiungere il quale è necessario fare una scalinata
di quasi trecento gradini. Peccato per la nebbia e la pioggerellina
vaporizzata che non rendeva merito alla bellezza del luogo, con il
suo chedi d'oro, con le campane del buon auspicio e con lo splendido
panorama della vallata sottostante.
Al ritorno dal trekking mi ci volle un intero giorno per riprendermi,
avevo i muscoli talmente indolenziti da non potermi permettere
neanche un massaggio rilassante, pena dolori atroci al semplice
tatto. L'indomani a sera fu d'obbligo, dopo le meritate due ore di
massaggio (tradizionale, scemi) gironzolare per il night bazar, il
luccicante mercato notturno di Chiang Mai, dove si possono fare
degli affari eccezionali in termini di souvenir, compresa quella
manciata di braccialetti d'argento (credo cinque o sei) che
acquistai per la spropositata cifra di 5.000 lire dai ragazzini
delle tribù collinari, scesi a vendere le loro mercanzie con indosso
i coloratissimi costumi tradizionali.
Era ormai tempo di raggiungere gli amici con cui mi tenevo in
contatto via e-mail, i quali da qualche giorno già stanziavano a
Samui. Per il ritorno presi l'aereo, feci scalo a Bangkok e subito
via su quella specie di taxi con le ali che è il volo della Bangkok
Airways che conduce a Samui.
Un mio amico siciliano ormai disperso, asceta sinistroide maritato
con una brasiliana, tale prof. Montesanto, in uno dei suoi deliri
naturistici mi spiegò una volta l'importanza di arrivare in un posto
nuovo via mare, o, in ogni caso, lentamente, "minghia, pecch'è
accossì assapore l'aria, sende l'addore, la nuova terra entra dentr
dittè lendamenth…".
Probabilmente ha ragione lui, ma a Samui io dico che bisogna
arrivarci dall'alto. Il battello da Surat Thani o da Don Sak è
sicuramente più economico ma, confermo, a Samui bisogna andarci in
volo. Non solo per lo spettacolare panorama aereo che si può godere
durante le virate che il pilota volutamente effettua sopra le varie
isole ed isolotti dell'arcipelago omonimo (posto lato finestrino, mi
raccomando), ma soprattutto per rimanere stupefatti che
quell'insieme di piste di cemento, torri ed hangar che noi siamo
soliti definire con il termine "aeroporto", ceda il posto ad un
quadretto da lasciare a bocca aperta per la sua raffinatezza, per i
suoi colori, per il suo farti sentire arrivato in paradiso sin dal
tuo primo appoggio plantare. Posti d'imbarco e sbarco all'aperto,
sotto capanne solide ed attrezzate, immerse in una rigogliosa
vegetazione nella quale spiccano fiori dei più vivaci colori. Anche
pochi istanti dopo lo sbarco sono sufficienti per rimanere
esterrefatti di tanta bellezza e pronunciare meravigliati le parole
alate: "Ma andò cazzo sto?"
Se hai prenotato un albergo ti vengono persino a prendere con un
cartello di benvenuto, facendoti sentire una specie di dio greco. Se
sei un turista fai da te, ti butti invece dentro un furgoncino
insieme ad altri turisti, spari all'autista il nome della spiaggia
dove intendi sistemarti (di solito Chaweng o Lamai) ed il tuo sogno
ha inizio.
Già come esci dall'aeroporto, ti accorgi di come non sia affatto
sovrastimata la cifra di 20.000.000 di noci di cocco che
periodicamente da Samui prendono il volo per varie destinazioni:
l'isola è quasi interamente ricoperta di palme, con un entroterra
collinoso e caratterizzato da una fitta vegetazione. Anche la
principale arteria stradale, che fa un percorso ovale rasentando per
lungo tratto le coste, si dipana fendendo la vegetazione sempre
presente ai bordi, al pari degli immancabili chioschetti
gastronomici per le soste rifocillatorie dei viandanti.
Se poi si prendono le stradine che penetrano all'interno, come
quella che porta al Butterfly Garden a sud dell'isola, allora viene
voglia di chiedere a Dio un miracolo e di farci morire lì, magari
vivendoci pochi anni, ma di non abbandonarla mai, quella terra che
se proprio non è l'Eden, almeno ci si avvicina molto (Eden sta per
Paradiso Terrestre, non per il locale di Bangkok dove ti carichi
anche tre figone lesbiche tutte insieme, ci siamo capiti, vero
ragassi o.k. e affini?).
Non che non esistano posti ancor più belli, nel Sudest asiatico come
nei Carabi o in Polinesia, ma la particolarità di Samui consiste, a
mio modo di vedere, nel saper offrire tutto quello che un
viaggiatore può cercare, senza scadere in nessuna sorta di eccesso:
né troppo solitaria (alla Robinson Crusoe) e totalmente priva di
divertimenti e tentazioni, né troppo puttanaio fine a se stesso,
come può essere una Pattaya. Qui, semplicemente, vai dove sai che
puoi trovare quello che cerchi…
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